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Cambio di nome e simbolo: il nuovo piano di Hamas per restare nella Striscia

(reuters)

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Sostenuta da Doha e Ankara, la leadership studia un rebranding per non cedere il comando all’Autorità palestinese
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Cambiare tutto perché nulla cambi. Ci sono poche aree di mondo a cui il detto reso famoso dal Tomasi da Lampedusa nel Gattopardo si applicano con tanta precisione come il Medio Oriente. Chi volesse cercare le prove non avrebbe che l’imbarazzo della scelta: dal destino dei Paesi protagonisti alle Primavere arabe, all’Arabia Saudita made in Mohammed bin Salman. Così è nella regione e così rischia di essere nei prossimi mesi a Gaza.

I piani per il futuro sono ancora tutti in fase di discussione. Ma le testimonianze che abbiamo raccolto da diverse fonti all’interno della Striscia concordano su un punto: la pretesa degli israeliani – e in qualche modo degli americani – di vedere Hamas dissolversi al momento non è realistica. I miliziani restano saldamente in controllo del territorio da cui l’Idf si è ritirato. E si preparano a restarci, con l’aiuto di due protagonisti di primo piano, il Qatar e la Turchia. Il piano di Doha e Ankara – secondo quanto emerge dai giornali israeliani e qua…

Cambiare tutto perché nulla cambi. Ci sono poche aree di mondo a cui il detto reso famoso dal Tomasi da Lampedusa nel Gattopardo si applicano con tanta precisione come il Medio Oriente. Chi volesse cercare le prove non avrebbe che l’imbarazzo della scelta: dal destino dei Paesi protagonisti alle Primavere arabe, all’Arabia Saudita made in Mohammed bin Salman. Così è nella regione e così rischia di essere nei prossimi mesi a Gaza.

I piani per il futuro sono ancora tutti in fase di discussione. Ma le testimonianze che abbiamo raccolto da diverse fonti all’interno della Striscia concordano su un punto: la pretesa degli israeliani – e in qualche modo degli americani – di vedere Hamas dissolversi al momento non è realistica. I miliziani restano saldamente in controllo del territorio da cui l’Idf si è ritirato. E si preparano a restarci, con l’aiuto di due protagonisti di primo piano, il Qatar e la Turchia. Il piano di Doha e Ankara – secondo quanto emerge dai giornali israeliani e quanto confermato da fonti diplomatiche a Repubblica – va verso un rebranding di Hamas, più che la dissoluzione prevista dal piano Trump: un cambiamento formale che lascerebbe intatte le strutture di potere del movimento, sia civili che militari, e soprattutto la sua ideologia.

«Insieme al Qatar, la Turchia lavora dietro le quinte per “rilanciare” Hamas: creando un nuovo partito con un nuovo nome e un nuovo logo, ma che in termini di sostanza sarebbe la stessa cosa. Erdogan e l’emiro del Qatar hanno già lasciato intendere alla leadership che è necessario sostituire l’etichetta, ma non l’ideologia. Gli israeliani percepiscono tutto questo come un pericolo: un Hamas mascherato sarà lo stesso Hamas, ma più difficile da combattere se indossa una nuova maschera», scriveva ieri su Ma’ariv l’editorialista Anna Barsky in un lungo approfondimento.

A ciò che resta della leadership del gruppo – un numero ridotto di individui, stimato in poche decine – verrebbe offerto rifugio all’estero: mentre parte dei miliziani sarebbero riassorbiti nelle forze di sicurezza chiamate a vigilare sul territorio. Un’ambiguità confermata anche da ciò che ha detto ieri Khalil al Hayya, capo dei negoziatori di Hamas, in un’intervista rilasciata – non a caso – alla tv qatarina Al Jazeera. «Il futuro delle armi di Hamas è ancora in fase di discussione con le altre fazioni armate e i mediatori».

Parole che spiegano l’ostilità con cui Israele guarda al ruolo di Qatar e Turchia: se con l’Emirato i rapporti sono tesissimi da anni – una realtà che le scuse per l’attacco del 9 settembre imposte da Trump a Netanyahu – con Ankara la tensione è più che mai in rapidissima ascesa. Come dimostra il “no” all’ingresso nella Striscia di team turchi specializzati nella ricerca di corpi sotto le macerie: un campo in cui la Turchia, il cui territorio è sovente oggetto di forti terremoti, è all’avanguardia.

Turchi e qatarini non sono gli unici a pretendere di dire la loro sul futuro della Striscia e di Hamas. Israele dovrà fare i conti anche con i desideri dell’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman, atteso fra pochi giorni a Washington da Trump. Mbs è pronto a mettere sul tavolo miliardi di dollari per ricostruire Gaza, ma a condizione che dal processo emerga il bozzolo di uno Stato palestinese e che l’Autorità nazionale palestinese abbia un ruolo di primo piano a Gaza così come in Cisgiordania. Condizioni inaccettabili per Netanyahu. E dunque? Dunque il processo è ancora aperto, con tutti i rischi del caso: «Il tentativo di creare un governo palestinese “moderato” a Gaza rischia di produrre come risultato finale un regime di Hamas all’interno di un diverso involucro civile», conclude Barsky. Israele lo sa bene: non è chiaro quanto possa fare per impedirlo.

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