«Eccomi, sono qui!». Sorridente, braccia rivolte al cielo, stretta nel suo tailleur nero, nella notte tra mercoledì e giovedì María Corina Machado saluta le centinaia di venezuelani che l’attendono da due giorni. Dalla piazza esplode un boato. Molti piangono, altri si stringono le mani e le slanciano verso l’alto quasi a toccare questa donna di 58 anni che affacciata dalla terrazza del Grand Hotel di Oslo distribuisce baci e saluti.
La leader dell’opposizione venezuelana ha l’aria stanca, provata dal lungo viaggio che da uno dei suoi rifugi alla periferia di Caracas l’ha portata fino al nord Europa. È la prima volta che lascia il Venezuela in 18 anni. Si emoziona, ha gli occhi lucidi. La folla intona l’inno nazionale, quasi sottovoce. Lei si porta la mano destra al cuore, abbraccia la madre Corina Parisca, i due figli più piccoli, quindi guarda con intensità la maggiore, Ana Corina, che ha letto il discorso del Nobel.
Non è stato un viaggio, il suo, ma una corsa a ostacoli iniziata lunedì 8, quando parte per la penisola di Coro, nord est del Venezuela. María Corina Machado si è camuffata: indossa una parrucca e vestiti comuni. Insieme a quattro fedelissimi che l’accompagnano viaggia in auto, la cambia spesso. Il gruppo incontrerà molti posti di blocco - il Venezuela è blindato da due mesi - ma riesce a superare tutti i controlli. Nel piccolo porto di pescatori, raggiunto in serata, la attende una lancia. Deve raggiungere l’isola di Curaçao, tre ore di navigazione. C’è mare grosso, arriva a notte fonda. Chi è rimasto a terra ha già avvertito gli Usa, che sanno da tempo del viaggio e lo seguono sui radar. Due F-18 di scorta volteggiano nei cieli del Mar dei Caraibi.
La Nobel è salva, ma stanchissima. Dorme qualche ora in albergo, aspetta un jet Embraer che le hanno spedito da Miami. Decolla alle 6.42, fa una sosta tecnica a Bangor, nel Maine, e alle 10.45 inizia la trasvolata atlantica per raggiungere Oslo dove atterrerà alle 23.30 locali. È finita, può rilassarsi. Giusto il tempo di salutare chi l’attende in piazza.
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La Bbc - siamo a ieri - la intervista di mattina presto. «Sto ancora cercando di capire se è tutto vero», dice. Quindi si presenta per l’attesa conferenza stampa, in cui più che sul viaggio si concentra sul suo ruolo di leader dell’opposizione. «Spero che il Venezuela torni presto libero».
Qualcuno chiede se appoggia gli attacchi armati nel Mar dei Caraibi. Risponde in modo indiretto: «È stato Maduro a dichiarare guerra, con il terrorismo di Stato e all’estero con il narcoterrorismo. Quello che chiediamo è che la comunità internazionale ci aiuti a fermare i flussi di risorse criminali che vengono utilizzate per reprimere il popolo venezuelano». Tornerà in patria? Altra risposta criptica: «Una cosa alla volta, prima quelle più importanti». Come ottenere appoggi e nuove sponde. Dalla prossima settimana farà un giro per l’Europa.
Poi arriverà il momento di rientrare nel suo Paese. Quando non è chiaro, ma lei giura che tornerà. A Caracas solo Delcy Rodríguez, vicepresidente, ha tuonato contro la cerimonia del Nobel: «Lo spettacolo è fallito. Quei lacchè estremisti e fascisti che vogliono saccheggiare le nostre risorse energetiche saranno sconfitti». Maduro tace, ma incassa la telefonata di sostegno di Putin, Voci insistenti dicono che stia già organizzando l’esilio in Bielorussia.