Il percorso che ha portato a questa decisione è stato molto emotivo, fino all’ultimo momento non era scontato che l’intesa si trovasse. Avremmo voluto vedere una volontà politica più decisa sul capitolo degli asset russi, ma l’accordo è buono e ci dà respiro: il prestito da 90 miliardi garantisce due anni di sostegno al nostro bilancio e risponde ai punti chiave che l’Ucraina aveva posto ai partner». La deputata di Servitore del Popolo, Yevheniia Kravchuk, vede il bicchiere mezzo pieno. È considerata una delle politiche più vicine al presidente Zelensky, il quale sperava in una decisione del Consiglio europeo più punitiva nei confronti della Russia e che, soprattutto, coinvolgesse l’utilizzo degli asset congelati.
Perché non è successo?
«Già nel cosiddetto “piano A” i beni immobilizzati non dovevano essere girati direttamente all’Ucraina. L’idea era, e resta, quella di usare garanzie finanziarie degli altri Paesi, non gli asset in sé. Inoltre dagli Stati Uniti sono arrivati se…
Il percorso che ha portato a questa decisione è stato molto emotivo, fino all’ultimo momento non era scontato che l’intesa si trovasse. Avremmo voluto vedere una volontà politica più decisa sul capitolo degli asset russi, ma l’accordo è buono e ci dà respiro: il prestito da 90 miliardi garantisce due anni di sostegno al nostro bilancio e risponde ai punti chiave che l’Ucraina aveva posto ai partner». La deputata di Servitore del Popolo, Yevheniia Kravchuk, vede il bicchiere mezzo pieno. È considerata una delle politiche più vicine al presidente Zelensky, il quale sperava in una decisione del Consiglio europeo più punitiva nei confronti della Russia e che, soprattutto, coinvolgesse l’utilizzo degli asset congelati.
Perché non è successo?
«Già nel cosiddetto “piano A” i beni immobilizzati non dovevano essere girati direttamente all’Ucraina. L’idea era, e resta, quella di usare garanzie finanziarie degli altri Paesi, non gli asset in sé. Inoltre dagli Stati Uniti sono arrivati segnali chiari: un intervento troppo aggressivo oggi sugli asset potrebbe danneggiare il percorso negoziale con Mosca. Messaggi simili sono stati inviati anche ai governi europei amici».
Quali erano le condizioni imprescindibili per Kiev?
«Anzitutto che la somma restasse la stessa: 90 miliardi in due anni. Dal 2028 speriamo che il sostegno all’Ucraina entri nel bilancio pluriennale dell’Ue. Poi per noi era fondamentale poter usare questi fondi anche per scopi militari, non solo pensioni o stipendi di medici e insegnanti, ma anche salari dei soldati, produzione di armamenti e pagamenti per le armi acquistate all’estero. E il prestito rispetta questa esigenza. È a interesse zero e l’Ucraina non inizierà a rimborsarlo finché non riceverà le riparazioni di guerra, come previsto nel piano originario».
L’Unione europea però non è stata compatta neppure in questo.
«Tre Paesi – Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – non parteciperanno al finanziamento, ma non hanno posto il veto. Questo ha permesso una decisione formale all’unanimità, cosa che non era possibile con il primo schema di prestito legato alle riparazioni, contestato da diversi governi»
E sul capitolo più delicato, quello delle riparazioni e dei beni russi congelati?
«Da parte ucraina continueremo a usare il tema nel negoziato politico: chi distrugge, paga. Questi fondi dovranno servire alla ricostruzione del Paese, perché il prestito europeo coprirà solo i bisogni più urgenti del bilancio e la stabilità macroeconomica, inclusa la spesa militare. Proprio in questi giorni all’Aia è stata istituita la Commissione reclami, il secondo passo del meccanismo per le riparazioni. Esaminerà le domande già presenti nel registro dei danni e quelle che arriveranno. La fase più lunga e complessa sarà trovare una fonte di finanziamento stabile per quei risarcimenti. Naturalmente, la scelta principale resta usufruire dei beni russi congelati».