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Il summit a Sharm, polizia di Hamas a controllare la Striscia. I dubbi sulla seconda fase

(afp)

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A Sharm el-Sheikh presente mezzo mondo ma assenti le parti in causa. Resta vago il percorso verso i due Stati
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WASHINGTON – La pace bisogna farla con i nemici. Se questo adagio è vero, dalle assenze alla cerimonia di ieri a Sharm el Sheikh si capisce quanto sarà complicato trasformare il successo ottenuto dal presidente Trump con la prima fase dell’accordo su Gaza, e la struggente liberazione degli ostaggi, nel nuovo paradigma su cui punta per il futuro dell’intero Medio Oriente come «centro geografico del mondo e crocevia di culture e commerci».

C’era mezzo mondo nella sala, e questo è un evidente tributo non solo al risultato pratico già ottenuto dal presidente americano, ma anche alle promesse che potrebbe serbare per il futuro: «La Terza guerra mondiale non comincerà qui. Spero non cominci proprio, se saremo intelligenti, ma di sicuro non qui». Putin e Xi sono avvisati, perché gli altri due fronti potenziali sono la Russia con l’Ucraina e la Cina con Taiwan. Per varie ragioni, però, mancavano il premier israeliano Netanyahu e i rappresentanti di Hamas, le chiavi per realizzare la fase…

WASHINGTON – La pace bisogna farla con i nemici. Se questo adagio è vero, dalle assenze alla cerimonia di ieri a Sharm el Sheikh si capisce quanto sarà complicato trasformare il successo ottenuto dal presidente Trump con la prima fase dell’accordo su Gaza, e la struggente liberazione degli ostaggi, nel nuovo paradigma su cui punta per il futuro dell’intero Medio Oriente come «centro geografico del mondo e crocevia di culture e commerci».

C’era mezzo mondo nella sala, e questo è un evidente tributo non solo al risultato pratico già ottenuto dal presidente americano, ma anche alle promesse che potrebbe serbare per il futuro: «La Terza guerra mondiale non comincerà qui. Spero non cominci proprio, se saremo intelligenti, ma di sicuro non qui». Putin e Xi sono avvisati, perché gli altri due fronti potenziali sono la Russia con l’Ucraina e la Cina con Taiwan. Per varie ragioni, però, mancavano il premier israeliano Netanyahu e i rappresentanti di Hamas, le chiavi per realizzare la fase due a Gaza, e l’Iran, da cui invece passa la possibilità di costruire una pace complessiva e duratura nell’intera regione, anche se tutti i Paesi arabi sunniti decidessero di entrare negli Accordi di Abramo, come ha auspicato il capo della Casa Bianca.

Trump ha scelto una strategia irrituale e pragmatica, come dimostra il via libera all’incontro di persona fra i suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner con la delegazione di Hamas, per dare garanzie sul fatto che avrebbe impedito a Netanyahu di riprendere la guerra dopo il rilascio degli ostaggi e chiudere l’intesa. Stesso discorso quando, mentre l’Air Force One lo portava da Israele a Sharm, ha detto che il gruppo responsabile per l’attacco del 7 ottobre ora vuole «fermare i problemi», quindi «abbiamo dato l’approvazione per un periodo di tempo» di schierare le sue forze di sicurezza in alcune aree della Striscia per impedire vuoti di potere. I dettagli della seconda fase però restano incerti, come il disarmo di Hamas, l’esilio dei suoi leader, il completamento del ritiro israeliano.

Per non parlare delle modalità della ricostruzione e le prospettive per la nascita di uno Stato palestinese. Il capo dell’Autorità Abu Mazen era presente a Sharm ed è pronto a svolgere un ruolo, ma le decisioni vere spettano a Netanyahu e al gruppo terroristico, che non c’erano. Il premier perché non voleva stare nella stessa stanza con Abbas, ma anche perché Turchia e Iraq hanno posto il veto sulla sua presenza. Hamas perché nessuno voleva legittimarlo, visto che l’accordo gli nega qualsiasi ruolo politico nel futuro di Gaza. Ciò dimostra quanto resti difficile definire i dettagli della seconda fase e applicarli.

Forse trappole ancora più pericolose minacciano poi il progetto per la pace complessiva in Medio Oriente. Durante il discorso alla Knesset è stato lo stesso Trump a dire quanto sarebbe bello se l’Iran entrasse negli Accordi di Abramo, ma la reazione degli israeliani non è stata entusiastica. Il presidente ha giurato che ora c’è la fila per entrare, ma gli analisti concordano nell’ammonire che dopo due anni di guerra nella Striscia e migliaia di morti palestinesi, per la stessa Arabia Saudita è diventato difficile riconoscere Israele, almeno fino a quando Netanyahu sarà premier, e comunque sarebbe impossibile farlo senza almeno l’abbozzo di un percorso verso la soluzione dei due Stati. Se questo è vero per Riad, figuriamoci per Teheran.

Trump è sincero quando dice che vorrebbe l’Iran negli Accordi, e si dichiara pronto a togliere le sanzioni, però la convenienza economica non è mai l’unica ragione che guida le scelte in Medio Oriente. Hamas in caso di rifiuto rischiava l’obliterazione militare, ma dopo i raid contro il programma nucleare iraniano il capo della Casa Bianca ha negato di voler andare oltre. A meno che non cambi idea, serve altro per portare al tavolo anche gli ayatollah.

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