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Gaza, un mese senza guerra: macerie, fame e il pugno di Hamas

Mahmoud Talal al-Najjar 

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Cadaveri sotto le case distrutte, i bulldozer per scavare che non ci sono, gli aiuti che arrivano in quantità insufficiente, le ronde dei miliziani. Ma ancora c’è chi non arrende
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GERUSALEMME – Una trave di legno si è appoggiata sull’unica parete di cemento rimasta intatta dopo l’esplosione. Mahmoud Talal Al-Najjar ha legato un telo alle due estremità, e questo è ciò che resta di casa. «Mia moglie Elaa e i miei figli Yazan, Rinad, Mohammed e Amr sono qui, sotto le macerie». L’ultima volta che li ha visti era il 25 ottobre del 2024, voleva portarli in un luogo più sicuro, ma un bombardamento ha sventrato la palazzina. Da allora vive lì accanto ai loro corpi invisibili, nel campo di Jabalia, sogna una tomba per loro e prova a sopravvivere.

L’acqua va a prenderla in pozzi che i gazawi si sono scavati durante la guerra con mezzi di fortuna, acqua contaminata. Ricarica il telefono con un pannello solare, ma il venditore vuole una commissione e lui non ha più soldi, come il 90% dei palestinesi rimasti senza lavoro. «Ho chiesto alla protezione civile di aiutarmi a recuperare i corpi della mia famiglia, ma mi hanno detto che non hanno i mezzi per scavare».

I desap…

GERUSALEMME – Una trave di legno si è appoggiata sull’unica parete di cemento rimasta intatta dopo l’esplosione. Mahmoud Talal Al-Najjar ha legato un telo alle due estremità, e questo è ciò che resta di casa. «Mia moglie Elaa e i miei figli Yazan, Rinad, Mohammed e Amr sono qui, sotto le macerie». L’ultima volta che li ha visti era il 25 ottobre del 2024, voleva portarli in un luogo più sicuro, ma un bombardamento ha sventrato la palazzina. Da allora vive lì accanto ai loro corpi invisibili, nel campo di Jabalia, sogna una tomba per loro e prova a sopravvivere.

L’acqua va a prenderla in pozzi che i gazawi si sono scavati durante la guerra con mezzi di fortuna, acqua contaminata. Ricarica il telefono con un pannello solare, ma il venditore vuole una commissione e lui non ha più soldi, come il 90% dei palestinesi rimasti senza lavoro. «Ho chiesto alla protezione civile di aiutarmi a recuperare i corpi della mia famiglia, ma mi hanno detto che non hanno i mezzi per scavare».

I desaparecidos

E’ passato un mese dalla cerimonia della tregua a Sharm el Sheikh, ma la vita nella Striscia continua a essere «inadatta agli umani». L’enclave è sepolta sotto 61 milioni di tonnellate di detriti, potranno volerci anche 10 anni per rimuoverli. I morti sono più di 69mila, tanti i desaparecidos. «Tra le 10 e le 15mila persone sono ancora sotto le macerie», spiega Yamen Abu Suliman, responsabile della difesa civile a Khan Younis, e nessuno può farci nulla. I pochi mezzi a disposizione sono vecchi di 20 anni, i team sono stati decimati: «Il nostro era composto da 750 persone, 140 sono morte». Non ci sono bulldozer: gli egiziani, che hanno ottenuto il permesso da Israele per entrare con gli escavatori, li usano «solo per trovare i corpi degli israeliani».

