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Il team dei “gestori” inseguito dalle ombre della guerra in Iraq

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Nella sua amministrazione transitoria della Striscia molti manager e pochissimi esponenti dell’élite politica palestinese
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Uomini d’affari, qualche diplomatico, un grande consiglio d’amministrazione (con il sigillo Onu) che abbia l’ultima parola su tutte le decisioni - politiche, economiche, di sicurezza – che riguardino Gaza, e con i palestinesi relegati al ruolo di “fornitori di servizi”, almeno in una prima fase. Mentre a Sharm el Sheikh si entra nella fase cruciale dei negoziati per la tregua a Gaza, emergono i dettagli della bozza di piano elaborata dall’ex primo ministro britannico, Tony Blair, per conto di Trump e Kushner. Questo governo internazionale di Gaza è immaginato a più livelli governati però da una sorta di gran consiglio. Questo board dovrebbe avere sede ad al Arish, in Egitto, o in Giordania, e verrebbe guidato dall’uomo che in larga parte del mondo arabo è ricordato per la guerra in Iraq, con le immense perdite militari e civili, l’infondatezza delle accuse sulle armi di distruzione di massa e il disastroso tentativo di “nation building” che ne seguì, affidato allora alla Coalition Pro…

Uomini d’affari, qualche diplomatico, un grande consiglio d’amministrazione (con il sigillo Onu) che abbia l’ultima parola su tutte le decisioni - politiche, economiche, di sicurezza – che riguardino Gaza, e con i palestinesi relegati al ruolo di “fornitori di servizi”, almeno in una prima fase. Mentre a Sharm el Sheikh si entra nella fase cruciale dei negoziati per la tregua a Gaza, emergono i dettagli della bozza di piano elaborata dall’ex primo ministro britannico, Tony Blair, per conto di Trump e Kushner. Questo governo internazionale di Gaza è immaginato a più livelli governati però da una sorta di gran consiglio. Questo board dovrebbe avere sede ad al Arish, in Egitto, o in Giordania, e verrebbe guidato dall’uomo che in larga parte del mondo arabo è ricordato per la guerra in Iraq, con le immense perdite militari e civili, l’infondatezza delle accuse sulle armi di distruzione di massa e il disastroso tentativo di “nation building” che ne seguì, affidato allora alla Coalition Provisional Authority di Paul Bremer, l’architetto della “de-baathificazione”.

La bozza Blair ricalca quel modello: un presidente con ampi poteri, compreso quello di guidare le relazioni diplomatiche con altri Paesi e con gli organismi internazionali e di coordinare le decisioni di sicurezza «con attori esterni, tra cui Israele, Egitto e Stati Uniti», secondo la bozza pubblicata per la volta da Haaretz. Il consiglio di amministrazione sarebbe composto da 7-10 membri, «nominati dagli Stati contributori e confermati attraverso un processo coordinato dalle Nazioni Unite». È previsto che vi sieda anche un palestinese «qualificato (potenzialmente proveniente dal settore imprenditoriale o della sicurezza)». Non si fanno nomi, ma vengono citati invece altri possibili manager, persone che non sono state già coinvolte ma le cui biografie aiutano a capire la filosofia e gli obiettivi politici del piano. L’unico profilo puramente politico è quello di Sigrid Anne Maria Kaag, oggi ministro del Commercio e della cooperazione nel governo olandese di Rutte, esperta di Medio Oriente (ha studiato anche all’università americana del Cairo) e con una lunga esperienza alle Nazioni Unite, a Beirut, Damasco e Gerusalemme. Spostata con Anis al-Qaq, ex ambasciatore palestinese in Svizzera, a gennaio è stata nominata dal segretario delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, come coordinatrice speciale per il processo di pace in Medio Oriente. Il resto, sono tutti uomini di affari o diplomatici chiaramente vicini a Israele. Si parla di Naguib Sawiris, magnate egiziano delle telecomunicazioni che quest’anno la rivista Forbes ha inserito tra gli uomini più ricchi del Medio Oriente. Nato nel 1954 da una famiglia d’imprenditori copti, ha una frequentazione di lunga data con i Blair, che, raccontano le cronache del Cairo, parteciparono anche allo sfavillante matrimonio della figlia Anne nel 2019 e sono stati suoi ospiti nella villa a Mykonos diverse volte. La bozza cita poi Marc Rowan, miliardario americano e amministratore delegato di Apollo Global Management, una delle più grandi società di private equity al mondo, (700 miliardi di dollari di asset). Nel 2020, Rowan ha finanziato la campagna di Trump con 1 milione di dollari e un anno fa era i papabili per l’incarico di segretario al Tesoro. Ma il ruolo principale l’ha avuto come consigliere ombra del presidente americano sulle politiche per l’istruzione, racconta il New York Times. Dopo il 7 ottobre il miliardario ha ingaggiato una battaglia contro “l’antisemitismo nei campus” e secondo il quotidiano, ha ispirato la linea dell’amministrazione sulle università: fondi federali in cambio della “limitazione degli studenti internazionali”, di “test di ammissione standardizzati” e di “politiche che riconoscano la libertà accademica non è assoluta”. Infine, l’altro suggerimento per il gran consiglio: Aryeh Lightstone, già consigliere dell’ex ambasciatore Usa in Israele, David Friedman, ceo dell’Abraham Peace Accords Institute e oggi consigliere di Witkoff, con cui va in giro per l’Asia occidentale nel tentativo di allargare gli accordi di Abramo che nel 2020 portarono Emirati, Sudan, Marocco e Bahrein a normalizzare le loro relazioni con Israele. È il filo rosso che attraversa tutta questa storia: il futuro di Gaza immaginato dal club Blair come leva per portare anche altri paesi arabi, in primis l’Arabia Saudita, alla normalizzazione con Israele. Nel piano c’è un vago riferimento a un ipotetico passaggio di consegne a un’autorità palestinese riformata, di cui non sono chiari i tempi né le modalità. Resta da vedere se basterà al principe Bin Salman per cambiare 70 anni di politica saudita.

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