Gaza, entrano i primi aiuti. Msf: “Qui serve tutto, anche personale. Niente limiti all’accesso”
di Alessia Candito“Iniziamo a vedere i primi camion di aiuti. Sappiamo che ne entreranno seicento sia umanitari, sia di cibo. Noi speriamo che non ci si fermi perché qui serve tutto”. Rosa Mazzone, operatrice di Medici senza frontiere, parla da una Deir el Balah silenziosa. “È la prima volta in due anni che non sentiamo il perenne ronzio dei droni, i bombardamenti, è straniante, sembra quasi minaccioso”. Sono passati un paio di giorni dall’inizio della prima fase dell’accordo firmato da Israele e Hamas, con la mediazione di Stati Uniti, Turchia, Qatar ed Egitto, e poco più di ventiquattro ore da quando le bombe hanno smesso di cadere e i soldati di sparare. Una fase, dice Mazzone, che si vive “con speranza perché c’è bisogno di credere a un futuro, ma anche cautela perché anche a marzo, prima della rottura unilaterale del cessate il fuoco da parte di Israele, si era iniziato a sperare, salvo poi ripiombare in un inferno ancora più nero”. E in cui si tira il fiato e si ha il tempo di pensare a chi si è …
“Iniziamo a vedere i primi camion di aiuti. Sappiamo che ne entreranno seicento sia umanitari, sia di cibo. Noi speriamo che non ci si fermi perché qui serve tutto”. Rosa Mazzone, operatrice di Medici senza frontiere, parla da una Deir el Balah silenziosa. “È la prima volta in due anni che non sentiamo il perenne ronzio dei droni, i bombardamenti, è straniante, sembra quasi minaccioso”. Sono passati un paio di giorni dall’inizio della prima fase dell’accordo firmato da Israele e Hamas, con la mediazione di Stati Uniti, Turchia, Qatar ed Egitto, e poco più di ventiquattro ore da quando le bombe hanno smesso di cadere e i soldati di sparare. Una fase, dice Mazzone, che si vive “con speranza perché c’è bisogno di credere a un futuro, ma anche cautela perché anche a marzo, prima della rottura unilaterale del cessate il fuoco da parte di Israele, si era iniziato a sperare, salvo poi ripiombare in un inferno ancora più nero”. E in cui si tira il fiato e si ha il tempo di pensare a chi si è perso – Msf conta quindici dei suoi uccisi – e a chi potrebbe tornare, come Mohamed Obeid, chirurgo di Medici senza frontiere, sequestrato mesi fa e ancora in carcere senza accuse formali.
Di cosa c’è più urgenza in questo momento?
“Manca tutto, serve tutto. A partire dal carburante per i generatori che servono per alimentare incubatrici, ventilatori per la respirazione assistita, le sale. Qui anche gli antibiotici e gli antidolorifici sono diventati beni di lusso. Le nostre scorte sono quasi totalmente terminate. Servono alimenti e farmaci specifici per la malnutrizione, ma anche farmaci per curare malattie croniche”.
Sapete già come verranno distribuiti?
“Al momento ci hanno comunicato che entreranno nella Striscia con la supervisione dell’Oms, che gestirà anche la logistica. Per il resto, sappiamo che quattro centri della Gaza Humanitarian Foundation sono stati già smantellati e per altri due la procedura è in corso. Ma al momento non è molto chiaro cosa succederà”.
Gaza, i camion carichi di aiuti umanitari pronti per entrare nella Striscia attraverso Rafah
Come avete fatto a lavorare per mesi senza farmaci e dispositivi essenziali?
“Abbiamo dovuto mettere a punto un doppio triage. Il primo assegna le priorità ai pazienti sulla base della capacità di sopravvivenza, il secondo in base ai farmaci di cui disponiamo. Non ci sono più morfina, antidolorifici, scarseggiano le garze, non abbiamo anestetici. Spesso abbiamo dovuto fare amputazioni senza poter sedare il paziente e senza poterlo assistere dopo”.
Venivano dimessi subito?
“Gli ospedali erano e sono così pieni che un paziente viene mandato a casa dopo ventiquattro ore. E casa nella migliore delle ipotesi significa una tenda, in una situazione igienico-sanitaria precaria, senza avere accesso ad acqua potabile, cibo, farmaci. Abbiamo visto le infezioni consumare le persone in pochi giorni, diffondersi con rapidità impressionante, obbligando i medici ad amputazioni e trattamenti ancor più invalidanti. Non ci sono le forze per assistere tutti”.
È previsto anche l’accesso di personale umanitario?
“Al momento non lo sappiamo, speriamo di sì e speriamo vivamente che nessuno ponga limiti. Qui c’è bisogno di tutte le forze disponibili, anche solo per dare il cambio ai colleghi palestinesi che dopo due anni sono stremati. Non si sono mai fermati, non hanno potuto permetterselo. Molti sono diventati anche un obiettivo”.
Qualcuno obietta che con la fine dei bombardamenti non ci sia poi troppa urgenza di rafforzare i presidi sanitari
“Il grado di devastazione che c’è a Gaza è inimmaginabile da fuori, così come lo stato in cui versa la popolazione. La carestia è stata ufficialmente dichiarata solo qualche mese fa, ma qui abbiamo a che fare con corpi consumati da due anni di fame e di stenti, il recupero è lungo, così come sono lunghi i trattamenti di chi ha subito ferite o amputazioni. In più ci sono tutti i pazienti cronici, che per anni sono stati costretti spesso a rinunciare alle cure. E donne che devono poter tornare a partorire in ospedale”
Che impressione vi ha fatto sapere che una nave di medici e infermieri sia stata fermata a poche miglia da Gaza?
“Fa rabbia. Ma dopo aver visto l’orrore del doppio attacco sull’ospedale Nasser, con le prime bombe usate per colpirlo e la seconda salva per uccidere anche i soccorritori, temo che tutti più o meno ce lo aspettassimo. La comunità internazionale per troppo tempo è rimasta inerte di fronte a tutto questo”.
La vostra priorità in questo momento qual è?
“Gaza City. Siamo dovuti andare via perché non c’erano più le condizioni di sicurezza per operare, ma indietro sono rimasti i più fragili: anziani, malati, bambini e donne sole, i più poveri che non avevano i mezzi, anche economici, per sfollare. E sono 900mila persone. Temiamo lo scenario che saremo costretti ad affrontare”
Programmate di tornarci?
“Una squadra potrebbe partire a breve per verificare sul terreno quale sia la situazione e un’altra più corposa la seguirà appena avremo chiare le condizioni in cui operare. Ma c’è urgenza di tornare lì, anche perché in molti che erano fuggiti a Sud si stanno spostando. Le persone preferiscono dormire fra le macerie di quella che era la propria casa piuttosto che sulla sabbia qui”.
Nel prossimo futuro quali saranno le principali necessità?
“C’è bisogno di un accesso incondizionato di aiuti e operatori umanitari. Bisogna aumentare le cliniche, rafforzare le strutture e gli ospedali esistenti. Ma soprattutto è fondamentale non distogliere l’attenzione da Gaza perché questa è solo la prima fase di un percorso irto di ostacoli e dall’esito incerto. Noi sappiamo che gli arti delle persone non ricresceranno, ma qui c’è bisogno di ricostruire le persone traumatizzate da anni di orrore. L’inferno è nulla rispetto a quello che è successo nella Striscia e questo è dovuto anche all’impunità resa possibile dal totale disinteresse della comunità internazionale. Spero che questo cessate il fuoco non distolga nuovamente l’attenzione”.