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Armi, truppe e fondi. Il piano Trump su Gaza è in stallo: “Nessuno vuole combattere Hamas”

(afp)

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I miliziani vogliono mantenere il controllo sull’enclave, gli israeliani non hanno fretta di arrivare alla fase due, che prevede il ritiro dell’Idf dalla Striscia. E Washington fatica a reclutare paesi per la forza di stabilizzazione internazionale. Dai colloqui del Cairo nessun passo avanti
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Mentre Gaza affonda sotto la pioggia, il piano Trump si sta avvitando. Hamas ha consegnato la salma del pilota Dror Or, nella Striscia restano solo due ostaggi israeliani - il generale Ran Gueili e il thailandese Sontisek Rintalk - ma i colloqui per l’avvio della cosiddetta fase due sono in stallo, e il rischio che non ci si arrivi mai è reale. Qatarini, turchi, egiziani e rappresentanti di Hamas si sono incontrati più volte al Cairo nelle ultime settimane, vertici da cui i palestinesi e i mediatori sono usciti a mani vuote e con poche aspettative, anche sul negoziato che era considerato un test per il dopo, quello sulla sorte dei miliziani intrappolati nei tunnel di Rafah.

Israele voleva offrire loro un salvacondotto in un paese terzo, ma nessuno stato si è offerto. La proposta alternativa era arrendersi, finire in prigione nel Negev e tornare a Gaza solo dopo l’impegno ad abbandonare la lotta armata. I miliziani hanno rifiutato e il risultato è che quelli che escono dai tunnel veng…

Mentre Gaza affonda sotto la pioggia, il piano Trump si sta avvitando. Hamas ha consegnato la salma del pilota Dror Or, nella Striscia restano solo due ostaggi israeliani - il generale Ran Gueili e il thailandese Sontisek Rintalk - ma i colloqui per l’avvio della cosiddetta fase due sono in stallo, e il rischio che non ci si arrivi mai è reale. Qatarini, turchi, egiziani e rappresentanti di Hamas si sono incontrati più volte al Cairo nelle ultime settimane, vertici da cui i palestinesi e i mediatori sono usciti a mani vuote e con poche aspettative, anche sul negoziato che era considerato un test per il dopo, quello sulla sorte dei miliziani intrappolati nei tunnel di Rafah.

Israele voleva offrire loro un salvacondotto in un paese terzo, ma nessuno stato si è offerto. La proposta alternativa era arrendersi, finire in prigione nel Negev e tornare a Gaza solo dopo l’impegno ad abbandonare la lotta armata. I miliziani hanno rifiutato e il risultato è che quelli che escono dai tunnel vengono freddati dai cecchini dell’Idf, almeno dieci finora sono stati uccisi.

Il nodo dei miliziani intrappolati a Rafah

Gli americani contavano di poter usare la trattativa sui miliziani di Rafah come banco di prova per la fase due, che prevede il disarmo di Hamas, il ritiro ulteriore di Israele dalla Striscia, l’arrivo di una forza di stabilizzazione internazionale e il passaggio di poteri prima a un comitato tecnico e poi, in prospettiva, all’Autorità nazionale palestinese, ma non è stato un successo.

Una fonte palestinese al Cairo che ha seguito i colloqui da vicino spiega che né Hamas né Israele vorrebbero in realtà uscire dalla fase uno: “Fa comodo a entrambi. Ad Hamas perché così non deve disamare e spera di conquistare tempo per rafforzare il suo controllo su Gaza e migliorare la sua posizione negoziale. E a Netanyahu, che vorrebbe arrivare alle elezioni avendo ancora soldati a Gaza: questo gli dà la possibilità di uccidere altri leader di Hamas e di spingere i palestinesi ad accettare l’emigrazione perché la ricostruzione non partirà fino a quando non sarà finita la fase due”. L’Egitto, che avrebbe dovuto tenere una conferenza proprio sulla ricostruzione a metà novembre, l’ha rimandata a data da destinarsi.

Due ipotesi per il disarmo Hamas, nessun accordo

Sul disarmo di Hamas, le posizioni israeliane restano distanti da quelle arabe. Gli americani vorrebbero che tutta l’operazione fosse gestita dalla forza di stabilizzazione, ma faticano a reclutare paesi musulmani e arabi per costruire il contingente internazionale. Anche l’Azerbaijan e l’Indonesia, che avevano dato la loro disponibilità, hanno fatto parziale marcia indietro sul numero di soldati che sono disponibili a inviare e comunque, dice una fonte egiziana a conoscenza delle discussioni in corso, “nessun paese è disposto a partecipare a una missione di combattimento” contro il gruppo palestinese.

L’ipotesi avanzata al Cairo è che Hamas consegni le armi all’Anp o a uno stato arabo, probabilmente all’Egitto, sotto l’egida della Lega araba. Il movimento islamista non ha ancora risposto a questa offerta, ma anche tra i palestinesi ci sono profonde spaccature. Hamas sarebbe disposta a consegnare le armi pesanti, a lungo raggio, che minacciano Israele ma non quelle leggere. L’Anp non vuole, perché una Hamas armata con pistole e Kalashnikov creerebbe un problema per la gestione della Striscia. Senza un chiaro meccanismo per il disarmo, Israele potrebbe decidere di riavviare le operazioni militari.

Il piano b del rabbino: una Gaza divisa in due

Nel frattempo, tra Kiryat Gat e Washington prende forma anche una specie di piano b: costruire una “little Gaza” nella zona controllata da Israele, circa la metà dell’enclave. L’ha confermato al New York Times Aryeh Lightstone, rabbino e imprenditore che lavora come consigliere per l’amministrazione Usa, vicino a Kushner, il genero di Trump che per primo ha lanciato l’idea di far partire la ricostruzione dalla zona gialla. Lightstone gestisce il centro di coordinamento civile e militare nel sud di Israele ed è il ceo della fondazione nata per promuovere gli accordi di Abramo.

Il piano è costruire alloggi per migliaia di palestinesi, c’è anche già il nome - "Comunità Alternative Sicure" – e ci lavora un gruppo di funzionari statunitensi ex dipendenti del Doge di Elon Musk, alloggiati negli hotel Kempinski e Hilton di Tel Aviv. "C'è una questione pratica: come possiamo far sì che le persone trovino un alloggio sicuro il prima possibile?", ha detto Lightstone al quotidiano newyorkese. "Questo è il modo più semplice per farlo". Anche un funzionario israeliano ha confermato che il piano esiste e che a Rafah sono iniziati i lavori per rimuovere le macerie e cominciare la costruzione del primo compound. Resta una domanda: chi pagherà? Le monarchie del golfo, che Trump spera finanziano la ricostruzione, hanno chiarito che non investiranno un dollaro per un Gaza divisa in due, con i palestinesi messi di fronte a un bivio: spostarsi nell’area sotto occupazione israeliana per avere una vita dignitosa o emigrare.

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