Soldati esausti, pochi tank e caccia: sta crollando il fronte del Donbass
di Gianluca Di FeoLe cronache dal fronte sono tutte drammatiche. I russi si infiltrano, poi avanzano: non conquistano il territorio, ma sgretolano la linea difensiva ucraina. Kupiansk? Le bandiere di Mosca issate in più quartieri non testimoniano che la città sia caduta: ci sono ancora molti soldati di Kiev che combattono. Ma è impossibile fargli arrivare rifornimenti, perché le avanguardie di Putin si sono già spinte oltre Kupiansk per 17 chilometri. Pokrovsk? La resistenza non si ferma, la sacca però si è chiusa e i palazzi in mano agli invasori aumentano di ora in ora.
L’offensiva del Cremlino ha incrementato il ritmo con l’arrivo del maltempo. Era prevedibile, perché vento e nebbia ostacolano i droni mettendo a nudo le condizioni dell’esercito ucraino. Per i russi l’inverno non è un problema: mandano in campo i mezzi corazzati, intensificano il tiro dei cannoni, scatenano i bombardamenti aerei e moltiplicano le squadre di fanti che a piedi aggirano i capisaldi. Gli ucraini hanno pochi tank, poche m…
Le cronache dal fronte sono tutte drammatiche. I russi si infiltrano, poi avanzano: non conquistano il territorio, ma sgretolano la linea difensiva ucraina. Kupiansk? Le bandiere di Mosca issate in più quartieri non testimoniano che la città sia caduta: ci sono ancora molti soldati di Kiev che combattono. Ma è impossibile fargli arrivare rifornimenti, perché le avanguardie di Putin si sono già spinte oltre Kupiansk per 17 chilometri. Pokrovsk? La resistenza non si ferma, la sacca però si è chiusa e i palazzi in mano agli invasori aumentano di ora in ora.
L’offensiva del Cremlino ha incrementato il ritmo con l’arrivo del maltempo. Era prevedibile, perché vento e nebbia ostacolano i droni mettendo a nudo le condizioni dell’esercito ucraino. Per i russi l’inverno non è un problema: mandano in campo i mezzi corazzati, intensificano il tiro dei cannoni, scatenano i bombardamenti aerei e moltiplicano le squadre di fanti che a piedi aggirano i capisaldi. Gli ucraini hanno pochi tank, poche munizioni per l’artiglieria, pochi caccia e soprattutto pochissimi uomini. I reparti accusano l’assenza di rimpiazzi: si vede nella faccia di Serhiy Tyschenko, fuciliere e infermiere della 30ma brigata. E’ rimasto al fronte per 471 giorni di fila, quasi sempre chiuso in un rifugio sotterraneo per sopravvivere ai droni, e fatica a tenere gli occhi aperti sotto il sole pallido. Tutti i suoi commilitoni restano sotto il fuoco per più di quattro mesi. E’ un’esperienza devastante, eppure non mollano. L’esercito ucraino cede terreno ma combatte senza sbandamenti. Per i militari che hanno lottato per difendere il Donbass – spiega un ufficiale al telefono – l’ultimatum della Casa Bianca “è una pugnalata alla schiena”: “Trump dice che perderemo comunque il Donetsk. Forse, ma faremo pagare caro ai russi ogni metro. E, come nel 2022, alla fine li scacceremo”.
Quello di Pokrovsk paradossalmente è lo scenario meno preoccupante. Si fa di tutto per impedire agli assedianti di varcare i binari che dividono il centro urbano: una battaglia feroce quanto inutile. Serve solo a guadagnare tempo per una ritirata ordinata e negare ai russi una vittoria da sbandierare. Il comando di Kiev ha già allestito una barriera di fortificazioni alle spalle della sacca: i 40 mila soldati mandati al massacro da Putin per espugnare la città non cambieranno la situazione. La marcia verso Kramatorsk, la “capitale” e roccaforte dell’ultimo pezzo di Donetsk in mani ucraine, da lì è sbarrata.
Altre crisi trasmettono maggior allarme. Basta guardare sulla mappa la valle del fiume Oskil che da Kupiansk scende verso Lyman e porta anche da Nord la minaccia in direzione di Kramatorsk. L’affondo procede con la stessa tattica: i russi passano oltre le città e tagliano le strade, isolando le forze di Kiev. Pattuglie sono penetrate a Lyman; Yampil sta venendo tagliata fuori; Seversk viene assalita. Non ci sono riserve per contrattaccare e l’accelerazione del Cremlino mira a consolidare queste piccole brecce per renderle una morsa letale rivolta contro Kramatorsk. Non è una questione di giorni, ma di settimane. E prima di irrompere nella “capitale” i generali devono impossessarsi di Sloviansk: possono volerci mesi.
Nella regione di Zaporizhzhia le cose vanno peggio. La scorsa settimana gli invasori si sono impossessati di quasi 130 chilometri quadrati a nord di Huliaypole e continuano ad allargarsi. Lì c’è solo pianura, con poche fattorie che vengono spianate dalle bombe plananti sganciate da jet di Mosca: la contraerea non ottiene più missili né dagli Stati Uniti, né dall’Europa e non è in grado di contrastarli. In questa provincia l’offensiva è simile a un tridente: al centro c’è l’attacco che insiste su Mala Tokmachka, sull’altro lato prosegue lungo la riva del fiume Dnipro. Ogni volta che si alza la nebbia, compaiono i tank per tentare lo sfondamento.
Il fronte è più solido nelle province di Kharkiv e di Sumy. Anche lì però si sente la pressione russa. I comandanti cercano punti deboli e concentrano le truppe: una manovra per obbligare gli ucraini a tenere alta la guardia lungo mille chilometri. Il Cremlino sta buttando tutte le risorse nella mischia, convinto che le prossime giornate siano decisive. E’ quello che accade con i raid contro città, fabbriche e soprattutto impianti elettrici. Ondate di missili e droni, scagliate pure di giorno – a testimonianza dell’indebolimento della contraerea - con un volume di ordigni che supera la pur elevata capacità produttiva della macchina bellica creata da Mosca. I risultati sono terribili e la corrente viene razionata ovunque: gli Shahed tornano a colpire i tralicci appena riparati.
Finora il Cremlino ha portato avanti il conflitto senza badare ai costi umani ed economici. Ma il calo del prezzo del petrolio – sommato alle incursioni sulle raffinerie – ipoteca le risorse finanziarie per il prossimo futuro. E il reclutamento di volontari comincia a frenare: la carneficina finora ha ucciso tra i 250 mila e i 350 mila cittadini russi. Anche Putin ha bisogno di trovare in fretta una soluzione.