Ucraina, il piano di pace in 20 punti e perché Donbass, Zaporizhzhia e tregua restano nodi irrisolti
di Enrico FranceschiniLONDRA – Progressi compiuti, intesa “al 90 per cento”, ma non ancora un accordo sul restante 10 per cento. Passi avanti, ma rimangono “questioni spinose”. L’ennesimo incontro fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, il settimo, domenica in Florida, dopo un intenso carosello di consultazioni diplomatiche, inclusa una telefonata poche ore prima fra il presidente americano e Vladimir Putin, “non è riuscito” a portare la pace in Ucraina, titola il Financial Times. Sia Trump che Zelensky hanno descritto il colloquio come positivo e produttivo, ma almeno tre problemi cruciali restano irrisolti. “Le prossime settimane chiariranno se è possibile trovare una soluzione”, dice il capo della Casa Bianca. Ecco a che punto è la trattativa.
La questione territoriale
È forse l’aspetto più difficile del negoziato. Putin pretende che Kiev si ritiri dal 20 per cento circa del Donbass ancora sotto il suo controllo. Il Donbass è una regione ricca di miniere e prevalentemente russofona, ovvero la cui po…
LONDRA – Progressi compiuti, intesa “al 90 per cento”, ma non ancora un accordo sul restante 10 per cento. Passi avanti, ma rimangono “questioni spinose”. L’ennesimo incontro fra Donald Trump e Volodymyr Zelensky, il settimo, domenica in Florida, dopo un intenso carosello di consultazioni diplomatiche, inclusa una telefonata poche ore prima fra il presidente americano e Vladimir Putin, “non è riuscito” a portare la pace in Ucraina, titola il Financial Times. Sia Trump che Zelensky hanno descritto il colloquio come positivo e produttivo, ma almeno tre problemi cruciali restano irrisolti. “Le prossime settimane chiariranno se è possibile trovare una soluzione”, dice il capo della Casa Bianca. Ecco a che punto è la trattativa.
La questione territoriale
È forse l’aspetto più difficile del negoziato. Putin pretende che Kiev si ritiri dal 20 per cento circa del Donbass ancora sotto il suo controllo. Il Donbass è una regione ricca di miniere e prevalentemente russofona, ovvero la cui popolazione è storicamente di lingua ed etnia russa. Mosca ha cominciato a occuparla con una prima invasione nel 2014, in cui occupò anche la penisola di Crimea, anch’essa a maggioranza russofona. Con la seconda invasione, quella iniziata nel febbraio 2022, le truppe russe hanno conquistato complessivamente circa quattro quinti del Donbass.
Dopo l’incontro con Trump, Zelensky ha citato la necessità, o possibilità, di un referendum per decidere sulla concessione o meno dell’intero Donbass alla Russia. La contro proposta avanzata da Trump a Putin, in apparenza con il sostegno di Kiev e dei leader europei, è la creazione in tutto o in parte del Donbass di una “zona speciale economica” a statuto speciale, demilitarizzata, da cui dovrebbero ritirarsi dunque sia le truppe russe che quelle ucraine, come compromesso per risolvere la questione. Ma per ora il Cremlino non cede su questo punto. “O l’Ucraina accetta le nostre richieste sul Donbass o otterremo quello che vogliamo militarmente”, ha ribadito domenica sera un portavoce del presidente russo.
In ogni caso Kiev vorrebbe un cessate il fuoco che congeli il fronte del Donbass sulle posizioni attuali dei due eserciti, per poi avere il tempo di risolvere la questione attraverso referendum e ulteriori negoziati, ma Mosca afferma che una soluzione del genere lascerebbe irrisolti i problemi alla base del conflitto e sostiene che anche Washington è di questo parere.
Privata del Donbass e della Crimea, e altresì delle province di Zaporizhizhia e Kherson che collegano il Donbass alla Crimea, anch’esse occupate dalle forze russe nel corso di questi quasi quattro anni di guerra, l’Ucraina avrebbe perso il 20 per cento circa del proprio territorio nazionale.
La centrale di Zaporizhzhia
La centrale nucleare più grande d’Europa è una necessità vitale per la ricostruzione dell’Ucraina. Ma è occupata dalle truppe russe. Su questo punto sembra che Putin sarebbe disposto a un compromesso per condividerne il futuro utilizzo con gli Stati Uniti e con Kiev. Ma Kiev non intende riconoscere a Mosca il diritto di sfruttamento esplicito di una centrale nucleare che appartiene all’Ucraina.
Una possibile soluzione, secondo quanto filtra dalle indiscrezioni, sarebbe lo sfruttamento congiunto di Ucraina e Stati Uniti dell’energia prodotta dalla centrale di Zaporizhzhia, con gli Stati Uniti che poi spartirebbero la propria parte con la Russia come parte di un accordo bilaterale fra Washington e Mosca.
