GERUSALEMME – Una pace fatta di guerra. Sono passati 20 giorni dall’accordo sul cessate il fuoco siglato a Sharm el-Sheikh, il presidente Trump ripete che nulla può scalfire l’intesa, il suo vice Jd Vance parla di «scaramucce», ma sul terreno si continuano a contare i morti. La notte di mercoledì è stata tra le più sanguinose dall’inizio della guerra: 104 persone sono rimaste uccise nella raffica di bombardamenti israeliani che hanno colpito tutta l’enclave palestinese, da Gaza City, nel nord, a Rafah, nel sud, in rappresaglia contro le azioni di Hamas accusata di aver ucciso un soldato e di barare sui cadaveri degli ostaggi. Tra le vittime ci sono 46 bambini e 20 donne, i feriti sono 200, secondo i dati del ministero della Sanità di Gaza controllato da Hamas. «Quando sono arrivato al pronto soccorso, la situazione era disperata, con così tanti bambini feriti e uccisi», racconta Morten Rostrup, medico di Msf che lavora al l’ospedale Al-Aqsa.
Dall’avvio della tregua, i palestinesi ucci…
GERUSALEMME – Una pace fatta di guerra. Sono passati 20 giorni dall’accordo sul cessate il fuoco siglato a Sharm el-Sheikh, il presidente Trump ripete che nulla può scalfire l’intesa, il suo vice Jd Vance parla di «scaramucce», ma sul terreno si continuano a contare i morti. La notte di mercoledì è stata tra le più sanguinose dall’inizio della guerra: 104 persone sono rimaste uccise nella raffica di bombardamenti israeliani che hanno colpito tutta l’enclave palestinese, da Gaza City, nel nord, a Rafah, nel sud, in rappresaglia contro le azioni di Hamas accusata di aver ucciso un soldato e di barare sui cadaveri degli ostaggi. Tra le vittime ci sono 46 bambini e 20 donne, i feriti sono 200, secondo i dati del ministero della Sanità di Gaza controllato da Hamas. «Quando sono arrivato al pronto soccorso, la situazione era disperata, con così tanti bambini feriti e uccisi», racconta Morten Rostrup, medico di Msf che lavora al l’ospedale Al-Aqsa.
Dall’avvio della tregua, i palestinesi uccisi in attacchi israeliani sono circa 200. L’Idf dichiara che nelle operazioni di mercoledì sono stati eliminati 25 «terroristi», compresi alcuni comandanti dell’unità al Nukhba responsabile degli attacchi del 7 ottobre, ma non fornisce spiegazioni sulle altre 79 vittime. Uno dei responsabili della protezione civile di Gaza, Mohammed al-Mughir, ha denunciato che nei raid è stato colpito anche «un campo di pazienti oncologici, l’Insan».
Ieri mattina Israele ha annunciato la ripresa del cessate il fuoco ma nel pomeriggio l’aviazione ha di nuovo fatto fuoco contro quello che descrive come «un deposito di armi» a Beit Lahia, nel nord. Uno scenario “libanese” in cui Israele continua a colpire obiettivi considerati una minaccia per la sicurezza. Per la popolazione civile di Gaza è uno choc: il breve sollievo offerto dal patto di Sharm è stato infranto, la tregua appare ancora molto fragile. «È stato un altro massacro, è inaccettabile che Israele infierisca così contro di noi», ci dice Marwan da Khan Yunis, dove molte persone si erano rifugiate a settembre quando l’esercito israeliano ha invaso per la seconda volta Gaza City. Il governo Netanyahu ha ordinato gli attacchi dopo che un soldato israeliano era stato ucciso a Rafah, dove il genio militare sta operando per smantellare i tunnel di Hamas. Il gruppo palestinese ha preso le distanze dall “incidente”, sostenendo di non avere contatti né controllo delle cellule nel sud.
Gli israeliani si sono coordinati con Washington per la risposta. «Dovevano reagire», ha detto Trump ai giornalisti sull’Air Force One, anche se il presidente Usa si dice convinto che la tregua reggerà. Nei prossimi giorni Hamas dovrebbe riconsegnare quattro delle 13 salme degli ostaggi ancora a Gaza, ma la preoccupazione tra gli analisti più informati è per quello che succederà dopo, quando si discuterà del disarmo del gruppo. È il presupposto su cui si basa l’intero piano di pace, il prerequisito perché una forza di stabilizzazione possa operare a Gaza e accompagnare il ritiro israeliano, ma non è chiaro chi dovrebbe convincere o costringere il movimento islamista a deporre le armi. Il ministro dell’ultradestra israeliana Itamar Ben Gvir ha già avvertito Netanyahu: «Se decide di rinunciare a distruggere Hamas e si accontenta di uno smantellamento solo di nome, il governo non avrà il diritto di esistere».