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L’intesa di pace a Gaza approvata da un governo israeliano diviso. I dubbi ancora sul tavolo

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Lunga attesa prima del voto dei ministri ritardato dalle minacce della destra. Kushner e Witkoff a Gerusalemme per vigilare sull’approvazione. “Ostaggi liberi entro martedì”, ancora da chiarire le liste dei palestinesi da liberare
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GERUSALEMME – Non è ancora finita: lo ripete la gente nelle strade, lo gridano gli ex ostaggi e i loro parenti a Tel Aviv, lo dicono tesissimi alcuni dei migliori analisti israeliani. Non è finita, molto può ancora andare male: dopo la gioia della notte fra mercoledì e giovedì, Israele ieri ha vissuto una giornata al cardiopalma, nell’attesa del voto del governo sull’accordo che in mattinata le delegazioni del governo e di Hamas sotto l’occhio vigile dei rappresentanti dei mediatori arabi e degli Stati Uniti hanno siglato a Sharm el Sheikh. E, ancora di più, nell’attesa di riabbracciare i venti uomini che due anni fa sono stati rapiti dal Sud del Paese e dare sepoltura alle 28 persone che quel giorno sono state uccise o sono morte in prigionia. Solo a tarda notte il governo ha approvato il piano e la speranza ha vinto sulla paura. Il cessate il fuoco è entrato in vigore immediatamente.

«Dobbiamo continuare a combattere fino a quando non arriveranno. Continuare a pregare. Continuare a …

GERUSALEMME – Non è ancora finita: lo ripete la gente nelle strade, lo gridano gli ex ostaggi e i loro parenti a Tel Aviv, lo dicono tesissimi alcuni dei migliori analisti israeliani. Non è finita, molto può ancora andare male: dopo la gioia della notte fra mercoledì e giovedì, Israele ieri ha vissuto una giornata al cardiopalma, nell’attesa del voto del governo sull’accordo che in mattinata le delegazioni del governo e di Hamas sotto l’occhio vigile dei rappresentanti dei mediatori arabi e degli Stati Uniti hanno siglato a Sharm el Sheikh. E, ancora di più, nell’attesa di riabbracciare i venti uomini che due anni fa sono stati rapiti dal Sud del Paese e dare sepoltura alle 28 persone che quel giorno sono state uccise o sono morte in prigionia. Solo a tarda notte il governo ha approvato il piano e la speranza ha vinto sulla paura. Il cessate il fuoco è entrato in vigore immediatamente.

«Dobbiamo continuare a combattere fino a quando non arriveranno. Continuare a pregare. Continuare a mandare energia positiva fino all’istante in cui non passeranno il confine. Non sarà finita fino a quando non saranno qui», ha gridato dalla piazza degli ostaggi di Tel Aviv Omer Shem Tov, uscito dai tunnel a febbraio. Ad ascoltarlo c’erano migliaia di persone arrivate in maniera spontanea in quello che per due anni è stato l’epicentro delle proteste. Qualcuno ieri proponeva già di cambiare nome allo spiazzo di fronte al museo di Tel Aviv: da Piazza degli Ostaggi a Piazza dei Ritornati. Ma per questo ci sarà tempo. «Mi manca l’aria, non riesco a respirare. Sogno solo di vedere Matan dormire nel suo letto», ha detto Einav Zangakauer, mamma simbolo del movimento per il ritorno degli ostaggi.

Quanto ancora dovranno aspettare genitori, familiari, amici e milioni di israeliani ancora non è chiaro: la liberazione dei rapiti, prevede l’accordo, deve avvenire entro 72 ore dall’approvazione del piano da parte del governo. In Israele gli ospedali sono già in stato d’allerta: i medici sono ben consapevoli che chi arriverà sarà in condizioni ben peggiori di chi è uscito finora.

Meno cibo, più tempo nei tunnel, più bombardamenti. «Sono in pericolo di vita. Lo sappiamo per certo», ha detto ai giornalisti il dottor Hagai Levine, che dall’inizio con le informazioni disponibili cerca di monitorare a distanza le condizioni dei rapiti. Fino a ieri notte – complici le minacce dei ministri dell’ultradestra Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich – il sì definitivo del governo non era arrivato: e dunque, il conto alla rovescia non era scattato.

Per assicurarsi che nulla andasse storto con il buio a Gerusalemme sono arrivati dall’Egitto gli inviati di Donald Trump Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente. In attesa che nelle prossime ore o nei prossimi giorni si materializzi il presidente in persona: dovrebbe partire da Washington domenica, in tempo per un’operazione di liberazione che – secondo i calcoli americani – avverrà fra lunedì e martedì.

Ma da queste parti nulla è certo. Sul tavolo ci sono ancora diversi punti da chiarire: le liste e i nomi dei prigionieri palestinesi che saranno liberati, i termini del disarmo di Hamas, chi e cosa garantirà davvero che Israele – come ha già fatto in passato – non faccia marcia indietro rispetto al patto firmato. La dichiarazione che «la guerra è finita» venuta dagli americani per ora sembra aver placato le richieste del movimento islamista. Che ha fatto sapere di stare già lavorando per l’uscita degli ostaggi in vita, mentre sarà più complicata o richiederà tempo l’estrazione dei corpi dei morti: Turchia, Qatar ed Egitto dovrebbero contribuire su questo, inviando a Gaza macchinari e squadre specializzate. Prima di loro, nella Striscia entreranno i camion con gli aiuti umanitari: 400 nei primi giorni, per poi aumentare progressivamente, con le Nazioni Unite pronte a portare dentro materiale che da tempo è bloccato ai valichi. Ad aspettare cibo, medicine, tende e scavatrici ci sono due milioni di persone provate da due anni di una guerra feroce. Che neanche ieri si è fermata del tutto: i bombardamenti su Gaza City sono stati confermati a Repubblica da due fonti nella zona. Il ministero della Salute della Striscia ha parlato di 17 morti: meno della media di queste ultime settimane che era fra i 50 e i 60 al giorno, ma troppi per un conflitto che dovrebbe essere giunto al capitolo finale. Quando era già notte è arrivata la notizia che un bombardamento avrebbe colpito la zona est della città, con molte persone intrappolate sotto alle macerie: un attacco non ancora confermato ma che – qualora ce ne fosse ancora bisogno – indica l’urgenza di uno stop immediato ai combattimenti. Lo attendono con ansia le migliaia di persone che ieri a Gaza hanno festeggiato la prospettiva della fine con feste in strade, spiagge e tra le tende. Quello che è sul tavolo è un accordo importante non solo perché mette fine a una carneficina che nella Striscia dura da due anni. Ma anche perché è disegnato per arginare un terremoto regionale che ha visto Israele esercitare il suo predominio militare anche contro Libano, Yemen, Siria e Iran. Lo ha capito la finanza mondiale: ieri, dopo mesi in discesa, lo shekel (la moneta nazionale) ha ricominciato a guadagnare valore sia contro il dollaro che contro l’euro.

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