Freddo, buio e raid notturni nelle città, feroci combattimenti sul fronte. Il Natale in Ucraina
di Gianluca Di FeoNella serata della vigilia i grandi viali che uniscono i quartieri di Kiev si sono trasformati in una colossale coda di auto. Un serpentone facilmente visibile, perché i fari delle vetture formavano una scia luminosa tra i blocchi di palazzi al buio per il blackout. Questa frenesia collettiva per raggiungere parenti e amici testimonia il clima del quarto Natale di guerra: il tentativo di riunire il filo degli affetti spezzato dall’invasione, cercando di vivere il presente con tutta l’intensità di un momento intimo.
Il futuro non è mai apparso così incerto e carico di nubi scure. Zelensky nel suo discorso ha detto “chiediamo che lui muoia e che Dio ci conceda la pace”, subito interpretato come un riferimento a Putin. Sui tg e sui siti web però sono comparse le indiscrezioni della stampa estera sulla disponibilità del presidente a cedere il Donetsk, seppure come “zona demilitarizzata” e dopo un referendum, con i commenti abbastanza ovvi dei politici da talk show sulla contrarietà p…
Nella serata della vigilia i grandi viali che uniscono i quartieri di Kiev si sono trasformati in una colossale coda di auto. Un serpentone facilmente visibile, perché i fari delle vetture formavano una scia luminosa tra i blocchi di palazzi al buio per il blackout. Questa frenesia collettiva per raggiungere parenti e amici testimonia il clima del quarto Natale di guerra: il tentativo di riunire il filo degli affetti spezzato dall’invasione, cercando di vivere il presente con tutta l’intensità di un momento intimo.
Il futuro non è mai apparso così incerto e carico di nubi scure. Zelensky nel suo discorso ha detto “chiediamo che lui muoia e che Dio ci conceda la pace”, subito interpretato come un riferimento a Putin. Sui tg e sui siti web però sono comparse le indiscrezioni della stampa estera sulla disponibilità del presidente a cedere il Donetsk, seppure come “zona demilitarizzata” e dopo un referendum, con i commenti abbastanza ovvi dei politici da talk show sulla contrarietà popolare già emersa nei sondaggi.
Difficile comprendere i reali desideri degli ucraini. Nelle città si tira avanti con al massimo dodici ore di elettricità quotidiane, che per molti significa stare di giorno pure senza riscaldamento con il termometro vicino allo zero e rimanere senz’acqua. Il vero segreto della forza ucraina era stato quello di conservare la qualità della vita nelle metropoli, mantenendo attive le industrie pubbliche e private, e così esorcizzando l’orrore della guerra. Da ottobre la campagna di raid sempre più devastanti ha cancellato questa illusione.
Le notizie dal fronte non sono buone. La propaganda ucraina parla solo di successi, di russi respinti e di caterve di tank incendiati. I blogger militari però cominciano a dubitare anche dell’unico vero risultato positivo: la riconquista di Kupyansk, città strategica che sbarra la valle che dal confine russo punta dritta sul cuore del Donetsk, appare meno solida per effetto dei contrattacchi di Mosca che hanno riportato le avanguardie in parte della zona urbana.
Un’ora dopo la mezzanotte, l’allarme suona nella capitale, a Kharkiv, Odessa e a Sumy. La gente corre a compulsare le chat Telegram che indicano tipo e posizione degli ordigni in avvicinamento. A Kharkiv ci sono in cielo jet con le micidiali bombe plananti da una tonnellata, che cancellano un condominio; a Sumy sono stati segnalati missili balistici tattici. E verso Odessa si dirige uno sciame di velivoli teleguidati, che uccidono una persona e devastano un terminal. Droni si infilano nei sobborghi di Bucha e Irpin, i luoghi dei massacri di civili durante l’assedio della primavera 2022, e cercano di ghermire le sottostazioni che distribuiscono la corrente nella capitale. Per l’intera giornata gli Shahed-Geran si sono accaniti su Cherkasy, un centro industriale sul fiume Dnipro, mettendo fuori uso una centrale termoelettrica: uno ha seminato cluster bomb nel cimitero dei caduti di guerra, impedendo ai familiari di pregare sulle tombe per il Natale.
Per i russi la festa sarà il 7 gennaio, come prevede il calendario ortodosso. E proprio il fatto che gli ucraini celebrino la Natività secondo la liturgia delle chiese occidentali, ai loro occhi è un altro tradimento, che ieri hanno cercato di punire con 131 droni Shahed e 151 assalti delle truppe in prima linea. Soltanto nella sacca di Pokrovsk ci sono stati 36 attacchi di fanteria e tank, per espugnare gli ultimi bastioni che resistono e impediscono a Putin di vantare la seconda città occupata dopo Siversk.
Pure a Kostyantynivka la pressione è massima, con ondate di mezzi corazzate che cercano di accerchiare la città. Gli ucraini parlano di sei carri armati e nove cingolati distrutti. I due fanti Denys "Bars" e Dmytro "K2" hanno invece passato la seconda notte al sicuro dopo avere combattuto in questa località per 130 giorni di fila. Le foto del loro ritorno alle retrovie mostrano due ragazzi invecchiati precocemente per gli oltre quattro mesi di sparatorie con i nemici e di bombardamenti d’ogni tipo. “Il momento più duro? Quando ci trovavamo faccia a faccia con i russi. Una volta ho finito le munizioni e per difendermi ho preso il mitra Ak di uno dei loro caduti. Da quel giorno lo tengo sempre con me”. Sono gli ultimi eroi di un Paese dove il sacrificio ormai è la regola. E lo è da quasi quattro anni.