NEW YORK – Quando con aria di sfida ha detto ai giornalisti «parlate di niente, vent’anni fa il presidente Donald Trump buttò fuori da Mar-a-Lago Jeffrey Epstein perché era un pedofilo», la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, non aveva letto i nuovi documenti desecretati dagli stessi repubblicani. Dalle centinaia di email inviate dal finanziere newyorkese, morto in carcere nel 2019, emerge che tra i due il filo non si era del tutto spezzato. Epstein sosteneva che il tycoon «sapesse» degli abusi sulle minorenni, e nel 2018, quando Trump era presidente, il finanziere si era definito «l’unico in grado di abbatterlo». Con quali armi? Quali segreti? Nel novembre del 2017, Epstein aveva scritto che avrebbe passato il giorno di Thanksgiving con Trump.
Un mese prima che il presidente incontrasse Vladimir Putin a Helsinki nel 2018, in una email all’ex premier norvegese Thorbjorn Jagland, allora alla guida del Consiglio d’Europa, Epstein si era offerto di fare da insider per i russi:…
NEW YORK – Quando con aria di sfida ha detto ai giornalisti «parlate di niente, vent’anni fa il presidente Donald Trump buttò fuori da Mar-a-Lago Jeffrey Epstein perché era un pedofilo», la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, non aveva letto i nuovi documenti desecretati dagli stessi repubblicani. Dalle centinaia di email inviate dal finanziere newyorkese, morto in carcere nel 2019, emerge che tra i due il filo non si era del tutto spezzato. Epstein sosteneva che il tycoon «sapesse» degli abusi sulle minorenni, e nel 2018, quando Trump era presidente, il finanziere si era definito «l’unico in grado di abbatterlo». Con quali armi? Quali segreti? Nel novembre del 2017, Epstein aveva scritto che avrebbe passato il giorno di Thanksgiving con Trump.
Un mese prima che il presidente incontrasse Vladimir Putin a Helsinki nel 2018, in una email all’ex premier norvegese Thorbjorn Jagland, allora alla guida del Consiglio d’Europa, Epstein si era offerto di fare da insider per i russi: «Penso — aveva scritto — che potresti suggerire a Putin che Lavrov (il ministro degli Esteri, ndr) potrebbe ottenere informazioni parlando con me». Quello stesso anno, in un’altra email, aveva detto a un’amica «so quanto è losco Donald». Ossessionato dall’idea di rovinargli la reputazione, pochi mesi dopo l’annuncio di Trump di correre per le presidenziali 2016, Epstein aveva offerto a un giornalista del New York Times foto private di «Donald e ragazze in bikini nella mia cucina». Foto mai spuntate, in realtà, ma il giornalista ricorda: «Epstein mi raccontò che Trump era così concentrato nel guardare giovani donne in piscina, da sbattere contro una porta».
Anche la email in cui Epstein racconta che Trump «si era intrattenuto» a casa sua per ore con Virginia Giuffre genera ombre. Pochi mesi fa il presidente ha detto ai giornalisti che aveva rotto con Epstein all’inizio del Duemila dopo che lui gli aveva “rubato” alcune ragazze che lavoravano nella spa di Mar-a-Lago. Tra queste, disse, c’era Giuffre, la grande accusatrice morta suicida ad aprile. Come era possibile rompere con il finanziere e poi intrattenersi, anni dopo, a casa sua con l’ex massaggiatrice? A Giuffre è legato il declino dell’ex principe Andrea, uno dei frequentatori dell’harem di minorenni, e di cui è spuntata una email. Nel 2011, Andrea scrisse a Epstein «non ne posso più», confermando il legame d’amicizia con il pedofilo. Chiedere all’ex amante e complice del finanziere, Ghislaine Maxwell, di aiutare a fare chiarezza, è inutile. Non lo farà. Punta a ottenere la grazia da Trump. Intanto, dopo averlo definito un “gentiluomo”, è stata trasferita in un carcere “leggero”.
Mercoledì, dopo l’uscita delle prime email, Trump è sprofondato in un insolito silenzio e ha annullato una conferenza stampa. Adesso lo attende l’esame della Camera, che voterà forse già la prossima settimana la richiesta bipartisan di rendere pubblici tutti i file dell’inchiesta su Epstein, inclusi i report dell’Fbi. Trump ha avvertito i repubblicani che chi voterà a favore è «o molto cattivo o stupido». Ma i dem sostengono che sarebbero «almeno tra i 40 e i 50» i repubblicani alla Camera pronti a votare sì. Fosse davvero così, sarebbe il segnale che Trump non controlla più il partito.