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Scetticismo di Usa e Ue sul negoziato con Putin: “Vuole vincere la guerra”

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Sul summit di Mar-a-Lago aleggia un clima di sfiducia: mentre Kiev fa sul serio, il Cremlino non vuole accettare compromessi
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NEW YORK – Zelensky fa sul serio, Putin no. Il retropensiero con cui gli europei si preparano al vertice di domani a Mar-a-Lago è questo. Però lo condividono in gran parte anche gli analisti americani, pur sapendo che il presidente Trump ha fretta di chiudere un’intesa qualsiasi, anche se sacrificasse Kiev, pur di avviare gli affari economici con la Russia e lo sfruttamento delle risorse naturali nell’intera regione.

Il leader di Kiev vuole davvero la pace, al punto di essere disposto a sottoporre il piano negoziato col capo della Casa Bianca al giudizio dei suoi cittadini con un referendum, perché è sempre stato in una posizione di debolezza rispetto all’invasore, è riuscito a difendere il proprio Paese oltre ogni aspettativa, ma la guerra ad oltranza lo sta logorando. Il capo del Cremlino invece non la vuole, perché pensa ancora di poter vincere sul piano militare, ha risorse umane ed economiche superiori, non accetta compromessi sulle pretese territoriali e non darà mai luce v…

NEW YORK – Zelensky fa sul serio, Putin no. Il retropensiero con cui gli europei si preparano al vertice di domani a Mar-a-Lago è questo. Però lo condividono in gran parte anche gli analisti americani, pur sapendo che il presidente Trump ha fretta di chiudere un’intesa qualsiasi, anche se sacrificasse Kiev, pur di avviare gli affari economici con la Russia e lo sfruttamento delle risorse naturali nell’intera regione.

Il leader di Kiev vuole davvero la pace, al punto di essere disposto a sottoporre il piano negoziato col capo della Casa Bianca al giudizio dei suoi cittadini con un referendum, perché è sempre stato in una posizione di debolezza rispetto all’invasore, è riuscito a difendere il proprio Paese oltre ogni aspettativa, ma la guerra ad oltranza lo sta logorando. Il capo del Cremlino invece non la vuole, perché pensa ancora di poter vincere sul piano militare, ha risorse umane ed economiche superiori, non accetta compromessi sulle pretese territoriali e non darà mai luce verde a garanzie di sicurezza che gli impediscano di tornare ad attaccare fra qualche tempo, per prendersi tutta l’Ucraina come voleva dal principio. Il suo negoziato è di facciata, finalizzato solo ad evitare la rottura con l’amico a corrente alternata di Washington e il rischio di conseguenze davvero gravi, dalle sanzioni in grado di mettere sul serio in ginocchio la propria economia claudicante, fino all’invio di armi come i missili Tomahawk, capaci di paralizzare le sue forze armate colpendo le retrovie logistiche.

Lo scetticismo europeo lo ha manifestato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, col messaggio di Natale dedicato all’Ucraina, ma poi lo ha confermato la portavoce Arianna Podestà: «Mentre i colloqui a Miami procedono, non ci sono indicazioni che la Russia sia interessata alla pace o a un cessate il fuoco. L’approccio dell’Europa rimane duplice: continuare a sostenere l’Ucraina e aumentare la pressione sulla Russia affinché sieda seriamente al tavolo dei negoziati». La portavoce ha ricordato la telefonata del 23 dicembre tra von der Leyen e Zelensky, ribadendo che Bruxelles sostiene l’iniziativa di Trump, «tuttavia, affinché qualsiasi piano di pace abbia successo, il sostegno dell’Europa sarà essenziale». Concetti simili a quelli ribaditi dal cancelliere tedesco Merz, dopo una telefonata con Zelensky preparatoria del vertice di domani: «Siamo fermamente al vostro fianco. Un approccio europeo forte e coordinato resta essenziale per la pace, la libertà e la sicurezza. Il gruppo di Berlino è pronto ad aiutarvi, in stretto coordinamento con i nostri partner statunitensi».

Lo scetticismo prevale anche a Mosca, a giudicare dalle dichiarazioni all’emittente Rossija-1 del viceministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov, secondo cui una soluzione al conflitto «è vicina e occorre l’ultimo sforzo». Però Kiev e l’Europa sembrano «rafforzare gli sforzi per affossare l’accordo». Dipende da quale accordo ha in mente. Se Mosca spera ancora di fare passare quello dettato dall’inviato Dmitriev al collega americano Witkoff a Miami, allora l’intesa non è dietro l’angolo. Se invece fosse disposta al compromesso, una via d’uscita esisterebbe. Nessuno ci crede, però.

Un’analisi del New York Times spiega perché. Putin non ha mai rinunciato alle pretese massimalistiche e resta convinto che il tempo sia dalla sua parte, almeno fino a quando Trump continuerà ad abboccare. Vuole tutto il Donetsk e Luhansk, e pensa di poterlo prendere con la forza grazie alle ultime avanzate. In cambio offre qualcosa a Kharkiv e Zaporizhzhia, ma non la centrale nucleare.

L’economia è al punto più debole dal 2022, ma non sull’orlo del collasso, almeno fino a quando Trump non deciderà di affossarla, come aveva dato l’impressione di voler fare con le sanzioni contro i giganti petroliferi Rosneft e Lukoil. I soldati russi muoiono a migliaia, ma 417.000 reclute si sono arruolate nel 2025 e quindi Putin può continuare a sacrificarli. Perciò finge di negoziare, senza volere la pace.

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