Esteri

De Grauwe: “Solo la Cina capisce che con l’America si tratta a muso duro”

Paul de Grauwe

Paul de Grauwe

 

Intervista al docente di macroeconomia della London School of Economics per la quale ha diretto il dipartimento Europa. “Con Xi un incontro tra pesi massimi, ma probabilmente sarà solo mediatico”

L'ascolto è riservato agli abbonati premium

2 minuti di lettura

«Tutto il mondo doveva prendere esempio dalla Cina nella questione dei dazi: coriacea e assertiva. Invece, fin dal primo giorno con quelle ridicole lavagne sul prato della Casa Bianca, per qualche inspiegabile motivo è come se si fossero passati la voce e uno dopo l’altro Paesi anche grandi e forti hanno ceduto senza un lamento alle condizioni di Trump. Tranne Pechino. Fino al grottesco epilogo nella clubhouse scozzese quando gli alleati occidentali hanno aggiunto ulteriori regali in improbabili acquisti energetici e investimenti industriali. Non riesco a farmene una ragione». Eppure Paul de Grauwe, classe 1946, per molti anni direttore del dipartimento Europa della London School of Economics e ora docente di macroeconomia comportamentale nello stesso prestigioso ateneo, avrebbe un’esperienza più che sufficiente per spiegarsi la compiacenza verso il capo della Casa Bianca: «L’unica conclusione è che oggi vince il più forte senza neanche, a differenza del passato, stare a discutere».

De Grauwe è in Italia per un ciclo di conferenze: ieri era a Napoli, lunedì sarà alla Sapienza a Roma.

Professore, cosa dobbiamo aspettarci dall’incontro in Corea del Sud fra Trump e Xi Jinping, sempre che si tenga giovedì prossimo come da programmi?

«Sono due pesi massimi uno di fronte all’altro. Però non credo molto in questi vertici-show, guardate solo a come è andata a finire con Putin dopo Anchorage. Sono solo eventi mediatici, il vero negoziato deve svolgersi nelle riservate vie diplomatico-tecniche. Comunque Xi ha capito che il solo modo per confrontarsi con Trump è fare la voce più grossa di lui, non curarsi delle minacce e anzi farne di peggiori come quella sulle terre rare. Quello che mi sorprende è la totale arrendevolezza di tutti gli altri Stati sul fronte commerciale. L’Europa per esempio poteva farsi promotrice di un’alleanza anti-Usa con il resto dei Paesi industrializzati».

Anche con la Cina?

«Perché no? Certo, senza cedere a ulteriori prepotenze. La Cina ha capito che a dimostrarsi deboli nella situazione attuale c’è tutto da rimetterci. In questo momento il “bullo” da fronteggiare è il capo della Casa Bianca. Eppure in fondo l’America sarà sì importante ma non conta per più del 15% dell’interscambio globale».

Anche il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, ha incoraggiato l’Europa a credere in se stessa e fare “massa critica” per fronteggiare l’arroganza dell’America.

«Sì, certo. Ho letto il discorso, tempestivo e opportuno. Purtroppo arriva quando il danno è in buona parte è già fatto. Non è vero che i contro-dazi di rappresaglia avrebbero innescato una guerra commerciale dalle “conseguenze imprevedibili” come si usa narrare: avrebbero solo costretto Trump a trattare. E all’Europa non mancano le armi negoziali, se non altro le dimensioni di un mercato da 450 milioni di consumatori».

Insomma lei incoraggia un’Europa più pugnace e grintosa?

«Lo stesso presidente Mattarella ha spinto, nel suo coraggioso intervento, a superare le frammentazioni e dare vita a una compiuta Unione europea senza più barriere interne di alcun tipo. Ciò permetterebbe di creare colossi industriali in grado di battersela con i concorrenti cinesi e americani, e in parallelo di attirare investimenti internazionali. Compresi quelli in una moneta, l’euro, che potrebbe benissimo trasformarsi in un “safe haven”, un bene-rifugio a fianco del dollaro, la cui fiducia è minata dalle intemperanze di Trump e che infatti sta perdendo rapidamente quote quale valuta di riserva e di scambio. Non solo tutto questo è possibile ma è necessario se vogliamo salvare, come dice il vostro presidente, l’ordine internazionale costruito negli ultimi 80 anni».

Nel gioco a incastri in cui si sovrappongono una guerra vera in Ucraina e una guerra commerciale fra Usa e Cina, si è inserita ora la variabile petrolio. Quali chance di riuscita dobbiamo dare alle prime sanzioni dell’era Trump contro le principali compagnie energetiche russe?

«Sicuramente maggiori rispetto ai vaghi impegni dei governi di Pechino e New Delhi di interrompere o ridurre drasticamente gli acquisti di greggio russo. Sono impegni, questi, che lasciano il tempo che trovano perché il petrolio da sempre ha trovato mille modi segreti per viaggiare indisturbato: via pipeline, per esempio, dove i controlli sono ardui, o semplicemente utilizzando le ingenti flotte di petroliere fantasma che solcano gli oceani».

I commenti dei lettori