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Putin non si piega e detta al telefono a Trump i termini dell’intesa sull’Ucraina

(afp)

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I punti chiave: no al solo cessate il fuoco e Kiev deve decidere al più presto di lasciare il Donbass alla Russia
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Ormai è un format: Zelensky va da Trump, ma il presidente americano ha appena deciso il menu al telefono con Putin. Si sono sentiti anche ieri, giusto in tempo per scardinare la scaletta che Zelensky aveva preparato con i volonterosi fissando temi e priorità, paletti e aspettative. «I guerrafondai sono andati nel panico», gongola l’inviato del Cremlino negli Usa, Kirill Dmitriev.

Rispetto alla precedente missione di Zelensky del 18 ottobre, quella preceduta dalla famosa telefonata con cui Putin deragliò le ambizioni del presidente ucraino di ottenere i missili Tomahawk, è cambiata solo la formula delle cortesie: stavolta è il presidente americano a chiamare il Cremlino. Il tono è «amichevole», secondo la Tass la conversazione dura un’ora e 15 minuti compresi i convenevoli, le traduzioni, lo scambio di auguri per il nuovo anno e la prosa notoriamente prolissa di Putin. Ma sul tavolo c’è il destino di milioni di persone: «La fine delle ostilità in Ucraina è possibile se Kiev prende…

Ormai è un format: Zelensky va da Trump, ma il presidente americano ha appena deciso il menu al telefono con Putin. Si sono sentiti anche ieri, giusto in tempo per scardinare la scaletta che Zelensky aveva preparato con i volonterosi fissando temi e priorità, paletti e aspettative. «I guerrafondai sono andati nel panico», gongola l’inviato del Cremlino negli Usa, Kirill Dmitriev.

Rispetto alla precedente missione di Zelensky del 18 ottobre, quella preceduta dalla famosa telefonata con cui Putin deragliò le ambizioni del presidente ucraino di ottenere i missili Tomahawk, è cambiata solo la formula delle cortesie: stavolta è il presidente americano a chiamare il Cremlino. Il tono è «amichevole», secondo la Tass la conversazione dura un’ora e 15 minuti compresi i convenevoli, le traduzioni, lo scambio di auguri per il nuovo anno e la prosa notoriamente prolissa di Putin. Ma sul tavolo c’è il destino di milioni di persone: «La fine delle ostilità in Ucraina è possibile se Kiev prenderà una decisione coraggiosa sul Donbass, in linea con gli accordi russo-americani», dice il consegliere di Putin, Yuri Ushakov, spiegando che Kiev dovrebbe decidere «senza indugio» tenendo conto dell’evolversi della situazione in prima linea.

È il cuore della pressione su Kiev per accettare il boccone più amaro. Persino i tempi sono fissati: a inizio gennaio, spiega Ushakov, saranno resi noti «i parametri dei gruppi di lavoro sull’Ucraina», cioè sui singoli punti della bozza di accordo da implementare. Putin ha cioè «accettato la proposta della parte americana di lavorare alla risoluzione della crisi ucraina in due gruppi di lavoro appositamente creati» per risolvere «vari aspetti della sicurezza» e «questioni di natura economica».

È chiaro che c’è una traccia, un sentiero ancora impervio ma già delineato. Putin ha preparato il terreno per tempo. Venerdì ha passato in rassegna il programma statale sugli armamenti sottolineando l’aumento «esponenziale» delle armi, con le munizioni aumentate «di 22 volte». Se Kiev non vuole la pace, Mosca non ne ha bisogno, è il messaggio affidato ai negoziatori. Il nuovo assetto militare, sostiene, «permette di raggiungere nuovi successi come la liberazione di Hulyaipole». Perdite che «il regime di Kiev avrebbero potuto evitare» garantendo «il legittimo diritto all’autodeterminazione agli abitanti del Donbass». Ora, dice Putin, in Occidente sono comparse «persone intelligenti che raccomandano alle autorità di Kiev di accettare condizioni di pace decenti, ma i leader del regime di Kiev non hanno fretta».

La versione del Cremlino è quella di sempre: è Kiev a non volere la pace non accettando le condizioni discusse con gli americani, quel ritiro volontario dal Donbass che per l’Ucraina si chiama capitolazione. «Se le autorità di Kiev non sono disposte a porre fine alla questione pacificamente, risolveremo tutte le sfide che ci attendono con la forza», dice Putin. È questo il menu del pranzo servito a Zelensky a casa Trump. Il presidente americano «ha ascoltato attentamente la valutazione di Mosca sulle prospettive dell’accordo e le argomentazioni di Putin», dice Ushakov. Ed entrambi hanno una stoccata preventiva già assestata a Zelensky e ai volenterosi: «Sia Putin che Trump valutano le proposte di Kiev e dell’Unione Europea per una soluzione pacifica come un tentativo di prolungare il conflitto», dice Ushakov. Nessun cessate il fuoco, dunque. Il punto su cui gli europei e Kiev avevano insistito come precondizione per qualsiasi trattativa è fuori dal tavolo.

Trump guarda oltre, Putin è in perfetta sintonia. Al telefono, il presidente Usa insiste sulla necessità di chiudere rapidamente l’accordo: «Ha parlato delle impressionanti prospettive di cooperazione economica tra Stati Uniti e Russia se il conflitto ucraino dovesse concludersi».

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