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Migliaia di chilometri di cavi nei campi e sugli alberi: così i droni inquinano l’Ucraina

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I quadricotteri guidati con la fibra ottica lasciano cavi che intrappolano gli uccelli e disperdono sostanze tossiche. “Un danno che durerà secoli”
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Una trappola imprevista. Gli uccelli che con l’arrivo dell’autunno si sono alzati dai boschi al confine tra Russia e Ucraina hanno trovato una nuova minaccia sulla rotta della migrazione. Una rete invisibile e inesorabile, stesa tra gli alberi e i cespugli lungo centinaia di chilometri che ha imprigionato ali e zampe, senza lasciare speranza. Sono il lascito dell’ultima evoluzione bellica: i cavi di fibra ottica dei droni d’attacco, lanciati a migliaia dai due eserciti.

L’invasione russa ha trasformato l’Ucraina in una terra desolata, con guasti che peseranno sull’ambiente per generazioni. La distruzione degli impianti chimici e petroliferi, i bombardamenti dei centri abitati, gli ordigni sparsi nei terreni e soprattutto l’onda contaminata provocata nel 2023 dalla demolizione della diga sul fiume Dnipro hanno stravolto un contesto naturale già flagellato dall’industria pesante sovietica e dal disastro nucleare di Chernobyl. Quella generata dai droni filoguidati è però un’insid…

Una trappola imprevista. Gli uccelli che con l’arrivo dell’autunno si sono alzati dai boschi al confine tra Russia e Ucraina hanno trovato una nuova minaccia sulla rotta della migrazione. Una rete invisibile e inesorabile, stesa tra gli alberi e i cespugli lungo centinaia di chilometri che ha imprigionato ali e zampe, senza lasciare speranza. Sono il lascito dell’ultima evoluzione bellica: i cavi di fibra ottica dei droni d’attacco, lanciati a migliaia dai due eserciti.

L’invasione russa ha trasformato l’Ucraina in una terra desolata, con guasti che peseranno sull’ambiente per generazioni. La distruzione degli impianti chimici e petroliferi, i bombardamenti dei centri abitati, gli ordigni sparsi nei terreni e soprattutto l’onda contaminata provocata nel 2023 dalla demolizione della diga sul fiume Dnipro hanno stravolto un contesto naturale già flagellato dall’industria pesante sovietica e dal disastro nucleare di Chernobyl. Quella generata dai droni filoguidati è però un’insidia senza precedenti, perché si tratta di armi mai usate prima.

Li hanno inventati gli ingegneri di Mosca e sono cominciati a comparire nell’estate 2024, ma subito sono stati copiati da quelli di Kiev: contrariamente ai mezzi radioguidati, sono immuni dai disturbi elettronici e abbatterli è quasi impossibile. Ogni ordigno si lascia dietro un cavo lungo cinque-dieci chilometri, anche se si stanno diffondendo versioni da quaranta chilometri.

Si stima che il venticinque per cento dei quadricotteri russi e il dieci per cento di quelli ucraini oggi utilizzino questo sistema: significa centinaia di migliaia di droni, forse più di un milione, che hanno sparso cavi in fibra ottica sugli alberi, sui campi, su fiumi e laghi.

Ci sono immagini sconvolgenti. Gomitoli con centinaia di fili intorno ai rami, campagne striate da migliaia di strisce che riflettono la luce del sole. I cavi sono indistruttibili e si avvinghiano persino intorno alle ruote dei veicoli fuoristrada, fino a immobilizzarli.

Uno studio coordinato da Leon Moreland del Ceobs - Conflict and Environment Observatory – ha analizzato i loro effetti sull’ecosistema. Il più immediato riguarda la fauna selvatica. Le prime ricerche sono state effettuate da Charlie Russell dell’University of East Anglia che ha esaminato l’impatto sugli uccelli migratori. “Durerà a lungo. I cavi in fibra ottica hanno invaso il loro habitat e pongono un rischio significativo di intrappolare volatili e pipistrelli, anche di specie in via d’estinzione. I materiali con cui sono costruiti rendono difficile la bonifica ed è difficile che si degradino. Rimuoverli sarà problematico ma dovrà diventare uno degli impegni dopo la fine delle ostilità”.

Per guidare i droni si usano fibre ottiche polimeriche, note con l’acronimo inglese Pof, ottenute dalla lavorazione di idrocarburi: un rivestimento di fluoropolimeri intorno a un nucleo di polimetilmetacrilato. Si stima che resisteranno per seicento anni, rilasciando progressivamente quantità sempre più grandi di micro e nanoplastiche micidiali per tutta la fauna, sul terreno e nell’acqua.

La nocività di queste particelle è nota: vengono ingerite dagli esseri viventi ed entrano nell’organismo. Quanto male facciano non è ancora stato stabilito con certezza scientifica. Si ritiene che causino danni alle membrane cellulari e nucleari, stress ossidativo, risposta immunitaria e infiammatoria, arrivando fino a influire sui processi di replicazione e riparazione del Dna o addirittura alla e citotossicità, la distruzione cellulare. Una condanna per i secoli a venire.

I combattimenti possono amplificare la pericolosità: cannonate e bombe bruciano i cavi e diffondono gas velenosi, con altre microparticelle trasportate dal vento che ampliano l’area inquinata. Un altro orrore, che persisterà ben oltre la fine delle ostilità. Con l’indole dell’adattamento, alcuni animali hanno cominciato ad abituarsi al nuovo habitat bellico: sono stati trovati nidi costruiti dagli uccelli intrecciando non solo rami e fili d’erba, ma anche pezzi di fibra ottica. Una piaga generata dall’uomo, che i piccoli volatili assorbiranno sin dalla nascita.

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