Re’im (Sud di Israele) – C’è un ragazzo che sta seduto per ore a terra, ad accarezzare il memoriale del fratello, che al Nova festival lavorava. Una madre che non smette di baciare l’immagine del figlio. C’è una giovane che combatte una battaglia impossibile contro la sabbia per pulire i fiori che stanno sotto alla fotografia del compagno che avrebbe dovuto sposare. Sono passati due anni, ma il dolore sul luogo della strage peggiore del 7 ottobre 2023, il Nova festival, dove 370 persone sono state uccise, non si è attutito neanche un po’. Ieri dalle prime ore della mattina la foresta accanto alla statale 232 è palcoscenico di uno pellegrinaggio triste: ragazzi sfuggiti al massacro, madri piegate, centinaia di sconosciuti che, approfittando del giorno di festa, sono voluti venire. Qui, come ai rifugi lungo la 232 dove in tanti sono stati uccisi e al memoriale per le 19 soldatesse morte nella base di Nahal Oz.
La vendetta di Netanyahu, il pugno duro con cui il primo ministro rivendica d…
Re’im (Sud di Israele) – C’è un ragazzo che sta seduto per ore a terra, ad accarezzare il memoriale del fratello, che al Nova festival lavorava. Una madre che non smette di baciare l’immagine del figlio. C’è una giovane che combatte una battaglia impossibile contro la sabbia per pulire i fiori che stanno sotto alla fotografia del compagno che avrebbe dovuto sposare. Sono passati due anni, ma il dolore sul luogo della strage peggiore del 7 ottobre 2023, il Nova festival, dove 370 persone sono state uccise, non si è attutito neanche un po’. Ieri dalle prime ore della mattina la foresta accanto alla statale 232 è palcoscenico di uno pellegrinaggio triste: ragazzi sfuggiti al massacro, madri piegate, centinaia di sconosciuti che, approfittando del giorno di festa, sono voluti venire. Qui, come ai rifugi lungo la 232 dove in tanti sono stati uccisi e al memoriale per le 19 soldatesse morte nella base di Nahal Oz.
La vendetta di Netanyahu, il pugno duro con cui il primo ministro rivendica di aver colpito Hamas in questi mesi, la morte dei capi del gruppo - Yahya Sinwar in testa - non cambiano niente qui: non generano emozioni, tantomeno sollievo. Il dolore è ancora troppo forte e, come un anno fa, non lascia spazio alla comprensione dell’altro: dei 67 mila morti di Gaza, dei 168 mila feriti, del milione e mezzo di sfollati o dei bambini affamati.
«Abbiamo perso tutto il 7 ottobre, lasciateci almeno il diritto di piangere», dicono due genitori accanto alla stele con l’immagine della figlia quando intuiscono quello che vorremmo chiedere loro. Mentre parlano, come per tutta la mattina, si sentono – regolari, vicinissimi, fortissimi – i bombardamenti su Gaza. Lo scorso anno, ad ogni colpo partiva un applauso. Se fosse liberatorio o di sollievo o di vendetta era difficile dirlo: oggi non applaude più nessuno.
I colpi stanno lì, sottofondo costante a una società stanca che di guerra, di marce e di promesse non ne può più: «Vengo qui ogni settimana a parlare con lui. A chiedermi cosa potevo fare per salvarlo e non ho fatto. A cercare di chiudere il cerchio: ma non si chiuderà mai fino a quando non torneranno tutti gli ostaggi», ci dice Shira, la migliore amica di Amitay Malichi Ratzabi che aveva fatto di tutto per convincerla a raggiungerlo lì ma non ci era riuscito. «Basta. Per favore, basta. Giriamo pagina», supplica fra la polvere.
Un concetto che, declinato in forme diverse, ripetono tutte le persone che incontriamo. «Non siamo stati noi a iniziare. Dovevamo reagire. Ma è tempo di chiuderla. Cosa stiamo facendo ancora a Gaza? Bisogna fermarsi», sostiene il signor Michael, venuto da Tel Aviv, che ci tiene a specificare di essere un uomo di sinistra, ma di aver appoggiato la scelta di rispondere all’attacco di Hamas. «Penso al futuro: ci vorranno generazioni per uscire da tutto questo, da entrambe le parti».
Poche, pochissime persone condividono il suo pensiero: non tanto quando parla del tempo, quanto piuttosto quando fa riferimento a «entrambe le parti». «Queste bombe sono le scosse di assestamento di un terremoto iniziato due anni fa ma non da noi – dice Ofer Shwartz, venuto a guardare i bombardamenti vicino a Mesalfim, uno dei kibbutz colpiti quel giorno – Ci dispiace per i civili, ma non ci hanno lasciato altra scelta».
Non fa in tempo a finire, che si sente un botto, e subito dal campo di Jabalia, che sta davanti a noi, si alza una nuvola di fumo nero. Qualcuno a Gaza è stato colpito da una bomba: con tutta probabilità è morto. Il signor Shwartz lo sa: «Stiamo facendo di tutto per non uccidere civili: non è colpa nostra se Hamas li usa come scudi umani», spiega. Due anni dopo, il tempo dell’odio nel Sud di Israele non è finito.