Putin avverte Trump: “Le sanzioni sono un atto ostile, reagiremo ai Tomahawk”
di Rosalba CastellettiQuanto sia stato tutto improvvisato, lo dimostra anche l’insolito contesto: l’annuale Congresso della Società geografica russa con tanto di spettatrici in sala coi kokoshnik, i copricapi tradizionali. Al termine della sessione plenaria, Vladimir Putin sbuca al piano di sopra dalle scale mobili e si trattiene a parlare con la stampa. Dieci minuti appena, quanto basta perché le sue parole aprano tutti i notiziari serali: «Nessun Paese o popolo che si rispetti prende mai decisioni sotto pressione». È la sua risposta all’inedito «atto ostile» di Donald Trump: le sanzioni contro i due principali produttori di idrocarburi russi, Rosneft e Lukoil.
È raro che il presidente russo reagisca in presa diretta. Ma l’inaspettata virata del leader della Casa Bianca stavolta lo spinge a esporsi in prima persona senza indugi. Soltanto una settimana prima aveva parlato al telefono con Trump e concordato d’incontrarlo una seconda volta a Budapest e ora, non solo il presidente statunitense ha annunci…
Quanto sia stato tutto improvvisato, lo dimostra anche l’insolito contesto: l’annuale Congresso della Società geografica russa con tanto di spettatrici in sala coi kokoshnik, i copricapi tradizionali. Al termine della sessione plenaria, Vladimir Putin sbuca al piano di sopra dalle scale mobili e si trattiene a parlare con la stampa. Dieci minuti appena, quanto basta perché le sue parole aprano tutti i notiziari serali: «Nessun Paese o popolo che si rispetti prende mai decisioni sotto pressione». È la sua risposta all’inedito «atto ostile» di Donald Trump: le sanzioni contro i due principali produttori di idrocarburi russi, Rosneft e Lukoil.
È raro che il presidente russo reagisca in presa diretta. Ma l’inaspettata virata del leader della Casa Bianca stavolta lo spinge a esporsi in prima persona senza indugi. Soltanto una settimana prima aveva parlato al telefono con Trump e concordato d’incontrarlo una seconda volta a Budapest e ora, non solo il presidente statunitense ha annunciato che l’incontro è saltato, ma ha varato sanzioni che neppure il suo contestato predecessore Joe Biden aveva osato adottare.
Medvedev: “Atto di guerra”
La sterzata sorprende anche i falchi. Tanto che l’ex leader Dmitrij Medvedev parla di «atto di guerra» e accusa «il loquace “pacificatore» di essersi «imbarcato sul sentiero di guerra con la Russia» e «completamente allineato alla folle Europa». Mentre la portavoce della diplomazia Maria Zakharova avverte che le «controproducenti» misure falliranno. Putin interviene per ultimo. Con un doppio intento: ribadire che Mosca non cederà alle minacce, ma segnalare che è pronta a riavvolgere il nastro. Basta che Trump smetta d’ascoltare cattivi consiglieri.
L’incontro a Budapest “rinviato”
Dopo aver scherzato con i giornalisti sull’ultimo pacchetto di sanzioni Ue che vieta l’esportazione in Russia persino di «carta igienica, giocattoli, puzzle e tricicli», Putin parte dall’incontro «annullato o rinviato… più probabilmente rinviato» con Trump. Finge stupore. «Che cosa posso dire? Nella nostra ultima conversazione telefonica, sia l’incontro che la sua sede erano stati proposti dalla parte americana e io avevo concordato». Ma, precisa, «avevo detto che tali incontri devono essere ben preparati». Sul “rinvio”, «che posso dire? Il dialogo è sempre meglio di qualsiasi confronto, qualsiasi disputa o soprattutto della guerra». Velata minaccia che lascia cadere per passare a commentare le «nuove sanzioni» contro Rosneft e Lukoil.
Le sanzioni contro Rosneft e Lukoil
Minimizza. «Non c’è nulla di nuovo. Sì, sono gravi e avranno determinate conseguenze, ma non avranno un impatto significativo sul nostro benessere economico». Politicamente, dice, sono «un tentativo di fare pressione sulla Russia. Ma nessun Paese o popolo che si rispetti prende mai decisioni sotto pressione». Sono inoltre «un atto ostile che non rafforza le relazioni russo-americane». Economicamente, invece, «nulla di buono o piacevole», certo, ma più per il «bilancio energetico globale» che per Mosca. Dati alla mano che snocciola con dovizia, ridurre le vendite dalla Russia, secondo esportatore di petrolio al mondo, romperebbe «l’equilibrio» innalzando i prezzi «anche presso le stazioni di servizio» e influenzando il «calendario politico interno» degli Usa. Bisogna capire, insinua, «per chi lavorano coloro che spingono l’attuale amministrazione verso tali decisioni».
"Risposta scioccante ai Tomahawk”
Ma lascia la porta aperta. «Se supereremo la pressione e ci muoveremo verso una seria discussione sul futuro a lungo termine, anche in ambito economico, avremo molti terreni di collaborazione». L’ultima battuta è sull’ipotesi che gli Usa diano a Kiev il via libera a usare i loro missili a lungo raggio o che le forniscano i Tomahawk. «Se tali armi venissero usate per colpire il territorio russo, la risposta sarebbe molto seria, se non addirittura scioccante. Lasciamo che ci pensino». Si allontana.
La parola a Trump
Sui social il plauso è unanime. Adekvat Z, uno dei cosiddetti Zeta-blogger ultranazionalisti e bellicisti, osserva: «La nostra reazione a Trump poteva variare da una relativa indifferenza a un’ostentata durezza. Il Leader Supremo ha combinato entrambe». Il messaggio, sostiene, è chiaro: «Non è importante se raggiungeremo i nostri obiettivi con mezzi diplomatici o militari». Spetta all’«agente Donald» e ai «suoi scagnozzi» scegliere, conclude. E anche «pagarne le conseguenze». Quando, in serata, la Casa Bianca precisa che il vertice di Budapest è stato soltanto rinviato, un falco come il politologo Sergej Markov si compiace: «Giusto così».