IL CAIRO – Un tempo Beit Hanoun era il giardino di Gaza, una delle zone agricole più fertili della Striscia. La casa di Haitham era in centro, «piccola ma confortevole». Avrebbe voluto tornarci, dopo il cessate il fuoco, per vedere cosa è rimasto e magari provare a ricostruire. Ma Beit Hanoun non è più il granaio di Gaza, è una distesa di macerie e una “kill zone”, un’area in cui si viene uccisi. L’intera fascia orientale di Gaza, il sud e il confine nord lo sono, lungo la cosiddetta Linea gialla che delimita la zona occupata dagli israeliani e divide in due la Striscia: a est tank e soldati dell’Idf, che controllano il 53% del territorio, a ovest la popolazione civile stretta tra Hamas e la devastazione.
Haitham ha paura che non sia una ritirata temporanea: «Vogliono la nostra terra», dice. Ieri mattina, i militari hanno sparato contro un gruppo di persone che si era spinto troppo in là: tre morti. È successo molte volte dal cessate il fuoco perché nonostante le mappe pubblicate…
IL CAIRO – Un tempo Beit Hanoun era il giardino di Gaza, una delle zone agricole più fertili della Striscia. La casa di Haitham era in centro, «piccola ma confortevole». Avrebbe voluto tornarci, dopo il cessate il fuoco, per vedere cosa è rimasto e magari provare a ricostruire. Ma Beit Hanoun non è più il granaio di Gaza, è una distesa di macerie e una “kill zone”, un’area in cui si viene uccisi. L’intera fascia orientale di Gaza, il sud e il confine nord lo sono, lungo la cosiddetta Linea gialla che delimita la zona occupata dagli israeliani e divide in due la Striscia: a est tank e soldati dell’Idf, che controllano il 53% del territorio, a ovest la popolazione civile stretta tra Hamas e la devastazione.
Haitham ha paura che non sia una ritirata temporanea: «Vogliono la nostra terra», dice. Ieri mattina, i militari hanno sparato contro un gruppo di persone che si era spinto troppo in là: tre morti. È successo molte volte dal cessate il fuoco perché nonostante le mappe pubblicate sui social dai portavoce dell’Idf, i gazawi non sanno quali siano i nuovi confini della loro Gaza. «Le abbiamo viste, le mappe, ma non sappiamo dove sia la linea gialla», conferma Sami, che vive a Gaza City. Da qualche giorno l’Idf ha cominciato a tracciare il limite con blocchi di cemento gialli sormontati da un pannello dello stesso colore. Sono alti 3 metri e mezzo, a 200 metri l’uno dall’altro. I soldati hanno ordine di sparare contro chiunque si avvicini. È un confine militare ma è anche una leva politica.
Gli americani, i mediatori, sanno che la smilitarizzazione di Gaza, prevista dal piano Trump, non sarà facile né breve, e la minaccia che l’occupazione israeliana da «temporanea» diventi permanente può essere usata per fare pressioni su Hamas e costringerla a disarmare. La scorsa settimana, a Washington, durante un briefing con i giornalisti, due consiglieri di Trump hanno rivelato che gli Stati Uniti e gli israeliani puntano a istituire «una zona sicura» oltre la Linea gialla dove i civili palestinesi che temono Hamas possano rifugiarsi. Le “zone libere da Hamas e dal terrorismo” saranno ricostruite per prime, scrive il Times of Israel citando fonti americane, e «si spera possano essere un esempio di ciò che potrebbe essere possibile in tutta l’area se questo programma avrà successo».
Il primo posto dove potrebbero arrivare case prefabbricate, reti elettriche e idriche ripristinate, è Rafah, la città del sud che è stata completamente rasa al suolo dall’Idf, che continua a controllarla. Lì opera il clan Shabab, una delle milizie “amiche”, finanziate e armate dagli israeliani. La spartizione di Gaza dunque è strettamente intrecciata con la partita della ricostruzione, su cui, dopo i trionfalismi di Sharm el Sheikh, già si accendono rivalità e competizioni regionali.
Sauditi ed emiratini, potenziali finanziatori molto danarosi, hanno chiarito che non investiranno soldi nelle aree controllate da Hamas ed entrambi diffidano del protagonismo di Qatar e Turchia, sostenitori della Fratellanza musulmana. Timori che il leader dei democratici israeliani, Yair Golan, ha esplicitato in un duro editoriale su Haaretz: «I quattro paesi che hanno firmato l’accordo di Sharm – Egitto, Qatar, Turchia e Stati Uniti – hanno creato una pericolosa realtà in cui coloro che detengono le chiavi della sicurezza regionale e della futura ricostruzione di Gaza sono proprio i Paesi che hanno sostenuto Hamas, lo hanno finanziato e protetto nel corso degli anni», ha scritto. «È importante notare chi non c’era: l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, i Paesi arabi moderati e pragmatici con cui Israele ha instaurato una cooperazione senza precedenti».
A novembre l’Egitto ospiterà una conferenza sulla ricostruzione, a cui dovrebbero partecipare le organizzazioni internazionali, gli stati donatori, la Lega Araba, l’Autorità Nazionale Palestinese, gli europei, imprese private. Le Nazioni Unite stimano in 70 miliardi il costo per ridare vita all’enclave palestinese. «In quella sede dovrebbero chiarirsi alcuni passaggi fondamentali riguardo al destino politico e materiale di Gaza, dalla futura amministrazione della Striscia al mandato della forza di stabilizzazione, che al momento sono piuttosto nebulose», confida un diplomatico europeo. Francesi e sauditi stanno lavorando a una risoluzione per dare un mandato Onu alla forza di stabilizzazione, come chiedono anche gli americani.