Esteri

Scontro su Barghouti, Netanyahu non vuole libero il palestinese più popolare

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I miliziani vogliono la scarcerazione, ma l’estrema destra teme la sua leadership. L’ipotesi dell’esilio all’estero

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Un anno fa l’Economist lo definì “il prigioniero più importante del mondo”, a Ramallah lo chiamano il “Mandela palestinese”. Iperboli, certo, ma che raccontano una verità: Marwan Barghouti potrebbe cambiare il corso della politica palestinese. Dai vicoli di Jenin alle macerie di Gaza anche chi non fa parte della sua fazione politica sarebbe disposto a sostenerlo, sapendo che è tra i pochi leader capaci di unire i palestinesi. Ed è anche per questo che la destra estremista israeliana si oppone strenuamente al suo rilascio, uno dei nodi cruciali dei negoziati iniziati ieri a Sharm el-Sheikh, in Egitto, per la tregua e un possibile dopoguerra a Gaza.

Nelle liste stilate da Hamas con i nomi dei prigionieri palestinesi da liberare in cambio degli ostaggi israeliani Barghouti è ai primi posti, insieme a Ahmad Saadat, il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina. C’è stato sempre, in verità, anche nei due cessate il fuoco mediati dall’amministrazione Biden. A gennaio, nell’ultimo scambio di prigionieri, la famiglia era volata in Qatar convinta, o forse speranzosa, che fosse la volta buona. Hamas ha detto a qatarini e turchi che, pur non essendo quella dei prigionieri la questione centrale, è intenzionata a tenere il punto sui nomi di Barghouti e Saadat. Non sarà una trattativa facile.

L’estrema destra alleata di Netanyahu non vuole sentirne parlare. Ad agosto Ben Gvir si è fatto riprendere mentre faceva visita al prigioniero in cella da 23 anni, dimagrito, emaciato, a cui il ministro impedisce di parlare. Netanyahu avrebbe promesso a lui e a Smotrich, secondo Channel 14, che “i simboli del terrore” come Barghouti non rientreranno nello scambio. Parlando a Channel 12, tuttavia, il ministro dell’Agricoltura Avi Dichter, ex capo dello Shin Bet, lascia intendere che Israele potrebbe essere disposto a rilasciare “terroristi” condannati, è già successo molte volte in passato, ma non gli autori del massacro del 7 ottobre, come i membri dell’unità Nukhba di Hamas.

Fonti turche sostengono che Ankara e Doha stiano spingendo per la liberazione di Barghouti, ostacolata però anche da alcuni Paesi arabi preoccupati che il suo rilascio possa destabilizzare la fragile e screditata leadership di Abu Mazen, presidente dell’Autorità nazionale palestinese, con cui Barghouti ruppe molti anni fa. Nei mesi scorsi la famiglia è stata contattata da diplomatici americani e britannici per discutere della questione. L’ipotesi, se mai gli israeliani accettassero di liberarlo, è che Barghouti vada in esilio fuori dalla Cisgiordania, confermano a Repubblica due fonti palestinesi a conoscenza dei colloqui.

Nato il 6 giugno 1959 nel villaggio di Qubar, vicino a Ramallah, entrò da ragazzo a far parte di Fatah, il partito erede di Arafat, e fu uno dei leader durante la prima e seconda Intifada. Arrestato numerose volte, è stato condannato a cinque ergastoli in processi che la sua famiglia ha sempre denunciato né equi né trasparenti.

Molti palestinesi vorrebbero fosse il loro leader, nei sondaggi è da anni il politico più apprezzato. Saadat, segretario dell’Fplp, che per anni restò in una sorta di domiciliari a Gerico sotto la custodia dell’Anp e di guardie americane e britanniche, fu prelevato dagli israeliani nel 2006, accusato dell’omicidio dell’ex ministro Rehavam Ze’evi e condannato a 30 anni. Hamas chiederà anche il rilascio altri due prigionieri eccellenti, Ibrahim Hamed, comandante delle brigate al Qassam in Cisgiordania, condannato a 6 ergastoli per diversi attentati in Israele e Abbas al Sayed considerato la mente del massacro all’Hotel Park di Netanya nel 2002.

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