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Macron nel bunker Eliseo assediato dai due estremismi

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Nuove elezioni legislative potrebbero dimezzare i deputati macronisti, una débâcle annunciata. L’ipotesi di dimissioni invece «non esiste», ribadiscono gli ultimi fedelissimi
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PARIGI – Un presidente sempre più solo, che cammina al telefono lungo la Senna e poi si chiude nel suo palazzo come in un bunker. Emmanuel Macron affronta i giorni più cupi del suo secondo mandato, stretto in una solitudine che sa di fine regno. «C’è qualcuno?», titolava ieri Le Parisien sotto la foto del palazzo presidenziale. «I corridoi dell’Eliseo sono diventati Shining», racconta con sarcasmo un frequentatore del Château, come viene chiamata la sede di quella strana monarchia repubblicana precipitata nella crisi.

Macron lavora ormai circondato solo da pochi consiglieri e funzionari. Intorno a lui le defezioni si moltiplicano. La base politica del presidente, composta da quattro partiti del centro, si sta sgretolando. Le voci moderate, un tempo alleate, chiedono apertamente la sua testa. L’ex premier Édouard Philippe, pur membro della maggioranza, ha infranto il tabù, invitando Macron alle dimissioni. «Non possiamo far durare quello che stiamo vivendo per altri diciotto mesi, sare…

PARIGI – Un presidente sempre più solo, che cammina al telefono lungo la Senna e poi si chiude nel suo palazzo come in un bunker. Emmanuel Macron affronta i giorni più cupi del suo secondo mandato, stretto in una solitudine che sa di fine regno. «C’è qualcuno?», titolava ieri Le Parisien sotto la foto del palazzo presidenziale. «I corridoi dell’Eliseo sono diventati Shining», racconta con sarcasmo un frequentatore del Château, come viene chiamata la sede di quella strana monarchia repubblicana precipitata nella crisi.

Macron lavora ormai circondato solo da pochi consiglieri e funzionari. Intorno a lui le defezioni si moltiplicano. La base politica del presidente, composta da quattro partiti del centro, si sta sgretolando. Le voci moderate, un tempo alleate, chiedono apertamente la sua testa. L’ex premier Édouard Philippe, pur membro della maggioranza, ha infranto il tabù, invitando Macron alle dimissioni. «Non possiamo far durare quello che stiamo vivendo per altri diciotto mesi, sarebbe troppo lungo», ha commentato Philippe, ormai candidato all’Eliseo.

Con lo storico alleato François Bayrou la rottura si è consumata nella fallimentare esperienza di governo. Un altro ex primo ministro del macronismo, Gabriel Attal, un tempo visto persino come un erede naturale, è entrato in dissidenza. «Non lo capisco. Mi sembra che ci sia un accanimento a mantenere il potere», ha confidato Attal, che guida il partito macronista ma, per sua stessa ammissione, parla ormai pochissimo con il capo dello Stato. Altri lo hanno già abbandonato. L’influente Alain Minc, che l’aveva introdotto nell’establishment e sostenuto nella sua scalata al potere, lo liquida adesso con parole taglienti. «È il peggior presidente della Quinta repubblica. Spero che non ne sarà anche il becchino». Perfino il mondo economico, un tempo roccaforte del macronismo, comincia a voltargli le spalle. Il presidente del Medef, la confindustria, stima che l’instabilità provocata dallo scioglimento del parlamento deciso un anno e mezzo fa sia già costata almeno 9 miliardi di euro.

Nel cerchio ristretto dell’Eliseo raccontano un Macron «determinato a combattere». Domani la cerimonia per l’ingresso al Panthéon di Robert Badinter, l’uomo che abolì la pena di morte, dovrebbe rappresentare una tregua di solennità nazionale. L’Eliseo vorrebbe preservare questa giornata dal caos. Se il presidente non annuncerà nulla entro stasera, potrebbe rinviare la sua decisione alla prossima settimana o persino a inizio 2026, dopo un ultimo tentativo di far approvare la legge di bilancio con un governo a tempo.

Nuove elezioni legislative potrebbero dimezzare i deputati macronisti, una débâcle annunciata. L’ipotesi di dimissioni invece «non esiste», ribadiscono gli ultimi fedelissimi. Chi cerca ancora di ragionare, senza farsi accecare dall’ostilità verso Macron, vede che non ci sono buone soluzioni. Un’elezione presidenziale anticipata, organizzata in 35 giorni come impone la Costituzione, sarebbe una corsa folle che favorirebbe solo gli estremi. In uno scenario del genere, una vittoria di Marine Le Pen o Jean-Luc Mélenchon non sarebbe più inverosimile. I candidati moderati, come Raphaël Glucksmann, non avrebbero nemmeno il tempo di organizzarsi.

«Creerebbe un grave precedente», sottolinea il costituzionalista Benjamin Morel. «Ogni volta che la situazione non piacerebbe più all’opinione pubblica si chiederebbero le dimissioni del capo dello Stato. Ci sarebbe un oggettivo indebolimento dell’istituzione presidenziale». E anche un nuovo presidente, nota Morel, rischierebbe di trovarsi paralizzato se arrivasse dopo nuove legislative. L’articolo 12 della Costituzione vieta di sciogliere due volte il Parlamento nello stesso anno. Una regola pensata per garantire stabilità, che si trasforma in trappola. Se invece, come chiede Philippe, ci fosse una presidenziale non è escluso che dalle urne potrebbe uscire una maggioranza relativa dominata dal Rassemblement National. Macron deve sciogliere un’equazione quasi impossibile. In queste ore incerte l’unico precedente a cui tutti guardano è quello di Charles de Gaulle che, nel 1969, dopo la sconfitta del referendum, scelse l’addio. Il Generale aveva però legato il suo destino a un voto popolare. Se Macron decidesse di lasciare l’Eliseo lo farebbe non per scelta, ma perché spinto da una pressione politica e popolare divenuta insostenibile. Senza neppure la garanzia di riportare stabilità alla Francia.

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