✕

Stretta sul petrolio russo, Lukoil vende asset esteri: “Colpa delle sanzioni”

Ascolta l'audio

La mossa del gigante energetico è il primo segno che le misure di Trump stanno mordendo. Lavrov: “Non attaccheremo la Nato”
2 minuti di lettura

È il primo segnale che qualche impatto le sanzioni contro la Russia varate la scorsa settimana dagli Usa lo hanno avuto: il colosso petrolifero Lukoil, nel mirino con Rosneft, venderà i suoi asset all’estero proprio «a causa delle misure restrittive nei confronti della società e delle sue controllate». La procedura di gara è già iniziata, ha fatto sapere senza però specificare quali asset in particolare intenda vendere. Il principale è il 75% della società che gestisce il giacimento iracheno West Qurna 2, uno dei più grandi al mondo. Ma possiede partecipazioni in 11 Paesi, tra cui Bulgaria, Romania e Paesi Bassi, oltre che 2.450 stazioni di servizio in diversi Stati.

Insieme a Rosneft, Lukoil rappresenta il 55% della produzione petrolifera russa. Le nuove sanzioni, le prime approvate sotto l’amministrazione di Donald Trump, prevedono il congelamento di tutti i loro asset negli Usa e impongono alle aziende statunitensi di smettere di fare affari con loro entro un mese, pena sanzioni s…

È il primo segnale che qualche impatto le sanzioni contro la Russia varate la scorsa settimana dagli Usa lo hanno avuto: il colosso petrolifero Lukoil, nel mirino con Rosneft, venderà i suoi asset all’estero proprio «a causa delle misure restrittive nei confronti della società e delle sue controllate». La procedura di gara è già iniziata, ha fatto sapere senza però specificare quali asset in particolare intenda vendere. Il principale è il 75% della società che gestisce il giacimento iracheno West Qurna 2, uno dei più grandi al mondo. Ma possiede partecipazioni in 11 Paesi, tra cui Bulgaria, Romania e Paesi Bassi, oltre che 2.450 stazioni di servizio in diversi Stati.

Insieme a Rosneft, Lukoil rappresenta il 55% della produzione petrolifera russa. Le nuove sanzioni, le prime approvate sotto l’amministrazione di Donald Trump, prevedono il congelamento di tutti i loro asset negli Usa e impongono alle aziende statunitensi di smettere di fare affari con loro entro un mese, pena sanzioni secondarie sulle banche che gestiscono le transazioni. Operare all’interno del dominante sistema finanziario statunitense diventerà impossibile per i due giganti del petrolio. L’obiettivo di Washington è tagliare le risorse di Mosca per costringerla a negoziare una tregua in Ucraina.

Ma il Cremlino continua a ostentare sicurezza. Le misure pur «gravi», ha assicurato la scorsa settimana Vladimir Putin, non avranno un «impatto significativo» sull’economia. Mentre ieri il suo portavoce Dmitrij Peskov ha detto che l’offerta energetica russa resta «competitiva e attraente» e che spetterà a Cina e India «decidere quanto sia attraente e quanto le offerte alternative possano competere». Gli europei, a suo dire, invece, «dovranno sborsare sempre di più e più a lungo».

Ma il nervosismo a Mosca cresce, anche in vista del bilaterale di Trump col cinese Xi Jinping di domani e dell’incontro che avrà la prossima settimana alla Casa Bianca con i leader di cinque ex Repubbliche sovietiche. Lo dimostrano le dichiarazioni cerchiobottiste di Sergej Lavrov. Intervenendo alla Conferenza di Minsk sulla Sicurezza Eurasiatica, il ministro degli Esteri da un lato ha ribadito che la Russia non ha «intenzione di attaccare alcun Paese membro della Nato o della Ue» e che è pronta a «formalizzarlo» in un accordo, dall’altro ha esortato Trump a «mantenere l’impegno verso i principi elaborati ad Anchorage», ossia la ricerca di una pace a lungo termine in Ucraina, non di una tregua.

Lavrov se l’è inoltre presa con l’«espansione della Nato» e con la «militarizzazione dei Paesi europei». Accuse simili sono risuonate da più voci. L’ex ministro della Difesa Sergej Shojgu ha scritto su Argumenty i Fakty che l’Occidente vuole dividere la Federazione Russa «in decine di piccole entità statali per poi sottometterle», mentre il servizio segreto estero, Svr, ha accusato la Francia di volere inviare 2mila militari in Ucraina per «sostenere il regime di Kiev». Dati «allarmanti», ha commentato Peskov, promettendo che i foreign fighters «verranno distrutti».

Leggi i commenti