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Cede anche Pokrovsk, Mosca avanza nel cuore del Donetsk

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I russi sono entrati nella roccaforte difesa dalla brigata Azov e ora controllano la zona meridionale della città e la stazione
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ROMA – I russi sono entrati a Pokrovsk. Il bastione della difesa ucraina resisteva da un anno, ma sono ormai nel cuore della città. Era la bandiera della resilienza, dimostrava l’incapacità di Mosca di conquistare i suoi obiettivi dichiarati, ma la coperta è sempre più corta. Per proteggere una roccaforte vitale le forze armate di Kiev avevano spostato lì le truppe migliori come gli Azov, gli ex volontari nazionalisti divenuti corpo d’élite dell’esercito ucraino; ma così hanno sguarnito altri fronti, e i russi avanzano più a sud nelle regioni di Dnipropetrovsk e Zaporizhzhia.

Dopo mesi di tritacarne, gli incursori russi sono entrati stabilmente in città occupandone il versante sud occidentale. Controllano quasi interamente la parte meridionale fino alla stazione: per due anni, sui binari che oggi sono un cimitero di fanti erano partiti migliaia di treni con le famiglie ucraine, costrette ad abbandonare città e villaggi distrutti e conquistati come Avdeevka e Bakhmut, come Chasiv Yar …

ROMA – I russi sono entrati a Pokrovsk. Il bastione della difesa ucraina resisteva da un anno, ma sono ormai nel cuore della città. Era la bandiera della resilienza, dimostrava l’incapacità di Mosca di conquistare i suoi obiettivi dichiarati, ma la coperta è sempre più corta. Per proteggere una roccaforte vitale le forze armate di Kiev avevano spostato lì le truppe migliori come gli Azov, gli ex volontari nazionalisti divenuti corpo d’élite dell’esercito ucraino; ma così hanno sguarnito altri fronti, e i russi avanzano più a sud nelle regioni di Dnipropetrovsk e Zaporizhzhia.

Dopo mesi di tritacarne, gli incursori russi sono entrati stabilmente in città occupandone il versante sud occidentale. Controllano quasi interamente la parte meridionale fino alla stazione: per due anni, sui binari che oggi sono un cimitero di fanti erano partiti migliaia di treni con le famiglie ucraine, costrette ad abbandonare città e villaggi distrutti e conquistati come Avdeevka e Bakhmut, come Chasiv Yar o Toretsk. L’ultimo treno è partito il 5 settembre 2024: ora è caduta anche la stazione.

Tra i palazzi devastati, tra mozziconi di case e calcinacci fumanti, combattono muro a muro i fanti, muoiono uno a uno i civili. Ci sono video ripresi da droni: ecco un uomo a terra accanto alla sua bicicletta, una donna è sdraiata a braccia aperte in una pozza di sangue, là un cadavere tra i binari. Puro orrore, gli ucraini accusano i soldati russi di una nuova Bucha ma occorre verificarne l’autenticità, e accertare contesto e responsabilità. La strage di civili va avanti da mesi, qui. Molti non hanno voluto lasciare la città nemmeno sotto l’urlo costante delle bombe plananti e il ronzio assassino dei droni, che hanno trasformato mezza Pokrovsk in un cimitero di cemento annerito dal fumo.

In città vivevano 60mila persone prima della guerra. Quasi altrettante nella vicinissima Myrnograd: due città minerarie divise solo amministrativamente, è una conurbazione e stanno cadendo insieme: i russi sono entrati anche lì dalla parte opposta, e avanzano per chiudere il sacco. Le forze armate ucraine restano in controllo, ma le vie logistiche sono andate: restano solo passaggi notturni nei campi. Anche ritirarsi non sarà semplice, se verrà deciso.

Lo schiaccianoci diplomatico si serra intorno al presidente Zelensky. Trump gli chiede di cedere, Putin vuole il Donbass e il Paese smilitarizzato: non è disposto a farlo, certamente non senza l’ammissione nella Nato, o garanzie vincolanti americane che Trump non concede. In cambio, Putin offre la sua rinuncia a prendersi il resto delle regioni di Zaporizhzhia e Kherson. Le ha iscritte in Costituzione, sì, ma non ne ha fissato i confini.

Putin vuole dunque che gli ceda senza combattere le città fortezza degli ucraini nel Donbass. In quel caso, dice, fermerebbe bombe e carri, altrimenti le conquisterà nel sangue. La regione di Lugansk l’ha già per intero, gli manca una fetta di quella di Donetsk coi suoi gioielli: il capoluogo del Donbass sotto controllo ucraino — Kramatorsk — e la vicina Sloviansk. Prenderle sarebbe decisivo: nel 2014 ci provò inutilmente “Strelkov”, il colonnello dei servizi russi Igor Girkin che guidava i filorussi del Donbass. Sono nel mirino da sempre, ma l’orografia le rende difficili da espugnare. I russi si avvicinano da Toretsk e Chasiv Yar, già occupate, passando per Kostiantynivka e Druzkivka; e da Lyman, più a nord, e da Dobropilla, più a sud. Sono già a tiro di artiglieria.

Se Zelensky cedesse il Donbass che ancora controlla, accetterebbe ufficialmente i russi ai confini di Dnipro e Zaporizhzhia lungo un fronte infinito e non difeso. Concederebbe a Putin una vittoria simbolica col riconoscimento della Crimea, il possesso del Donbass e di parte delle regioni di Zaporizhzhia e Kherson, di Dnipropetrovsk e Kharkiv e Sumy. Con la fine della sanzioni e il rientro nella comunità internazionale sarebbe un gran bottino per una razzia costata migliaia di morti. Ma resistere con il solo aiuto degli europei è una scommessa rischiosa: 7 importanti bastioni ucraini sono quasi circondati o sotto attacco, con i russi alle porte o tra le case: oltre a Pokrovsk e Myrnograd ci sono Siversk e Kupyansk, Lyman, Vovchansk e Kostiantinyivka. Il fronte tiene, ma i fanti sono sempre meno e la situazione è critica.

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