Se non fosse che Trump ha messo la faccia sulla tenuta della tregua e il nome su un piano di pace strutturato ma volutamente vago su alcuni aspetti cruciali, probabilmente oggi staremmo già parlando della ripresa della guerra a Gaza. Anche perché arrivati quasi al termine della fase uno dell’accordo siglato un mese fa a Sharm el Sheikh, con la liberazione di tutti gli ostaggi vivi e la riconsegna delle ultime spoglie, Israele e Hamas non stanno facendo reali passi in avanti verso la fase due, al di là di generiche dichiarazioni di intenti. L’iniziativa delle parti in conflitto è in stallo. Del resto, nella Striscia non si è mai smesso di sparare (ancora ieri due «terroristi operativi uccisi perché hanno attraversato la Linea Gialla», comunica l’Idf) né di bombardare.
Due sono e restano i nodi, nell’immediato, più difficili da sbrogliare: la smilitarizzazione di Gaza, quindi il disarmo delle Brigate Qassam di Hamas (finora hanno dato la disponibilità a consegnare solo le armi pesanti),…
Se non fosse che Trump ha messo la faccia sulla tenuta della tregua e il nome su un piano di pace strutturato ma volutamente vago su alcuni aspetti cruciali, probabilmente oggi staremmo già parlando della ripresa della guerra a Gaza. Anche perché arrivati quasi al termine della fase uno dell’accordo siglato un mese fa a Sharm el Sheikh, con la liberazione di tutti gli ostaggi vivi e la riconsegna delle ultime spoglie, Israele e Hamas non stanno facendo reali passi in avanti verso la fase due, al di là di generiche dichiarazioni di intenti. L’iniziativa delle parti in conflitto è in stallo. Del resto, nella Striscia non si è mai smesso di sparare (ancora ieri due «terroristi operativi uccisi perché hanno attraversato la Linea Gialla», comunica l’Idf) né di bombardare.
Due sono e restano i nodi, nell’immediato, più difficili da sbrogliare: la smilitarizzazione di Gaza, quindi il disarmo delle Brigate Qassam di Hamas (finora hanno dato la disponibilità a consegnare solo le armi pesanti), e la costituzione della Forza di stabilizzazione internazionale (Isf) chiamata a garantire la sicurezza interna, il disarmo delle milizie (in che modo è uno di quegli elementi mai definiti) e l’addestramento della polizia palestinese in coordinamento con Israele ed Egitto. Sembrava facile metterla insieme, vista la disponibilità subito mostrata da diversi Paesi arabi e musulmani, ma Netanyahu non vuole vedere a Gaza né soldati turchi né soldati qatarioti, cioé i Paesi che hanno sostenuto Hamas. E altri governi, compresi quelli europei, stanno esitando, aspettano di capire quali siano le regole di ingaggio della Isf, perché non vogliono trovarsi nella situazione di avere militari coinvolti in scontri a fuoco con i miliziani.
Ciò che dà a questa tregua fragile e armata maggiori possibilità di diventare un cessate il fuoco permanente è la mossa americana di condensare i venti punti del Piano Trump in una bozza di risoluzione presentata al Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’ambasciatore americano al Palazzo di Vetro, Michael Waltz, sta facendo pressioni sui quindici membri del Consiglio, prospettando a tutti il medesimo scenario: o la risoluzione passa, così da impegnare il diritto internazionale e le Nazioni Unite al rispetto delle sue condizioni, compreso il trasferimento all’Anp del potere a Gaza una volta che avrà fatto le riforme interne, oppure Israele prima o poi ricomincerà a bombardare. Entro venerdì Waltz riceverà i pareri scritti dai componenti del Consiglio di sicurezza, il suo obiettivo è di calendarizzare il voto della risoluzione nelle prossime settimane. Da New York passa il destino della tregua fragile.