Forte di sondaggi che lo danno saldo al comando nonostante i due anni di guerra e le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato contro di lui – se si votasse oggi il suo partito, il Likud, avrebbe 27 seggi contro i 26 del rivale Naftali Bennett – Benjamin Netanyahu mette i suoi paletti sul futuro di Gaza. O almeno, li mette a voce, per tacitare quella parte del Paese infastidita dallo strettissimo sistema di sorveglianza che Donald Trump ha imposto all’alleato sul cessate il fuoco: che i giornali israeliani hanno ribattezzato “Bibi-sitting” le continue visite di funzionari statunitensi nello Stato ebraico.
E dunque: «Israele è una nazione indipendente. Abbiamo il controllo della nostra sicurezza e abbiamo anche chiarito, per quanto riguarda le forze internazionali, che Israele determinerà quali forze sono inaccettabili per noi», ha detto Netanyahu di fronte ai suoi ministri. «Questo è stato ovviamente accettato anche dagli Stati Uniti».
Il nodo è quello truppe interna…
Forte di sondaggi che lo danno saldo al comando nonostante i due anni di guerra e le centinaia di migliaia di persone che hanno manifestato contro di lui – se si votasse oggi il suo partito, il Likud, avrebbe 27 seggi contro i 26 del rivale Naftali Bennett – Benjamin Netanyahu mette i suoi paletti sul futuro di Gaza. O almeno, li mette a voce, per tacitare quella parte del Paese infastidita dallo strettissimo sistema di sorveglianza che Donald Trump ha imposto all’alleato sul cessate il fuoco: che i giornali israeliani hanno ribattezzato “Bibi-sitting” le continue visite di funzionari statunitensi nello Stato ebraico.
E dunque: «Israele è una nazione indipendente. Abbiamo il controllo della nostra sicurezza e abbiamo anche chiarito, per quanto riguarda le forze internazionali, che Israele determinerà quali forze sono inaccettabili per noi», ha detto Netanyahu di fronte ai suoi ministri. «Questo è stato ovviamente accettato anche dagli Stati Uniti».
Il nodo è quello truppe internazionali e arabe in particolare a cui il piano di pace messo a punto da Steve Witkoff e Jared Kushner affida la sicurezza nella Striscia: benché non sia ancora chiaro con esattezza quali Stati arabi e altri Paesi siano pronti a impegnare truppe, gli Stati Uniti hanno fatto sapere di avere colloqui aperti con Indonesia, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Qatar, Turchia e Azerbaigian. Ma ieri, in un lungo articolo che citava fonti all’interno della Cmcc (il comitato guidato dagli americani e incaricato di coordinare la sicurezza e la ricostruzione di Gaza) Haaretz sottolineava come lo show di forza messo in campo di Hamas negli ultimi giorni avesse reso perplessi diversi Paesi che si erano detti disponibili a andare truppe. «Sono rimasti scioccati nel vedere quanto fossero organizzati e coordinati, come avessero calcolato le loro mosse in modo da poter riprendere il potere», scrive il giornale.
Fra le nazioni che sarebbero ancora disponibili c’è la Turchia: Ankara ha avuto un ruolo decisivo nella trattativa per il cessate il fuoco e continuerà con tutta probabilità ad averlo nel futuro, in quando è – insieme a Qatar ed Egitto – uno dei Paesi che ha i rapporti più stretti con Hamas. Troppo stretti, secondo Netanyahu , che teme che possa assumere una posizione dominante su Gaza.
È in questa chiave che va letto il “no” arrivato nei giorni scorsi da Netanyahu alle squadre specializzate in ricerca dei corpi che la Turchia aveva offerto di mandare sul terreno per individuare i corpi dei tredici ostaggi israeliani che ancora mancano all’appello. Se ai turchi è stato vietato l’ingresso, da ieri sono invece al lavoro team egiziani: la previsione è che presto altri corpi di ostaggi varcheranno la frontiera.