Trump ha cambiato idea. Due giorni fa, liquidò le esecuzioni di Hamas come un regolamento di conti con le gang che non l’aveva disturbato più di tanto, ieri ha scritto che se «continuano a uccidere persone a Gaza, cosa che non era prevista dall’accordo, non avremo altra scelta che entrare e ucciderli». Il linguaggio del presidente americano tradisce la difficoltà degli americani e dei mediatori arabi di chiudere la cosiddetta fase uno del piano per la tregua e far avanzare i negoziati sulla fase due, che dovrebbe sciogliere alcuni dei nodi più delicati: la forza di stabilizzazione internazionale che dovrebbe occuparsi della sicurezza nella Striscia, l’amministrazione provvisoria di Gaza, e soprattutto il disarmo di Hamas. Aspetti cruciali per capire se il piano di Trump porterà davvero a un cessate il fuoco stabile.
La tregua resta fragile. Gli israeliani sostengono che il gruppo islamista stia ritardando volutamente la consegna dei corpi degli ostaggi morti, ne mancano all’appel…
Trump ha cambiato idea. Due giorni fa, liquidò le esecuzioni di Hamas come un regolamento di conti con le gang che non l’aveva disturbato più di tanto, ieri ha scritto che se «continuano a uccidere persone a Gaza, cosa che non era prevista dall’accordo, non avremo altra scelta che entrare e ucciderli». Il linguaggio del presidente americano tradisce la difficoltà degli americani e dei mediatori arabi di chiudere la cosiddetta fase uno del piano per la tregua e far avanzare i negoziati sulla fase due, che dovrebbe sciogliere alcuni dei nodi più delicati: la forza di stabilizzazione internazionale che dovrebbe occuparsi della sicurezza nella Striscia, l’amministrazione provvisoria di Gaza, e soprattutto il disarmo di Hamas. Aspetti cruciali per capire se il piano di Trump porterà davvero a un cessate il fuoco stabile.
La tregua resta fragile. Gli israeliani sostengono che il gruppo islamista stia ritardando volutamente la consegna dei corpi degli ostaggi morti, ne mancano all’appello 19. Hamas afferma di aver restituito tutti quelli che è riuscito a recuperare. Le famiglie degli ostaggi israeliani hanno chiesto a Netanyahu di «sospendere immediatamente l’attuazione di qualsiasi ulteriore fase dell’accordo finché Hamas continuerà a violare palesemente i suoi obblighi» sulla restituzione dei rapiti. Il premier israeliano ha discusso della questione con Trump ieri sera, e avrebbe concordato con il presidente Usa le misure da adottare se non verranno restituite tutte le salme. «Sono impegnato a riportare a casa tutti gli ostaggi, fino all’ultimo. Siamo determinati a raggiungere la vittoria completa», ha detto Netanyahu. «So esattamente quanti corpi Hamas detiene e, se non li otteniamo, Israele saprà come agire di conseguenza».
I miliziani invece accusano Israele di aver violato il cessate il fuoco uccidendo almeno 24 persone da venerdì. Ieri in un attacco aereo israeliano a Khan Younis, nel sud di Gaza, sono morte due persone, secondo fonti mediche palestinesi. L’esercito ha spiegato di aver aperto il fuoco contro individui «che erano usciti da un tunnel e si erano avvicinati alle truppe». Il problema resta: la linea gialla oltre la quale si sono ritirate le Idf, che controllano ancora il 53% dell’enclave, non è un confine demarcato, e il rischio che i civili che si spostano per tornare alle loro case finiscano per essere bersagli è alto.
La tensione sul campo e la disputa dei corpi hanno fatto slittare ancora la riapertura del valico di Rafah, al confine con l’Egitto, che potrebbe avvenire domenica. I preparativi sono in corso, ma la porta servirà solo al transito delle persone. I palestinesi rifugiati in Egitto hanno già ricevuto dalle autorità la chiamata a registrarsi se vogliono tornare nella Striscia appena sarà possibile, ma ci si aspetta anche un movimento contrario, in uscita da Gaza, di malati e feriti e di chi cercherà di andarsene perché nella Striscia non gli è rimasto più nulla. Gli aiuti umanitari invece continueranno a entrare solo dai valichi israeliani, tra cui quello di Kerem Shalom. Mercoledì Israele ha dichiarato di aver autorizzato 600 camion. Una «buona base», ma non sufficiente, ripete l’Onu. Per Hamas, non è che una «goccia nell’oceano» dei bisogni di Gaza. Una delegazione del gruppo, guidata da Khalil al-Hayya, è arrivata al Cairo per incontrare le altre fazioni palestinesi e i mediatori, che lavorano parallelamente alla missione di stabilizzazione. La Turchia ha già dato disponibilità a inviare i suoi soldati.