«Un giorno, nella primavera del 2024, venne pubblicato un sondaggio sulla fiducia nei politici ucraini e, a sorpresa, ero di un punto sopra Zelensky. Tornai a casa e dissi a mia moglie: “Cara, sto per essere cacciato, è solo una questione di tempo”». Quattro mesi dopo, Dmytro Kuleba, il volto noto della diplomazia ucraina nei primi due anni e mezzo di guerra, non era più ministro degli Esteri. Sostituito, spiegò il presidente, per «rafforzare alcune aree di governo».
E invece?
«Zelensky aveva deciso di mettere l’intera politica estera in un’unica mano, quella di Andriy Yermak (l’ex capo dell’Ufficio presidenziale, dimessosi per lo scandalo corruzione, ndr)».
Perché?
«Non l’ho mai saputo, fino ad allora aveva bilanciato me e Yermak».
Lei è stato fatto fuori perché troppo popolare e indipendente?
«E anche perché non ero disposto a trasformarmi nel mero esecutore di istruzioni altrui, un ministro degli Esteri deve poter avere la propria opinione».
È sorpreso dall’estensione dell’inc…
«Un giorno, nella primavera del 2024, venne pubblicato un sondaggio sulla fiducia nei politici ucraini e, a sorpresa, ero di un punto sopra Zelensky. Tornai a casa e dissi a mia moglie: “Cara, sto per essere cacciato, è solo una questione di tempo”». Quattro mesi dopo, Dmytro Kuleba, il volto noto della diplomazia ucraina nei primi due anni e mezzo di guerra, non era più ministro degli Esteri. Sostituito, spiegò il presidente, per «rafforzare alcune aree di governo».
E invece?
«Zelensky aveva deciso di mettere l’intera politica estera in un’unica mano, quella di Andriy Yermak (l’ex capo dell’Ufficio presidenziale, dimessosi per lo scandalo corruzione, ndr)».
Perché?
«Non l’ho mai saputo, fino ad allora aveva bilanciato me e Yermak».
Lei è stato fatto fuori perché troppo popolare e indipendente?
«E anche perché non ero disposto a trasformarmi nel mero esecutore di istruzioni altrui, un ministro degli Esteri deve poter avere la propria opinione».
È sorpreso dall’estensione dell’inchiesta sulla corruzione, che ha travolto due ministri, Yermak e altri amici stretti di Zelensky?
«In realtà ho provato soddisfazione. L’Ucraina ha finalmente istituzioni capaci di arrivare a chiunque, senza riguardo per il ruolo. Il messaggio è chiaro: nessuno è intoccabile. Per il mio Paese è uno sviluppo positivo».
Mettere Umerov a capo dei negoziatori al posto di Yermak non è un controsenso?
«No, è stato interrogato dagli uffici anti-corruzione e loro stessi hanno detto che è solo un testimone, non indagato».
Gli Stati Uniti pressano per anticipare le elezioni in Ucraina. Cosa prevede?
«Se mi avesse fatto questa domanda sei mesi fa avrei detto che l’interesse degli ucraini per le elezioni era prossimo allo zero. Ora la situazione si è ribaltata, il popolo percepisce che il Paese ha bisogno di un reset. Se ci sarà la tregua si andrà subito al voto».
Vede un futuro politico per Zelensky?
«Se anche non venisse rieletto avrà comunque un futuro. Che piaccia o no, è una figura di statura storica e non è necessario occupare una carica per far valere la propria voce».
Come giudica l’ultimo incontro in Florida tra ucraini e americani per il piano di pace?
«Niente è deciso prima che tutto sia deciso. Certo, è incoraggiante leggere di “progressi” e di “clima costruttivo”, ma la diplomazia funziona così: si ripulisce il testo, si mettono tra parentesi i nodi irrisolti e li si manda ai leader. Finché non si risolvono le parentesi non bisogna esaltarsi».
Una delle parentesi riguarda le cessioni territoriali alla Russia. Qual è un compromesso accettabile per l’Ucraina?
«L’unica formula tollerabile è che le ostilità cessino lungo l’attuale linea del fronte, continuando a trattare sullo status dei territori occupati. Nessun leader ucraino può firmare un documento che riconosca giuridicamente la perdita di quelle terre».
Si discute di garanzie di sicurezza, di un impegno dei vostri alleati “in stile articolo 5” del Trattato Nato.
«“In stile articolo 5” è una frase che suona bene, ma fuorviante. Se significa aiuti militari sta già accadendo. Se significa che altri combatteranno per noi sarebbe una novità storica, però il testo non lo ha ancora visto nessuno».
Quali garanzie reali funzionerebbero?
«Prima di tutto, volumi di assistenza militare sufficienti a coprire le esigenze del nostro esercito, perché è chiaro che gli unici a combattere per l’Ucraina saranno i soldati ucraini. Secondo, lo sblocco del percorso di adesione all’Unione europea».
Gli emissari di Trump sono a Mosca. È la settimana decisiva?
«Di settimane decisive ne abbiamo avute tante. La verità è che oggi non esistono condizioni oggettive per il cessate il fuoco».
Il motivo?
«Putin pensa che col tempo otterrà ciò che vuole, quindi non sente il bisogno di fare concessioni. Zelensky sa che l’Ucraina può ancora combattere uno o due anni. Il nostro dilemma sta in due quesiti: se firmiamo ora un cattivo accordo, il Paese sopravviverà allo shock interno? Se invece non lo firmiamo e tra un anno avremo perso altre terre e altre vite, ci ritroveremo sul tavolo la stessa offerta? Come vede, la decisione è complicata. E comunque, non conosco un solo ucraino convinto che un’intesa con la Russia significhi davvero la fine definitiva della guerra».
Come spiega la vicinanza dell’amministrazione Usa alle posizioni del Cremlino?
«Non è solo per la simpatia personale di Trump per Putin. Dietro c’è anche il riconoscimento del fatto che la Russia controlla i territori nell’Est e noi non abbiamo le risorse per spingerla indietro. L’Europa non riesce a fornirle, gli Stati Uniti non vogliono darcele. Allora, ragionano gli americani, bisogna trattare su questa base. È una logica che non condivido, ma è così che vedono il mondo».
Trump lo vede soprattutto con gli occhi dell’uomo d’affari.
«Crede di poter risolvere i conflitti offrendo la prospettiva di fare soldi insieme. Il problema è che questa guerra non riguarda le risorse, è al cento per cento ideologica, l’ideologia imperiale russa contro l’ideologia europea dell’Ucraina».
L’ammiraglio Cavo Dragone dichiara che la Nato sta valutando attacchi preventivi contro Mosca.
«E mi lasci indovinare… i politici europei si stanno agitando».
Sì.
«Il lato militare della Nato è consapevole che ci stiamo muovendo verso la guerra, la parte politica invece non vuole riconoscerlo. Oggi l’unico che ne parla è il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius, e so che anche il presidente Macron la pensa allo stesso modo. La Russia sta preparando un attacco all’Europa. E più Putin ripete che non vuole farlo, più dovreste credermi».