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Sanzioni Usa sul petrolio russo: perché ora e quali effetti avranno

(reuters)

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Mettono di fatto sulla “lista nera” la Rosneft, un’azienda petrolifera di stato controllata da Igor Sechin, stretto alleato di Putin, e la Lukoil, una società petrolifera privata. Si tratta di misure particolarmente severe, a cui Washington non aveva ancora fatto ricorso, ma la loro potenziale efficacia dipende anche da come verranno fatte rispettare
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LONDRA – Donald Trump ha definito “tremendous” le nuove sanzioni, imposte dagli Stati Uniti alle due maggiori aziende petrolifere della Russia come strumento di pressione per spingere Vladimir Putin a mettere fine alla guerra in Ucraina: un termine traducibile con “enormi, eccezionali, straordinarie, formidabili”, insomma qualcosa di “tremendo”, come suggerisce la parola in inglese. Effettivamente si tratta di misure particolarmente severe, a cui Washington non aveva ancora fatto ricorso, ma la loro potenziale efficacia dipende anche da come verranno fatte rispettare, specie per quanto riguarda sanzioni secondarie, ovvero dirette contro Paesi che fanno affari con Mosca. Ecco perché la Casa Bianca ha deciso una mossa simile, in che cosa consiste esattamente e quali conseguenze può avere sul conflitto.

Il motivo delle sanzioni

“Ogni volta che parlo con Vladimir abbiamo una buona conversazione, che poi però non produce niente”, ha detto il presidente americano spiegando la propria…

LONDRA – Donald Trump ha definito “tremendous” le nuove sanzioni, imposte dagli Stati Uniti alle due maggiori aziende petrolifere della Russia come strumento di pressione per spingere Vladimir Putin a mettere fine alla guerra in Ucraina: un termine traducibile con “enormi, eccezionali, straordinarie, formidabili”, insomma qualcosa di “tremendo”, come suggerisce la parola in inglese. Effettivamente si tratta di misure particolarmente severe, a cui Washington non aveva ancora fatto ricorso, ma la loro potenziale efficacia dipende anche da come verranno fatte rispettare, specie per quanto riguarda sanzioni secondarie, ovvero dirette contro Paesi che fanno affari con Mosca. Ecco perché la Casa Bianca ha deciso una mossa simile, in che cosa consiste esattamente e quali conseguenze può avere sul conflitto.

Il motivo delle sanzioni

“Ogni volta che parlo con Vladimir abbiamo una buona conversazione, che poi però non produce niente”, ha detto il presidente americano spiegando la propria decisione. “Ho pensato che fosse il momento giusto”, ha aggiunto. “Sono sanzioni straordinarie. Speriamo che non resteranno a lungo in funzione. Speriamo che la guerra verrà fermata”. In sostanza, Trump è rimasto ancora una volta deluso e frustrato da un ciclo che si ripete puntualmente: Putin gli dà l’impressione di essere disposto a trattare sulla fine del conflitto in Ucraina e poi fa marcia indietro, continuando a martellare Kiev con missili o droni e rifiutando ogni compromesso.

Scaltrezza del capo del Cremlino o ingenuità del capo della Casa Bianca (se non qualche segreto ricatto di Mosca nei confronti del tycoon, come crede qualcuno), fatto sta che è successo sia in occasione del summit in Alaska di questa estate fra i due leader, sia nei giorni scorsi con il vertice che doveva svolgersi tra di loro entro breve tempo a Budapest e che poi Trump ha annullato: quando è diventato chiaro che Putin rifiutava il punto chiave, un cessate il fuoco sulle attuali posizioni del fronte, accolto invece con favore sia dal presidente ucraino Zelensky, sia dagli alleati europei di Washington. Seccato, probabilmente umiliato, Trump ha reagito dunque con più forti sanzioni. Il cui scopo viene così precisato dal segretario al Tesoro americano Scott Bessent: “Considerato il rifiuto di Putin di finire questa guerra insensata, abbiamo deciso di sanzionare le due più grandi compagnie petrolifere russe che finanziano la macchina da guerra del Cremlino”.

Chi colpiscono le sanzioni

Imposte dal ministero del Tesoro Usa, le sanzioni mettono di fatto sulla “lista nera” la Rosneft, un’azienda petrolifera di stato controllata da Igor Sechin, stretto alleato di Putin, e la Lukoil, una società petrolifera privata, che insieme producono quasi la metà delle esportazioni di oro nero della Russia. Insieme, le due compagnie esportano 3,1 milioni di barili di petrolio al giorno. La sola Rosneft è responsabile di circa metà della produzione totale di petrolio russo.

