Il piano Trump plana sulla scrivania di Zelensky quando tutto, attorno al leader ucraino, vacilla. Il fronte est soprattutto, con i russi che avanzano e si stanno prendendo Pokrovsk un giorno alla volta, ma anche il suo governo e il parlamento: l’intero sistema di potere che ha sostenuto sin qui il comico che si fece presidente si sta sbriciolando sotto i colpi del più grande scandalo corruttivo — 15 mesi di inchiesta, più di mille ore di intercettazioni — della storia dell’Ucraina indipendente.
Detta altrimenti: il piano in 28 punti per il cessate il fuoco, che porta il nome di Trump ma i contenuti di Witkoff e Dmitriev, e che segue il canovaccio già visto a Gaza, coglie Zelensky nella posizione più scomoda per trattare, condizionata dalla debolezza interna e dall’incertezza politica. L’appoggio dell’Unione europea, ancora ieri ribadito, potrebbe non bastargli per uscire dall’angolo.
Non è la prima volta che Zelensky è in palese difficoltà, mai però si era trovato in una congiuntura …
Il piano Trump plana sulla scrivania di Zelensky quando tutto, attorno al leader ucraino, vacilla. Il fronte est soprattutto, con i russi che avanzano e si stanno prendendo Pokrovsk un giorno alla volta, ma anche il suo governo e il parlamento: l’intero sistema di potere che ha sostenuto sin qui il comico che si fece presidente si sta sbriciolando sotto i colpi del più grande scandalo corruttivo — 15 mesi di inchiesta, più di mille ore di intercettazioni — della storia dell’Ucraina indipendente.
Detta altrimenti: il piano in 28 punti per il cessate il fuoco, che porta il nome di Trump ma i contenuti di Witkoff e Dmitriev, e che segue il canovaccio già visto a Gaza, coglie Zelensky nella posizione più scomoda per trattare, condizionata dalla debolezza interna e dall’incertezza politica. L’appoggio dell’Unione europea, ancora ieri ribadito, potrebbe non bastargli per uscire dall’angolo.
Non è la prima volta che Zelensky è in palese difficoltà, mai però si era trovato in una congiuntura pessima come questa, che lo vede bersaglio delle critiche dell’opposizione, degli attivisti politici, dei media. Per dire, quando lo scorso febbraio è stato maltrattato in mondovisione alla Casa Bianca da Trump e dal vice presidente Vance, l’Ucraina, in maggioranza, si è stretta attorno a lui, e a Kiev tutti parlavano di deplorevole «agguato». Ora invece i sondaggi lo danno di poco al di sopra del 50 per cento del gradimento, lontani i tempi in cui, dopo l’invasione russa, 9 ucraini su 10 lo osannavano, riconoscendogli il coraggio di essere rimasto a guidare il Paese.
Tuttavia, il bidet d’oro e le mazzette trovati a casa di Timur Mindich, co-proprietario dello Studio Kvartal 95 fondato da Zelensky, sono inaccettabili per chi è costretto a stare al freddo e al buio per i black-out causati dai missili della Russia.
Nessun esponente politico di alto livello, per ora, ha esplicitamente dichiarato di volere le dimissioni di Zelensky: sarebbero viste come un regalo a Putin e alla sua distorta narrazione della «denazificazione dell’Ucraina». Le pressioni però perché siano rimossi gli uomini più fidati, a cominciare dal braccio destro Andriy Yermak, capo dell’Ufficio del presidente, potentissimo seppur non eletto, sono sempre più forti. E arrivano — altro elemento inedito — non solo dall’opposizione, ma anche dall’interno di Servitore del Popolo. La fronda che vuole defenestrare Yermak fa capo — secondo Ukrainska Pravda — a David Arakhamia (era nella prima delegazione che trattò con i russi nel 2022) e Danylo Hetmantsev. Due pezzi grossi del partito di Zelensky.
Servitore del Popolo, oltretutto, ha perso la maggioranza: i 254 seggi che nel 2019 aveva conquistato nella Verkhovna Rada sono diventati 231, e in media i provvedimenti cruciali per l’andamento della guerra non raccolgono più di 180-190 voti, perciò il governo è costretto ad appoggiarsi alle formazioni di opposizione Dovira e For Future per farli passare. Il voto sulla legge di bilancio, previsto questa settimana, è stato posticipato a dicembre.
«Il parlamento è in subbuglio, ognuno gioca il suo gioco e la coalizione si sta disgregando», racconta, con la garanzia dell’anonimato, uno degli esponenti del partito di governo. «I nostri rivali, ben finanziati, sentono l’odore del sangue. Ai nostri parlamentari viene offerta l’opportunità di passare ad altri partiti, questa può davvero essere la fine di tutto, a meno che il presidente non prenda decisioni difficili».
Qualcuna l’ha già presa, licenziando i ministri della Giustizia e dell’Energia e sanzionando l’ex amico Mindich, mosse non sufficienti a placare l’ira degli ucraini per i 100 milioni di dollari rubati alla difesa delle infrastrutture energetiche, come ha provato l’indagine dell’Agenzia nazionale anticorruzione (Nabu). Il leader della destra Petro Poroshenko spinge per un governo di unità nazionale. «Il gabinetto di guerra di Zelensky è corrotto e non professionale», dice.
Assediato come la città di Pokrovsk, dunque, il presidente ucraino si appresta a discutere i punti di un piano sbilanciato a favore della Russia. Dalla sua ha il sostegno dell’Ue, l’unica carta rimasta di un mazzo che fino a poco tempo fa conteneva altri assi. Questa volta Zelensky sa che i margini sono stretti, l’angolo è chiuso, su qualcosa dovrà cedere.