A microfoni spenti e coi taccuini in tasca, non si trova nessun esponente del governo di Kiev, o delle cancellerie europee, che scommetta davvero sul successo di questo piano di pace, modificato, rivisto e modificato ancora nel rimbalzo tra i tavoli dove si decide il negoziato. Anche perché gli americani — raccontano — nelle interlocuzioni a porte chiuse sono ancora più duri con l’Ucraina di quanto non lo siano nelle dichiarazioni ufficiali. È proprio nel tentativo di ammorbidire Washington che Zelensky, per la prima volta, fissa un termine possibile per indire le elezioni, a condizione che gli Usa garantiscano la sicurezza. Andiamo con ordine.
Il presidente ucraino conta di inviare già oggi alla Casa Bianca la versione aggiornata del piano: un testo in 20 punti e diversi allegati, frutto dei colloqui a Miami e poi con gli europei a Londra e Bruxelles, contenenti nuove proposte su Donbass e garanzie di sicurezza, i due scogli su cui si stanno infrangendo le speranze di un rapido …
A microfoni spenti e coi taccuini in tasca, non si trova nessun esponente del governo di Kiev, o delle cancellerie europee, che scommetta davvero sul successo di questo piano di pace, modificato, rivisto e modificato ancora nel rimbalzo tra i tavoli dove si decide il negoziato. Anche perché gli americani — raccontano — nelle interlocuzioni a porte chiuse sono ancora più duri con l’Ucraina di quanto non lo siano nelle dichiarazioni ufficiali. È proprio nel tentativo di ammorbidire Washington che Zelensky, per la prima volta, fissa un termine possibile per indire le elezioni, a condizione che gli Usa garantiscano la sicurezza. Andiamo con ordine.
Il presidente ucraino conta di inviare già oggi alla Casa Bianca la versione aggiornata del piano: un testo in 20 punti e diversi allegati, frutto dei colloqui a Miami e poi con gli europei a Londra e Bruxelles, contenenti nuove proposte su Donbass e garanzie di sicurezza, i due scogli su cui si stanno infrangendo le speranze di un rapido accordo. Le posizioni, infatti, restano ferme. Zelensky non può e non vuole cedere territori, né tantomeno intende riconoscerli de facto come russi, mentre Putin pretende di annettere l’intero Donbass, compresa la parte non conquistata. «Una soluzione alternativa l’abbiamo ideata e messa nero su bianco», spiegano i fedelissimi del leader ucraino. A quanto risulta a Repubblica, una delle ipotesi prevede la smilitarizzazione dell’area di Sloviansk e Kramatorsk (la regione di Donetsk non occupata) con tutela internazionale, ma senza cessione formale, neppure delle zone prese dall’esercito russo. Dunque un congelamento del fronte così com’è.
Trump, tuttavia, la considera non starter, un’idea che spegne ogni trattativa. Punge Zelensky, accusandolo nell’intervista a Politico di voler proseguire la guerra per non affrontare le urne, che secondo i sondaggi lo vedrebbero perdente con appena un 20% di consensi. E quindi, l’inaspettato rilancio.
«Chiedo agli Usa e ai partner europei di garantire la sicurezza delle elezioni. Se ci sarà, entro 60-90 giorni l’Ucraina sarà pronta a tenerle». Il leader ucraino aggiunge di aver già dato mandato al Parlamento di lavorare a una riforma «che ci permetta di farle anche sotto legge marziale». È una mossa arguta, studiata con gli europei, con la quale cerca di ottenere con la promessa del voto quanto non sta ottenendo col negoziato.
Dal piano che arriverà oggi a Washington salta il tetto al numero di soldati dell’esercito ucraino e, sul tema delle garanzie di protezione in caso di un nuovo attacco della Russia, inserisce meccanismi di intervento automatico nel quadro di una protezione stile articolo 5 della Nato. Macron, Merz e Starmer, nell’incontro di Londra con Zelensky, si sono detti pronti a mandare truppe in Ucraina a tutela del cessate il fuoco se, e solo se, ci sarà anche l’esplicito impegno degli Stati Uniti.
Dal cosiddetto formato E3 Giorgia Meloni continua a essere esclusa, nonostante gli ucraini vorrebbero che vi partecipasse. Poiché la risposta è stata picche, Zelensky è dovuto venire a Roma. La premier gli è utile per fare pressioni sull’amico Orbán, affinché ritiri il veto sull’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea mantenendo il percorso agganciato a quello della Moldavia, e anche per provare a influenzare Trump, che nella trattativa si dimostra più vicino a Mosca che a Kiev. Ammesso, e non concesso, che Meloni intenda farlo.
Ma, stando così le cose, «la palla è nelle mani di Putin». Questa è la sintesi che viene fatta a Bruxelles dopo i colloqui di lunedì. Una frase che descrive tutto il pessimismo possibile, dovuto alla convinzione generale che il Cremlino non rinuncerà ai suoi obiettivi territoriali. Zelensky ha però ottenuto da Macron, Merz, von der Leyen e Costa una garanzia: l’Ue metterà in campo i beni russi congelati. L’impegno è di uscire dal prossimo Consiglio europeo del 18-19 dicembre con una decisione formale, dando la possibilità di usare i circa 200 miliardi di euro di asset bloccati. Soldi utili per finanziare l’Ucraina e per armarla, con garanzie comuni al Belgio (che li custodisce e teme di doverli ripagare).
I leader Ue hanno poi suggerito a Zelensky di prepararsi a due scenari. Il primo ipotizza che sia Putin a bocciare il piano emendato da Kiev: in quel caso, l’Europa si metterà in moto per ricucire con il presidente americano. Se invece sarà Trump a respingerlo, tutti — Ucraina e Unione europea — dovranno prepararsi a sostenere da soli il confronto con Mosca almeno per qualche mese. Anche a questo servirebbero gli asset russi. È stata discussa l’ipotesi di coinvolgere l’Onu come forza di interposizione e di protettorato neutrale nelle aree contese, solo con militari non europei. Ma questa idea appartiene al futuro. Se si aprirà una possibilità di pace. Che per ora non si vede.