✕

I russi sono tristi e stanchi di guerra. E danno la colpa a noi

Ascolta l'audio

Dopo lo slancio di speranza suscitato dal ritorno di Trump, l’umore del paese è diventato cupo. L’Europa diventa il capro espiatorio
4 minuti di lettura

MOSCA – Nella desolante cupezza dell’inverno russo, che nemmeno qualche lembo di neve – almeno a Mosca – riesce a rischiarare, si avvicina il Nuovo Anno: sarà il quarto dall’inizio della guerra in Ucraina. È il principale momento di festa e di afflato familiare per una popolazione che segue senza illusioni le trattative in corso, destinate a porre fine a un conflitto che molti preferiscono non vedere, benché sia nella mente di tutti e “morda” sempre più la vita quotidiana.

Nelle conversazioni, in Russia si discute in questi giorni delle nuove restrizioni imposte dall’Unione Europea per l’ottenimento dei visti. Anche se meno del 40% dei russi dispone di un passaporto “internazionale” che permetta di viaggiare all’estero. Molto più numerosi, invece, sono coloro che ora temono l’imminente rischio di una chiusura totale di WhatsApp (già inutilizzabile per le chiamate vocali), una messaggistica massicciamente utilizzata nel Paese e che le autorità vorrebbero fosse sostituita da Max, un soc…

MOSCA – Nella desolante cupezza dell’inverno russo, che nemmeno qualche lembo di neve – almeno a Mosca – riesce a rischiarare, si avvicina il Nuovo Anno: sarà il quarto dall’inizio della guerra in Ucraina. È il principale momento di festa e di afflato familiare per una popolazione che segue senza illusioni le trattative in corso, destinate a porre fine a un conflitto che molti preferiscono non vedere, benché sia nella mente di tutti e “morda” sempre più la vita quotidiana.

Nelle conversazioni, in Russia si discute in questi giorni delle nuove restrizioni imposte dall’Unione Europea per l’ottenimento dei visti. Anche se meno del 40% dei russi dispone di un passaporto “internazionale” che permetta di viaggiare all’estero. Molto più numerosi, invece, sono coloro che ora temono l’imminente rischio di una chiusura totale di WhatsApp (già inutilizzabile per le chiamate vocali), una messaggistica massicciamente utilizzata nel Paese e che le autorità vorrebbero fosse sostituita da Max, un social network più facilmente controllabile.

Sentimenti contrastanti

I sondaggi, per quanto possano essere credibili, mostrano sentimenti misti: un atteggiamento sempre più favorevole ai negoziati di pace, anche tra i russi più sostenitori di quella che continuano a chiamare “Operazione militare speciale” (SVO). All’inizio del conflitto, metà dei russi auspicava trattative e un accordo di pace; oggi sono due terzi, secondo l’istituto di sondaggi Levada, inserito nella lista degli “agenti stranieri”. Hanno pesato la stanchezza, ma anche la propaganda ufficiale: Vladimir Putin non smette, dalla sua rielezione nel 2024, di ripetere nei suoi discorsi la necessità di negoziare.

Stanchezza per la guerra, dunque, ma anche permeabilità ai messaggi diffusi dalle reti televisive federali. Si vuole la fine della guerra, ma ritenendo che trovare una via d’uscita sia una prerogativa del governo, al quale, nel complesso, si continua a dare fiducia. Una schiacciante maggioranza (84%) dei russi approva ancora l’operato di Vladimir Putin.

L’Europa, nemico designato

"Sì, speriamo in una rapida fine della SVO… ma alle nostre condizioni”, dice un uomo d’affari russo. E anche se la parola “vittoria” non viene pronunciata, come fa sistematicamente il capo del Cremlino, l’idea è ben presente: una sconfitta, per i russi, è impensabile. Quanto al proseguimento della guerra, esso viene imputato principalmente agli europei, bersaglio privilegiato del discorso ufficiale che, col tempo, si insinua nelle menti.

“All’inizio dell’anno, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, i sondaggi avevano registrato un aumento delle aspettative: il presidente americano era percepito come l’uomo che avrebbe posto fine alla guerra”, analizza per Le Figaro Denis Volkov, direttore del Levada Center. “Ma quelle speranze non si sono concretizzate; molti discorsi sono rimasti senza risultati, nuove sanzioni internazionali sono state imposte alla Russia e la delusione è palpabile”, aggiunge.

