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Gli Stati Uniti e la malattia americana

(afp)

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Dopo le dimissioni di Nixon l’Occidente ammirava la forza della legge, ora resta basita per la democrazia erosa. La grammatica condivisa nell’Atlantico è stata ribaltata dalle crociate contro le élite liberal e i “nemici del popolo”
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Quando Jimmy Carter, poco conosciuto governatore della Georgia e coltivatore di arachidi, arrivò alla Casa Bianca, nel 1976, il vignettista Giorgio Forattini lo ritrasse su questo giornale, allora neonato, con due noccioline in mano, a fare il segno V di Vittoria. Carter mise la Cia sul banco degli imputati, promise di «non mentire mai al popolo», aprì la stagione dei diritti con l’America Latina, denunciò la “malaise”, la malattia americana, ma non seppe contrastare l’inflazione in casa e l’offensiva degli ayatollah a Teheran e venne sconfitto dal sorridente slogan, “È mattino in America”, di Ronald Reagan. Dopo la sconfitta in Vietnam e lo scandalo Watergate, gli europei guardavano agli Stati Uniti non come a un impero perfetto, ma come a un alleato capace di rinnovarsi, passato remoto ormai.

Cinquant’anni dopo, nel 2026, l’America celebrerà i 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, incapace di mettersi d’accordo perfino su come festeggiare, il regista Ken Burns produce un docu…

Quando Jimmy Carter, poco conosciuto governatore della Georgia e coltivatore di arachidi, arrivò alla Casa Bianca, nel 1976, il vignettista Giorgio Forattini lo ritrasse su questo giornale, allora neonato, con due noccioline in mano, a fare il segno V di Vittoria. Carter mise la Cia sul banco degli imputati, promise di «non mentire mai al popolo», aprì la stagione dei diritti con l’America Latina, denunciò la “malaise”, la malattia americana, ma non seppe contrastare l’inflazione in casa e l’offensiva degli ayatollah a Teheran e venne sconfitto dal sorridente slogan, “È mattino in America”, di Ronald Reagan. Dopo la sconfitta in Vietnam e lo scandalo Watergate, gli europei guardavano agli Stati Uniti non come a un impero perfetto, ma come a un alleato capace di rinnovarsi, passato remoto ormai.

Cinquant’anni dopo, nel 2026, l’America celebrerà i 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, incapace di mettersi d’accordo perfino su come festeggiare, il regista Ken Burns produce un documentario commovente per unire i cittadini, e in tanti gli danno addosso da traditore. Alla Casa Bianca governa Donald Trump, e il suo nuovo documento “National Security Strategy” non è più atlante della leadership occidentale, cara ai presidenti Roosevelt e Truman e ai diplomatici Kennan e Harriman, ma resa dei conti con l’Europa. Gli Stati Uniti, faro della rivoluzione liberale nel Settecento, flirtano in Europa con i movimenti che, da destra a sinistra, Farage a Londra, Conte a Roma, contestano l’eredità illuminista e liberale e, di conseguenza, in sondaggi recenti quasi la metà dei cittadini europei vede nel presidente Usa un rivale, non un alleato.

Trump considera l’Europa continente in via di “estinzione civile”, e la narrativa del “declino occidentale” lo accomuna la conversione al cattolicesimo del vicepresidente J.D. Vance. Le sinistre deluse si scoprono gemelle dei populisti nazionalisti, nell’Ue e negli Usa, fra disuguaglianze, fragilità dei media, il cinismo con cui si guarda a guerre e dittature “lontane”, finendo per fare da corifei alle narrative illiberali del presidente russo Putin.

Lo studioso Emmanuel Todd nel saggio La sconfitta dell’Occidente (Fazi) descrive Usa e Ue come civiltà logorata da squilibri demografici, guerre periferiche, crisi di fede nella propria missione storica. Il porcospino d’acciaio: Occidente ultimo atto di Luciano Canfora (Laterza), come gli editoriali del fisico Carlo Rovelli, riducono “la democrazia una ideologia”, glissando sulle autocrazie, certi, come il trumpiano miliardario Peter Thiel che “la democrazia non garantisce la libertà”. E applaudendo infine, per paradosso, l’antieuropeismo in voga negli Usa.

Nel 1976 gli europei ammiravano un’America che, dopo aver visto dimettersi il presidente Nixon, con i suoi collaboratori in tribunale, dimostrava la forza della legge. Oggi vediamo in America attacchi a giudici, giornalisti, funzionari “nemici del popolo”. Nel 1976 democracy, human rights, rule of law erano grammatica condivisa nell’Atlantico, oggi infuriano crociate contro le élite liberal e nei talk show e online democrazia è parola vuota, la società aperta sistema di potere ipocrita, la Nato guerrafondaia, la sconfitta dell’Occidente atto di immanente giustizia storica.

È vero, Usa, Europa, Occidente non sono anime pure, la democrazia può degenerare in mercato selvaggio, le guerre “per i diritti” nascondere interessi materiali, ma auspicare nel 2026 che Pechino, Mosca e Washington siano potenze imperiali, come al Congresso di Vienna 1815, non ha senso, l’autodeterminazione dei popoli, per cui si son battuti i nostri antenati, va difesa.

Nel 1976, gli americani sentivano vivo il sogno di Martin Luther King e la promessa di John Kennedy di battersi per la libertà, ora meno. Se non vogliamo che i prossimi cinquant’anni siano giusto un lungo addio all’Occidente democratico, europei e americani devono riscoprire, d’urgenza, un lessico e un faticoso lavoro comuni: rimettere mano alle democrazie, perché funzionino meglio, ridurre disuguaglianze e precarietà, proteggere la libertà di dibattito, investire in scuola, scienza, includere chi soffre ai margini del benessere.

Jimmy Carter, nel discorso di insediamento, disse: «La forza morale è la nostra più grande risorsa», massima che i populisti del XXI secolo irridono come ingenua. Eppure è da lì che dobbiamo ripartire: dalla testarda, imperfetta, bellissima idea che la libertà, pur piena di contraddizioni, valga sempre la pena di essere difesa. Pena tornare nel buio dell’autoritarismo, che per secoli ha reso infelice il nostro mondo.

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