NEW YORK – Nella faida del mondo Maga, in cui da settimane influencer, commentatori e politici si accusano a vicenda di essere antisemiti o “nemici interni”, ha fatto scalpore una grande assenza: quella di J. D. Vance. Il vicepresidente degli Stati Uniti ha scelto di non prendere posizione, aggirando le polemiche, tenendosi alla larga anche dall’incontro di Mar-a-Lago con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, dove invece era presente il segretario di Stato Marco Rubio.
Secondo i media americani la spiegazione è semplice: Vance sta lavorando alla candidatura presidenziale del 2028 e progetta di attraversare il Paese per lanciare la propria immagine, non più di vice fotocopia del tycoon, ma di leader autonomo. Non è una sfida semplice, perché l’ex senatore dell’Ohio, 41 anni, dovrà cercare di staccarsi da Donald Trump – in calo di popolarità e afflitto da problemi di salute – senza ferirne l’ego. La prospettiva di ges…
NEW YORK – Nella faida del mondo Maga, in cui da settimane influencer, commentatori e politici si accusano a vicenda di essere antisemiti o “nemici interni”, ha fatto scalpore una grande assenza: quella di J. D. Vance. Il vicepresidente degli Stati Uniti ha scelto di non prendere posizione, aggirando le polemiche, tenendosi alla larga anche dall’incontro di Mar-a-Lago con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, dove invece era presente il segretario di Stato Marco Rubio.
Secondo i media americani la spiegazione è semplice: Vance sta lavorando alla candidatura presidenziale del 2028 e progetta di attraversare il Paese per lanciare la propria immagine, non più di vice fotocopia del tycoon, ma di leader autonomo. Non è una sfida semplice, perché l’ex senatore dell’Ohio, 41 anni, dovrà cercare di staccarsi da Donald Trump – in calo di popolarità e afflitto da problemi di salute – senza ferirne l’ego. La prospettiva di gestire una sfida politica di questo tipo, che a molti risulterebbe paralizzante, sembra invece l’ideale per Vance, che si sta affermando come la figura più inquietante tra i populisti americani: è meno rumoroso, più disciplinato, più colto, perfetto per normalizzare il trumpismo.
Dicono di lui che «non media il conflitto, lo sospende». Non è un incendiario ma il freddo amministratore dell’ira. Vance non rappresenterà una rottura con The Donald, ma la sua possibile eredità, meno caotica, più giovane e forse più duratura. È populista ma non incarna la rivolta contro l’élite: rappresenta una nuova versione, finanziata da Big Tech. In questo avrà un grande alleato: Elon Musk. Il proprietario di X, Space X e Tesla ha un debito di riconoscenza con Vance. Secondo il Washington Post, il vicepresidente è stato decisivo per evitare che la rottura tra Musk e Trump travolgesse entrambi e il movimento Maga. Vance ha disinnescato la minaccia della nascita di un terzo partito, come aveva annunciato il sudafricano, e spinto perché alla Nasa venisse chiamato Jared Isaacman, amico fraterno di Musk.
La tregua tra il miliardario sudafricano e il tycoon resta fragile, l’alleanza Musk-Vance no. In vista di una discesa in campo, i finanziamenti del ceo di Tesla e la sua macchina tecnologica potrebbero fare la differenza come successo con Trump alle presidenziali dell’anno scorso, e allontanare le candidature di potenziali avversari come il senatore del Texas Ted Cruz e quello del Missouri Josh Hawley. Intanto Vance ha incassato il sostegno di Erika Kirk, vedova dell’attivista suprematista cristiano Charlie Kirk ucciso in un attentato a settembre. All’evento in Arizona di Turning Point, l’organizzazione di Kirk, i repubblicani si sono insultati. Il giornalista Tucker Carlson è stato accusato di «imbecillità morale» dall’influencer Ben Shapiro per aver ospitato nel suo podcast il negazionista dell’Olocausto Nick Fuentes.