Rabinovich: “Con Yitzhak Rabin cercavamo la pace, chi allora lo combatteva oggi è al governo”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoWashington, 13 settembre 1993. La storica stretta di mano alla Casa Bianca tra il premier israeliano Rabin e il leader dell’Olp Arafat
GERUSALEMME – Nessuno sa se avrebbe funzionato, ma la notte del 4 novembre 1995 Yigal Amir rubò a Israele la possibilità di provarci. Giovane studente di estrema destra, piantò due proiettili nella schiena del premier laburista Yitzhak Rabin, l’uomo del compromesso di Oslo che aveva stretto la mano al nemico, il leader palestinese Yasser Arafat. «Purtroppo, parte di quel mondo politico da cui Amir proveniva è ora al potere», dice Itamar Rabinovich, storico ed ex ambasciatore israeliano negli Usa, che con Rabin lavorò spalla a spalla nelle trattative con la Siria, e ne ha scritto una biografia: Yitzhak Rabin: Soldier, Leader, Statesman.
Che politico era Rabin?
«Non aveva carisma, ma aveva autorevolezza. Era un uomo timido, modesto, ma schietto e molto affidabile. Era già stato premier nel 1977, quando rivinse nel 1992 voleva usare la seconda possibilità per realizzare qualcosa di grande per il Paese raggiungendo un accordo con i nostri vicini: Libano, Siria, Giordania e i palestinesi, …
GERUSALEMME – Nessuno sa se avrebbe funzionato, ma la notte del 4 novembre 1995 Yigal Amir rubò a Israele la possibilità di provarci. Giovane studente di estrema destra, piantò due proiettili nella schiena del premier laburista Yitzhak Rabin, l’uomo del compromesso di Oslo che aveva stretto la mano al nemico, il leader palestinese Yasser Arafat. «Purtroppo, parte di quel mondo politico da cui Amir proveniva è ora al potere», dice Itamar Rabinovich, storico ed ex ambasciatore israeliano negli Usa, che con Rabin lavorò spalla a spalla nelle trattative con la Siria, e ne ha scritto una biografia: Yitzhak Rabin: Soldier, Leader, Statesman.
Che politico era Rabin?
«Non aveva carisma, ma aveva autorevolezza. Era un uomo timido, modesto, ma schietto e molto affidabile. Era già stato premier nel 1977, quando rivinse nel 1992 voleva usare la seconda possibilità per realizzare qualcosa di grande per il Paese raggiungendo un accordo con i nostri vicini: Libano, Siria, Giordania e i palestinesi, con lo stop agli insediamenti. Sapeva che le minacce principali per Israele erano altre, Iran e Iraq».
Il crollo dell’Unione Sovietica aveva creato uno spazio?
«I palestinesi non avevano più il sostegno di Mosca. In realtà, Rabin voleva chiudere prima un accordo con la Siria, ma non era chiaro se Assad padre lo volesse davvero. Mi nominò negoziatore con Damasco, nello stesso periodo iniziarono i negoziati di Oslo. Nell’agosto del 1993, erano pronti per la firma».
Per circa un anno, palestinesi e israeliani avevano trattato in gran segreto tra i fiordi norvegesi: come fecero a tenerlo nascosto alla Cia?
«In realtà gli americani erano stati informati a metà processo. Quando poi si seppe in Israele, la notizia esplose come una bomba. In passato lo stesso Rabin aveva denunciato l’Olp, ma come diceva lui, la pace si fa con i nemici, non con gli amici. Gli israeliani si fidavano di Rabin. L’estrema destra impersonata da Yigal Amir decise di ucciderlo perché sapevano che sarebbe stato l’unico in grado di convincerli».
Grazie anche all’alleato Usa. Com’erano i rapporti con Clinton?
«Tra loro fu amore a prima vista. Dopo la pace con la Giordania, nel ‘94 Clinton venne a Gerusalemme. Andammo a trovarlo nella sua suite al King David Hotel, dal balcone si può godere di una vista meravigliosa su tutta la città. Rabin iniziò a raccontargli il fallito attacco contro Gerusalemme nel 1948, una battaglia in cui aveva combattuto. Fu ironico, perché Clinton non aveva mai prestato servizio militare e l’intera terminologia gli era estranea. Si rispettavano molto, si volevano anche molto bene».
Rabin conobbe pure Kissinger.
«Quando arrivò come ambasciatore a Washington, durante la presidenza Nixon, Kissinger divenne un po’ il suo mentore per la politica internazionale. Ne apprezzava la mente acuta e aperta. Erano due personalità molto diverse, ma c’era stima».
E come fu il rapporto con Arafat?
«All’inizio molto imbarazzante. La famosa stretta di mano con Arafat sul prato della Casa Bianca fu un problema per Rabin, ma capì che doveva farlo. Dopo, si rivolse a Peres: “Ora tocca a te, Shimon”. Arafat era, per molti aspetti, il contrario di Rabin: sempre subdolo, con un secondo fine. Ma rispettava Rabin».
Israele ha fatto i conti con la cultura politica da cui veniva l’assassino di Rabin?
«No, purtroppo parte di quel mondo politico è ora al potere. Netanyahu faceva parte di quelli che istigavano contro Rabin. È noto che partecipò a una processione a Beit Hanan, a nord di Tel Aviv, durante la quale la gente portava una bara: disse di non averla vista. Ben-Gvir, in un’occasione, si avvicinò all’auto di Rabin, ne ruppe lo stemma e disse: “Siamo arrivati alla tua auto, arriveremo a te”. Ora è il ministro della Sicurezza. I rabbini della Cisgiordania che giustificarono l’omicidio non sono mai stati puniti. Alcuni sono ancora in giro e continuano a diffondere il loro veleno».
Cosa rimane dell’eredità politica di Rabin?
«Quando una società è divisa, il vero leader lavora per unirla. Avremmo tutti bisogno di un Rabin ora, non solo in Israele».
Cosa penserebbe dell’attuale leadership israeliana?
«Sarebbe molto critico. Con persone come lui non ci saremmo mai imbattuti in questa guerra».
A 32 anni da Oslo, c’è ancora una strada per la pace?
«Trump vuole un accordo israelo-palestinese ampio che sia la base per un nuovo ordine nella regione. È molto difficile, ci sono tanti ostacoli, ma è una prospettiva che va presa sul serio».