A metà 2025, tuttavia, le opinioni favorevoli nei confronti degli Stati Uniti avevano raggiunto tra i russi un livello senza precedenti dal 2014. Una percezione positiva verso l’America che poi si è deteriorata – anche se un terzo dei russi mantiene comunque una buona opinione. Al contrario, commenta Volkov, “le opinioni negative si indirizzano soprattutto contro l’Europa”.

La tristezza

Accanto alle risposte levigate dei sondaggi, c’è la perpetua presa di distanza dei russi dalla guerra e il loro sistematico ripiegamento sulla vita quotidiana, come per proteggersi. Ma emergono anche inquietudini profonde in certi racconti.

"Provo solo una solitudine terribile. Non posso più esprimere i miei pensieri agli amici… Si sono allontanati o sono semplicemente stanchi e non vogliono più parlare. E poi è anche pericoloso”, racconta a inizio novembre Katya, una giovane donna di San Pietroburgo, in una lettera al sito Meduza, media russofono con sede a Riga, in Lettonia. “Non posso condividere i miei pensieri con mia madre o la mia famiglia; iniziano a preoccuparsi o a litigare. Penso solo a una cosa: come sfuggire a tutto questo, come fare in modo che finisca prima e che la gente smetta di morire”, aggiunge.

“Paura e incertezza: ecco i sentimenti che ormai mi abitano costantemente. E questo, nonostante nessuno dei miei cari sia stato mobilitato e viviamo lontano dalla zona di confine”, testimonia invece Vselyna dalla sua città di Kogalym, nella regione di Chanty-Mansi, Siberia occidentale. “La quantità di informazioni rende difficile capire la verità, o persino l’esistenza stessa di una verità. La speranza di una fine prossima si assottiglia sempre più. E in che società vivremo, se un giorno finirà?”. Spiega che per lei è “impossibile andare a trovare i genitori”, presso i quali “le reti televisive federali trasmettono in continuazione”, e con i quali “non parla più”.

Un clima deprimente

In questo contesto deprimente, l’attenzione dei russi agli eventi in Ucraina è diminuita notevolmente negli ultimi sei mesi: meno della metà degli intervistati (49%) segue la situazione da vicino, un calo di nove punti, soprattutto tra i giovani sotto i 25 anni. Tuttavia, Denis Volkov non esclude che con l’intensificarsi dei negoziati tra russi e americani possa verificarsi un rinnovato interesse pubblico, “anche se le grandi aspettative di inizio anno probabilmente non sono più attuali”, dice. Secondo lui, “la popolazione russa ha la sensazione che il conflitto stia arrivando alla fine, senza però riuscire a dire quando questa fine arriverà. La maggior parte pensa che la guerra durerà ancora un anno, o anche di più”.

Nelle grandi città come Mosca, dove il conflitto ha avuto un impatto minore sulla vita degli abitanti, è inferiore la quota di chi è favorevole ai negoziati – anche se la maggioranza rimane per il dialogo. In provincia, dove la popolazione ha pagato più caro il prezzo del sangue, si è più favorevoli alle trattative. Eppure, un terzo dei russi approverebbe che un familiare o un conoscente firmasse un contratto per andare al fronte… Una proporzione in calo da due anni, ma che dimostra come la motivazione economica resti forte per molti.

La solitudine dei piccoli investitori

Per ragioni finanziarie, anche Olga spera nella fine del conflitto in Ucraina. Questa insegnante di pilates della regione di Mosca, sempre ostile all’invasione dell’Ucraina, fa parte dei tre milioni di “piccoli portatori” russi i cui fondi sono bloccati in Europa a causa delle sanzioni occidentali che hanno colpito l’intero mercato borsistico russo. Prima della guerra, la giovane donna aveva venduto un appartamento ereditato dai genitori per l’equivalente di 120.000 euro in rubli.

Ha poi investito tale somma, tramite la sua banca, in azioni e obbligazioni di emittenti stranieri – ora congelate presso i depositari europei Euroclear e Clearstream. L’importo complessivo raggiunge i 14 miliardi di dollari (ben lontani dai 260 miliardi di fondi sovrani congelati), e riguarda per quasi la metà investimenti inferiori ai 1.200 dollari.

L’eventuale utilizzo di questi attivi di piccoli investitori privati russi a beneficio dell’Ucraina non è, per ora, stato discusso a Bruxelles. E Olga, ancora una volta, non si fa illusioni sulla possibilità di rivedere il suo denaro. Tuttavia, per lei una cosa è certa: "Ci vuole la pace, adesso”.

(Copyright Le Figaro-Lena/Leading European Newspaper Alliance)

Leggi i commenti