Che cosa comportano le sanzioni

In pratica le sanzioni vietano l’acquisto di petrolio dalle due società sia da parte americana sia da parte di altri Paesi. La settimana scorsa il Regno Unito ha approvato misure analoghe. E l’Unione Europea sta per approvare il suo diciannovesimo pacchetto di sanzioni commerciali contro la Russia, che include azioni simili contro le aziende energetiche di Mosca, con una ulteriore riduzione dell’acquisto di gas russo. Per gli Stati Uniti, si tratta delle sanzioni più significative prese contro il settore energetico della Russia dall’inizio della guerra in Ucraina: l’amministrazione Biden aveva evitato di applicarle agli alleati dell’America. Il divieto imposto ora da Trump riguarda soprattutto i maggiori clienti del petrolio russo nel mondo: Cina, India, Turchia. Pechino importa da Mosca il 20 per cento del proprio fabbisogno energetico.

“Queste sanzioni sono un grosso passo”, dice Daniel Tannebaum, un analista dell’Atlantic Council, al New York Times, “ma occorre che Washington usi, o minacci di usare, anche sanzioni secondarie su Paesi terzi”, ovvero su coloro che acquistano petrolio dalla Russia. “Incoraggiamo i nostri alleati ad aderire a tali misure”, ha detto il segretario al Tesoro Usa Bessent, rivolgendosi in primo luogo ai Paesi europei. Ma non soltanto a loro: nei giorni scorsi Trump ha affermato che il primo ministro indiano Narendra Modi gli ha assicurato che Nuova Delhi “non comprerà più molto petrolio da Mosca” e che anche lui “vuole vedere la fine della guerra in Ucraina”.

La Casa Bianca vuole che tutti questi Paesi smettano completamente di acquistare prodotti energetici russi, cercando soluzioni alternative per il proprio fabbisogno, anche se a un più alto costo. Chi si rifiuta di farlo, ora potrebbe incorrere in sanzioni secondarie da parte degli Usa. Banche cinesi, commercianti degli Emirati Arabi, raffinerie indiane, sono tra coloro che potrebbero finire nel mirino di Washington.

Le conseguenze sui mercati

La notizia delle sanzioni ha già causato un aumento del 5 per cento dei prezzi del petrolio sui mercati globali. L’ambasciata russa di Londra ha reagito avvertendo che colpire i due maggiori esportatori russi di greggio sconvolgerebbe le riserve petrolifere mondiali e aumenterebbe i costi per aziende e privati nel Regno Unito e altrove.

Ma alcuni esperti ritengono che non ci saranno gravi conseguenze immediate, a meno che gli Stati Uniti non siano costretti a colpire con sanzioni secondarie aziende di altri Paesi che trasportano petrolio o che ne finanziano l’esportazione dalla Russia.

Le conseguenze sulla guerra

La speranza di Trump è che le sanzioni inducano Putin a riconsiderare la sua posizione e ad accettare un cessate il fuoco come primo passo verso la soluzione del conflitto, anziché pretendere – come ha fatto sinora il Cremlino – che la guerra continui fino a quando non verrà raggiunto un accordo di pace onnicomprensivo, in grado di affrontare “i problemi alle radici del conflitto”, che per Mosca significa in sostanza fermare la volontà di Kiev di associarsi in varie forme all’Occidente e accettare di rimanere nell’orbita russa.

Secondo Stuart Rollo, un esperto dell’Istituto Internazionale di Affari Strategici, le nuove sanzioni Usa possono avere “un impatto materiale” sulla guerra, riducendo gradualmente la capacità economica del Cremlino di finanziarla attraverso i proventi della propria industria petrolifera. A mano a mano che i profitti del petrolio si riducono, concordano altri analisti, Putin farà più fatica a mantenere “la stabilità socio-economica” del suo Paese e al contempo a finanziare la guerra.

“Per la prima volta dall’inizio del conflitto, gli Stati Uniti hanno deciso di imporre sanzioni che bloccano completamente le società energetiche russe”, commenta Olha Stefanishyna, ambasciatrice ucraina a Washington. “Una misura consistente con la posizione di Kiev che la pace è possibile soltanto attraverso la forza, mettendo pressione sull’aggressore usando tutti gli strumenti internazionali a disposizione”. Un riferimento non soltanto al petrolio, ma anche al possibile uso dei miliardi di dollari di fondi russi congelati nelle banche occidentali, che vari Paesi europei si dicono pronti a usare per aiuti all’Ucraina. E forse un’allusione anche a pressioni diplomatiche: ieri Trump ha detto di volere spingere sul presidente cinese Xi per coinvolgere anche Pechino nelle pressioni su Mosca per concludere al più presto la guerra in Ucraina, se e quando i due leader si incontreranno a un vertice ancora da definire.

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