✕

Lo studio: “A Gaza la devastazione è stata sistematica. Ormai è un deserto”

Ascolta l'audio

I dati raccolti dall’Onu: danneggiati quasi tutti i terreni agricoli e quattro edifici su cinque. E l’82% è zona di combattimento
2 minuti di lettura

GERUSALEMME – Amal Barka, 37 anni, desidera due cose sole. «La pace. E tornare a casa». Da quando è iniziata la guerra, ci racconta da Al Mawasi, la “zona umanitaria” designata da Israele nella zona Sud di Gaza, è stata costretta a spostarsi tre volte: «Prima in una scuola dell’Unrwa. Poi sono tornata a casa durante il cessate il fuoco e ho sistemato due stanze, quelle meno distrutte. Quando la guerra è ricominciata siamo scappati di nuovo e siamo venuti qui. Voglio solo tornare. Mettere la mia tenda fra le macerie e ricostruire. La casa e il futuro dei miei cinque figli». Un desiderio che potrebbe essere difficile realizzare: il 79% degli edifici di Gaza, stimano le Nazioni Unite, sono distrutti o danneggiati. La signora Barka fa parte del milione e mezzo di abitanti della Striscia che hanno bisogno di un alloggio di emergenza: e di molte, moltissime altre cose.

Due anni di guerra hanno cambiato il volto di Gaza come nessuno avrebbe potuto immaginare il 7 ottobre 2023, quando l’…

GERUSALEMME – Amal Barka, 37 anni, desidera due cose sole. «La pace. E tornare a casa». Da quando è iniziata la guerra, ci racconta da Al Mawasi, la “zona umanitaria” designata da Israele nella zona Sud di Gaza, è stata costretta a spostarsi tre volte: «Prima in una scuola dell’Unrwa. Poi sono tornata a casa durante il cessate il fuoco e ho sistemato due stanze, quelle meno distrutte. Quando la guerra è ricominciata siamo scappati di nuovo e siamo venuti qui. Voglio solo tornare. Mettere la mia tenda fra le macerie e ricostruire. La casa e il futuro dei miei cinque figli». Un desiderio che potrebbe essere difficile realizzare: il 79% degli edifici di Gaza, stimano le Nazioni Unite, sono distrutti o danneggiati. La signora Barka fa parte del milione e mezzo di abitanti della Striscia che hanno bisogno di un alloggio di emergenza: e di molte, moltissime altre cose.

Due anni di guerra hanno cambiato il volto di Gaza come nessuno avrebbe potuto immaginare il 7 ottobre 2023, quando l’attacco di Hamas contro il Sud di Israele scatenò la feroce reazione israeliana: più di 66 mila persone sono morte e 168 mila sono state ferite. L’82% del territorio è diventato zona di combattimento, l’86,1% dei terreni agricoli sono stati danneggiati, così come il 77% delle strade, secondo le stime di Ocha, l’agenzia Onu per le emergenze che dall’inizio segue passo dopo passo l’evoluzione della catastrofe umanitaria.

Il piano di Donald Trump prevede che a occuparsi di tutto questo sia un comitato internazionale presieduto dallo stesso presidente Usa, affiancato da una squadra “tecnica” palestinese. Da parte sua, la società civile di Gaza mette a punto progetti per il “giorno dopo” da mesi, nella speranza di avere voce sul suo futuro. Chiunque sia a farsene carico, l’impegno sarà mastodontico: a febbraio l’Onu stimava in oltre 50 miliardi di dollari la cifra necessaria per la ricostruzione e in più di 50 milioni di tonnellate le macerie da rimuovere.

Una sfida con pochi precedenti: per le sue dimensioni ma anche per le conseguenze politiche e sociali che si porta dietro. «Da marzo 2025, quando c’è stato il cambio ai vertici delle Forze armate israeliane, la strategia sul terreno ha subìto una modifica», spiega Eyal Weizman, architetto israelo-britannico fondatore e direttore di Forensic Architecture, un gruppo che mette l’architettura, la geolocalizzazione, il tracciamento e moltissimi altri strumenti al servizio dei diritti umani, ricostruendo quello che accade negli angoli più remoti del mondo. «Il progetto che abbiamo di fronte è quello di un annientamento totale, un genocidio: negli ultimi mesi, la distruzione di ogni spazio fisico esistente è diventata parte attiva di questo progetto».

Da mesi Forensic Architecture rende disponibili i dati e le ricerche su Gaza in un progetto chiamato “Cartografia di un genocidio”: la missione è non solo quella di ricostruire come si sono svolti singoli episodi di violenza (il più famoso, l’omicidio di Hind Rajab e della sua famiglia) ma anche la cancellazione dello spazio fisico. «L’Idf sta procedendo alla distruzione in maniera sistematica di tutto ciò che incontra sul suo cammino – prosegue Weizman -. Le immagini dimostrano che sul terreno non resta nulla di riconoscibile: non edifici, non strade, nessun segno per orientarsi. Solo un deserto non identificabile. Ad oggi non è ancora chiaro quali saranno i reali piani di ricostruzione, ma è molto chiaro che dovranno fare i conti con questo deserto. La zona cuscinetto di cui si parla, ad esempio, è già stata creata: chilometri di terreno piatto in cui i blindati possono muoversi. A colpi di ruspe Israele sta disegnando la Gaza che vorrà nel futuro: basta pensare al campo profughi di Jabalia, un luogo che da anni era considerato problematico: non esiste più». L’analisi combacia in pieno con i racconti di chi è potuto entrare a Gaza nei giorni scorsi e raggiungere il Nord. «Chilometri di strade puntellati da mucchi di rovine alte qualche metro. Quartieri interi in cui nulla è più riconoscibile. In mezzo, solo tende».

Forensic Architecture ha fornito i risultati delle sue ricerche ai legali che per conto del Sudafrica hanno intentato il procedimento per genocidio contro Israele alla Corte penale internazionale.

(Ha collaborato Ruwaida Amer da Gaza)

Leggi i commenti