Le garanzie di sicurezza
Dopo il colloquio di domenica in Florida con Trump, Zelensky ha dichiarato che la questione delle garanzie di sicurezza post-belliche per l’Ucraina è sostanzialmente risolta “al 100 per cento”. Trump è stato più cauto, dicendo è risolta “al 95 per cento”. Non conoscendo i dettagli, è difficile capire se sia proprio così. Kiev, ad esempio, vorrebbe che l’Unione Europea si impegnasse formalmente ad accettare l’ingresso accelerato dell’Ucraina entro una data specifica, a quanto pare entro l’1 gennaio 2027, ovvero nel giro di un anno, ma non è chiaro se ciò sia tecnicamente possibile, anzi molti lo ritengono impossibile.
In assoluto, non pare che Mosca si opponga per principio all’adesione dell’Ucraina alla Ue, ma è verosimile che voglia rinviarlo il più a lungo possibile, per avere il tempo di cercare di manipolare future elezioni ucraine e spingere l’opinione pubblica ucraina a cambiare idea, ossia a scegliere di rimanere legati alla Russia piuttosto che all’Europa unita, esattamente come è accaduto a un’altra ex-repubblica sovietica, la Georgia, dove il governo emerso dalle ultime elezioni, sotto pressioni e influenza del Cremlino, ha per il momento abbandonato la candidatura all’ingresso nella Ue.
Ci sarebbe invece un’intesa su un accordo bilaterale di difesa tra Usa e Ucraina, nell’ambito del quale sarebbero i Paesi europei, in primo luogo Francia e Regno Unito, a proteggere l’Ucraina da possibili future minacce di nuove invasioni da parte della Russia. Il punto incerto è come si attuerebbe in concreto questa protezione. Finora Putin si è opposto fermamente alla presenza di truppe straniere in Ucraina. Può darsi che vi sia un compromesso su controlli via satellite e aumento di truppe europee alla frontiera, in particolare forze aeree, così come sul numero di soldati consentiti alle forze armate ucraine, che inizialmente Mosca voleva limitare a 500 mila, ma Kiev vorrebbe portare almeno a 800 mila.
Il fattore economico
Come nel piano di pace americano per Gaza, i negoziatori di Trump, l’immobiliarista Steve Witkoff e suo genero Jared Jushner, danno grande rilievo allo sviluppo economico come incentivo alla pace. Da un lato, promettendo alla Russia la fine delle sanzioni, progetti congiunti per lo sviluppo di esplorazioni petrolifere nell’Artico e per lo sfruttamento delle terre rare, investimenti americani a Mosca, oltre alla possibilità di rientrare nel G7 che tornerebbe a essere il G8 (sebbene Putin abbia detto che non ci tiene).
Dall’altro lato, l’America promette un pacchetto di investimenti da 800 miliardi di dollari in Ucraina, per la ricostruzione post-bellica, lo sfruttamento delle terre rare, il rilancio dell’economia, con l’intenzione naturalmente che a guadagnarci siano anche gli Stati Uniti, non solo Kiev: per questo agli ultimi negoziati ha preso parte Larry Fink, amministratore delegato di Black Rock, il più grande fondo di investimenti degli Usa e del mondo.
Le lodi a Putin
Come in passato, Trump continua a lodare la Russia. Dopo l’incontro con Zelensky, il presidente americano ha detto che Putin “vuole vedere l’Ucraina avere successo”: sarà per questo, si commenta a Kiev, che ha continuato incessantemente a bombardarne le abitazioni private anche mentre si svolgevano i colloqui?
Trump ha anche descritto come “molto buona e produttiva” la telefonata di due ore che ha avuto con Putin prima del colloquio con il presidente ucraino: ormai è la regola, c’è una telefonata fra Trump e Putin prima di ogni nuovo round negoziale tra il capo della Casa Bianca e Zelensky, dalle quali non traspaiono nuove concessioni di rilievo da parte russa.
Sulla questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia, Trump ha detto di averla discussa con Putin, che la centrale è “pronta a funzionare, Putin sta lavorando con l’Ucraina per aprirla, e non la sta bombardando, il che è un grosso passo”. In un modo o nell’altro, Trump presenta quasi sempre Putin come disposto alla pace e aperto ai compromessi, ma finora sulle questioni chiave il Cremlino almeno in pubblico non si è mosso di un millimetro.
Le prossime tappe
Dopo l’incontro in Florida con Trump, Zelensky ha parlato al telefono con il premier britannico Keir Starmer, con il presidente francese Emmanuele Macron e con la premier italiana Giorgia Meloni. Macron ha annunciato che la cosiddetta “coalizione dei volonterosi”, ovvero i principali alleati europei dell’Ucraina, si incontreranno a Parigi all’inizio di gennaio per discutere “i contributi concreti” di ciascuno alle garanzie di sicurezza da offrire a Kiev. “Le prossime settimane”, afferma Trump, “diranno se un accordo di pace è possibile”. Un traguardo più volte annunciato, e che ogni volta si allontana di un altro po’ nel tempo, ma che tutti continuano a rincorrere.