✕

Fallimenti e repressione del delfino di Chávez ossessionato dai traditori

Un murales a Caracas ritrae Nicolas Maduro

 

Ascolta l'audio

Tredici anni al potere, da quando lo scelse il leader bolivariano, tra elezioni contestate, dissidenti arrestati ed economia a picco
2 minuti di lettura

ROMA – «Dubitare è tradire». Per Nicolás Maduro era un dogma. Lo ripeteva nei comizi, in tv, durante le rassegne militari. Lo ricordava nei vertici ristretti con i suoi fedelissimi, cercando tra gli occhi dei partecipanti il minimo segno di indecisione. Lo ha ripetuto poco prima di andare a dormire, venerdì sera: nessuno si arrenderà. Tutti gli hanno obbedito; continuano a farlo in queste ore cariche di incertezza. Lui è stato costretto a farlo.

L’ex autista della metropolitana e leader sindacale dei trasporti diventato presidente del Venezuela su designazione del suo mentore Hugo Chávez non si aspettava certo che il tradimento sarebbe arrivato da un anonimo ufficiale dell’esercito. Una talpa ha guidato gli occhi dei droni Usa che da tre settimane scandagliavano il centro di Caracas e soprattutto il perimetro di Fort Tiuna, l’enorme e super protetto complesso militare dove il leader chavista si era rifugiato nelle ultime settimane. Il commando della Delta Force è andato a cercarlo i…

ROMA – «Dubitare è tradire». Per Nicolás Maduro era un dogma. Lo ripeteva nei comizi, in tv, durante le rassegne militari. Lo ricordava nei vertici ristretti con i suoi fedelissimi, cercando tra gli occhi dei partecipanti il minimo segno di indecisione. Lo ha ripetuto poco prima di andare a dormire, venerdì sera: nessuno si arrenderà. Tutti gli hanno obbedito; continuano a farlo in queste ore cariche di incertezza. Lui è stato costretto a farlo.

L’ex autista della metropolitana e leader sindacale dei trasporti diventato presidente del Venezuela su designazione del suo mentore Hugo Chávez non si aspettava certo che il tradimento sarebbe arrivato da un anonimo ufficiale dell’esercito. Una talpa ha guidato gli occhi dei droni Usa che da tre settimane scandagliavano il centro di Caracas e soprattutto il perimetro di Fort Tiuna, l’enorme e super protetto complesso militare dove il leader chavista si era rifugiato nelle ultime settimane. Il commando della Delta Force è andato a cercarlo in camera da letto. Lo ha svegliato, sollevato di forza e portato via con la moglie Cilia Flores.

L’ascesa e il declino dell’uomo più odiato e amato del Venezuela sono racchiusi in 13 anni di potere. La sua storia politica inizia il 5 marzo del 2013. Quel giorno muore il protagonista della più importante rivoluzione politica e sociale del paese sudamericano. Si chiama Hugo Chávez, è un ex tenente colonnello dell’esercito ed è considerato il padre della svolta bolivariana, dal nome del Libertador Simón Bolívar. È lui stesso a indicare Nicolás Maduro come suo successore. Lo premia perché gli è stato fedele sin dai tempi del golpe fallito nel 1992. Lo ha sostenuto, consigliato, seguito nei diversi governi, come ministro dell’Industria, degli Esteri e anche come vicepresidente. La Repubblica era presente il giorno dei funerali a Caracas e abbiamo ascoltato le sue dichiarazioni roboanti con le quali accoglieva l’incoronazione da lui considerata una missione divina.

L’uomo adesso fotografato bendato e in manette a bordo di una nave militare americana ha cercato di emulare il suo idolo. Tuttavia, la coppia aveva caratteri e cultura diversi. Se Chávez aveva carisma e dedicava tutte le sue energie a trasformare una società classista riscattando l’orgoglio degli indigeni costretti ai margini del potere, Maduro si è mostrato più incerto e confuso nella strategia politica. Ha fallito molti obiettivi, non è riuscito a contenere l’inflazione, si è circondato di uomini e donne che hanno pensato più al potere che al paese. Non è stato all’altezza del compito che gli era stato affidato. Le conseguenze di quasi tre lustri di presidenza sono disastrose. L’economia del Venezuela è sprofondata, la corruzione ha dilagato, è prevalsa l’incompetenza. Il paese che ha le più grandi riserve di petrolio al mondo è stato spesso a secco di benzina, ha ridotto al minimo la produzione e il commercio del greggio. La popolazione si è impoverita.

Dopo tre elezioni vinte con un leggero e contestato margine, Maduro ha usato il pugno di ferro contro ogni opposizione. Ha represso le manifestazioni di protesta oceaniche: centinaia di feriti e morti. Ha arrestato dirigenti politici, funzionari, giornalisti, intellettuali, accademici, esponenti del dissenso. Ha usato la giustizia per bloccare gli avversari, la Costituzione per frenare la corsa di potenziali concorrenti. Ha truccato palesemente l’ultimo risultato elettorale. Ha costretto oltre 4 milioni di persone, moltissimi giovani, a lasciare il paese provocando la più imponente diaspora nel continente dell’ultimo secolo.

Contrariamente a quanto si pensa, Maduro governava da solo. Non si fidava di nessuno. Sospettava di chiunque. Temeva per la sua vita. Era diventata un’ossessione. Per questo si era fatto affiancare solo da quattro fedelissimi. Tre sono ancora a Caracas e invitano la popolazione a resistere. Senza cedere al panico. Sono una donna, Delcy Rodriguéz, vicepresidente, e tre uomini: il fratello Jorge, ministro della Comunicazione, Vladimir Padrino López, ministro della Difesa e Diosdado Cabello, il più duro e radicale del gruppo, attuale ministro dell’Interno e della Sicurezza. Adesso tra questi non si sa chi proverà a prendere le redini del potere. Nessuno osa farlo. Sarebbe un tradimento. Donald Trump del resto ha già detto che saranno gli Usa a governare. Da subito.

Leggi i commenti