Vivere appesi a un granchio

Nel molo distrutto di Gaza City, i pescatori sfidano con l’ingegno i colpi della Marina israeliana. Un gruppo rattoppa le reti, l’altro si avventura in mare a remi, sotto costa. Escono con almeno tre barche, mai da soli, così da aiutarsi se qualcuno viene colpito. «Gli occupanti sparano contro di noi. Dall’accordo di cessate il fuoco, 16 pescatori sono stati arrestati», ci dice Zakaria Baker, capo dei uno dei sindacati dei pescatori di Gaza. Prima della guerra, il settore occupava 18mila persone, con l’indotto si arrivava a 110mila. I magazzini dei pescatori, le officine dove riparavano i motori, il mercato del pesce all’asta: non c’è più nulla. La guerra ha travolto l’economia, registra la Banca mondiale: quasi tutti i settori «hanno subito un arresto totale della produzione economica», i prezzi «sono aumentati di oltre il 300%». Anche un soffio di vento può buttarti a terra. La scorsa settimana c’è stata una notte tempestosa, le raffiche hanno tirato giù la tenda che Marwan Isbaita aveva costruito a fatica a Khan Younis: sono rimasti all’addiaccio, lui, sua moglie e le loro tre figlie. Al mattino è andato in spiaggia con un sacchetto di plastica nero, i pantaloni sopra le ginocchia. Almeno il mare gli ha dato consolazione: tre granchi, che ha cucinato in una vecchia pentola arrugginita sopra un fuoco di plastica e legno. Dal cessate il fuoco, l’Onu è riuscita a far arrivare a Gaza 37mila tonnellate di aiuti, ma ce ne vogliono molte di più. «I bisogni urgenti della popolazione sono ancora immensi», dichiara il portavoce delle Nazioni Unite Farhan Haq. I valichi aperti sono ancora solo due su sei. Servono cibo, acqua, medicine e rifugi: in un mese sono entrate 5.000 tende e 85.000 teloni, ma oltre il 90% delle case è stato danneggiato o distrutto, 1,9 milioni di palestinesi non hanno un posto in cui vivere e con l’inverno alle porte di annuncia una catastrofe.

I pescatori a Gaza City che cercano di riparare le reti (foto credit: Zakaria Baker) 

Il pugno di Hamas

Su questa devastazione governa Hamas, o quel che ne resta. I miliziani usciti dai tunnel pattugliano le strade, “supervisionano” i centri di distribuzione di gas e cibo, raccolgono le tasse dai commercianti punendo quelli che alzano i prezzi. Gestiscono i contanti. Un palestinese fuggito in Egitto ci racconta «che il gruppo ha continuato a pagare gli stipendi ai suoi per tutta la guerra perché avevano loro il controllo di tutto il cash nella Striscia». Al picco del conflitto, le commissioni per ritirare contanti nei pochi punti che li distribuivano erano arrivate al 45%, «ora sono al 20%».

Una via di fuga

Subito dopo la tregua, il video di sette uomini giustiziati in piazza, appartenenti a una famiglia armata rivale, fece il giro del mondo. Da allora i mediatori - Qatar, Egitto - hanno fatto pressioni su Hamas perché mettesse fine alle esecuzioni, ma la repressione continua, contro chi dissente o chi ruba. Quattro giorni fa, denuncia l’attivista Ihab Hassan, «le milizie hanno attaccato il sedicenne palestinese Waleed Abu Abed a Khan Younis, frantumandogli le gambe». I picchiatori si sarebbero poi scusati con la famiglia perché era «stato un errore» ma i parenti di Waleed sono troppo terrorizzati per raccontare com’è andata.

Ieri mattina, Mahmoud Talal Al-Najjar, che ha 37 anni ed è un ingegnere, si è seduto davanti alle macerie che custodiscono i corpi della sua famiglia e ha registrato un video. «Tutto ciò che ho mai posseduto o amato è stato spazzato via in pochi istanti. Lotto per trovare una ragione di vita». Prima della guerra, era stato ammesso a un master all’università di Tor Vergata. Vuole provare a raggiungere quel futuro per cui si era preparato: «Chiedo umilmente all’Italia di aiutarmi a uscire». Gaza, che crede ancora nell’umanità.

I figli di Mahmoud Talal al-Najjar, tutti uccisi 

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