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Juan Gabriel Vásquez: “Gli Stati Uniti sono diventati nemici del diritto internazionale”

Juan Gabriel Vasquez

 

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Parla lo scrittore colombiano che attraverso i suoi romanzi racconta l’America Latina, l’imperialismo e le responsabilità storiche. “Resta da vedere se la fine di Maduro sia anche la caduta del regime”
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Juan Gabriel Vásquez è nato a Bogotà, ha studiato e lavorato a Parigi e Barcellona, poi è tornato in patria dove scrive e lavora. I suoi romanzi intrecciano storia, vita quotidiana, mafie, narcotraffico, politica. Gli ultimi, Voltarsi indietro e Le reputazioni, sono pubblicati in Italia da Feltrinelli. Le storie cui dà vita sono la materia di cui è fatta l’America Latina, vittima – per lo scrittore - di un imperialismo statunitense mai sopito.

Qual è stata la prima cosa che ha pensato quando ha visto la foto di Maduro in manette su una nave americana?

«A dire il vero la primissima cosa è stata una domanda: è reale? Può essere falsa? Trump e i suoi alleati prosperano sulla menzogna e sulla distorsione. Dobbiamo essere attenti e critici rispetto a tutto ciò che …

Juan Gabriel Vásquez è nato a Bogotà, ha studiato e lavorato a Parigi e Barcellona, poi è tornato in patria dove scrive e lavora. I suoi romanzi intrecciano storia, vita quotidiana, mafie, narcotraffico, politica. Gli ultimi, Voltarsi indietro e Le reputazioni, sono pubblicati in Italia da Feltrinelli. Le storie cui dà vita sono la materia di cui è fatta l’America Latina, vittima – per lo scrittore - di un imperialismo statunitense mai sopito.

Qual è stata la prima cosa che ha pensato quando ha visto la foto di Maduro in manette su una nave americana?

«A dire il vero la primissima cosa è stata una domanda: è reale? Può essere falsa? Trump e i suoi alleati prosperano sulla menzogna e sulla distorsione. Dobbiamo essere attenti e critici rispetto a tutto ciò che vediamo».

La prima giustificazione data all’intervento statunitense in Venezuela è stato il narcotraffico. Eppure, Trump ha recentemente graziato Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras, condannato per traffico di droga negli Stati Uniti. Cosa non torna in questa storia?

«Non torna nulla. È l’ennesimo esempio della gigantesca ipocrisia americana, e c’è anche la vecchia manipolazione del tema della droga per giustificare il dominio politico ed economico sui Paesi dell’America Latina. Ciò che è accaduto recentemente nei Caraibi — le uccisioni extragiudiziali di cento cittadini sudamericani che forse trasportavano droga — è stato un pretesto per avvicinare le portaerei alla costa venezuelana. Bisogna ricordare che il narcotraffico è un crimine inventato dagli Stati Uniti all’inizio degli anni Settanta. La guerra alla droga ha fallito, ma continua perché la legalizzazione metterebbe fine ai cartelli e alle mafie, come accadde con l’alcol negli anni Venti, e toglierebbe agli Stati Uniti l’influenza che esercitano sull’America Latina».

Il regime di Maduro è una dittatura colpevole di numerosi crimini contro il proprio popolo e contro l’umanità, infiltrata da agenti cubani, iraniani, cinesi. La sua caduta è una buona notizia o il metodo usato porterà solo nuova instabilità?

«Prima di tutto, resta da vedere se la caduta di Maduro significhi davvero la caduta del regime. Trump è capace di mantenere la vicepresidente al potere se gli conviene, e infatti ha respinto María Corina Machado. Sono sempre stato molto critico nei confronti del regime di Maduro e prima ancora di quello di Chávez. Hanno distrutto un Paese e spinto otto milioni di venezuelani all’esilio, sono stati corrotti fino al midollo e sempre più repressivi, con centinaia di prigionieri politici. In Venezuela gli oppositori vengono rapiti, torturati e uccisi. Ma la risposta è: nulla di tutto questo può mai giustificare un intervento violento e illegale da parte di un’altra potenza. L’abbiamo già visto: in Iraq, in Afghanistan, in altri luoghi. Trump è un teppista e il suo governo di teppisti può essere utile per far cadere la dittatura di Maduro, ma a un prezzo altissimo in termini di sovranità».

La vera ragione è il petrolio?

«È una delle ragioni, ma ce ne sono altre: distrarre gli elettori americani dai fallimenti e dagli scandali di questo governo, fare appello agli elettori antisocialisti, dare semplicemente una dimostrazione di forza per stabilire la preminenza americana nella regione».

Che conseguenze avrà per l’America Latina questa nuova applicazione della dottrina Monroe?

«Siamo davanti a un governo di fascisti e xenofobi che cercano solo di tornare a un mondo diviso in sfere di influenza. La dottrina tratta di fatto il continente americano come una proprietà degli Stati Uniti, e questo autorizza Cina e Russia a fare lo stesso nelle loro sfere di influenza. L’ordine internazionale creato dopo la Seconda guerra mondiale è ufficialmente morto, e gli Stati Uniti sono diventati uno dei nemici pubblici del diritto internazionale e delle istituzioni internazionali. Sono agenti del caos».

Trump e Rubio hanno già minacciato Colombia e Cuba. È preoccupato per il suo Paese?

«Certo che lo sono. Trump e i suoi bulli parlano solo il linguaggio della violenza, fa parte del loro gioco, perché crea instabilità e può produrre pretesti per un’escalation».

I raid dell’ICE nelle città americane hanno preso di mira persone provenienti dal Sudamerica, separando famiglie e distruggendo vite. Era prevedibile, ma una parte consistente del voto latino alle ultime elezioni presidenziali è andato a Trump. Come lo spiega?

«Non si può spiegare con semplificazioni o manicheismi. Una risposta è che molti elettori non si preoccupano davvero degli altri immigrati: si preoccupano del proprio portafoglio, e Trump aveva fatto loro grandi promesse. Un’altra ragione è ciò che chiamo “la cascata del disprezzo”: gli immigrati già stabiliti vedono i nuovi arrivati come una minaccia. Un’altra ancora è che molti elettori latinoamericani condividono i valori di Trump: la paranoia antisocialista, il razzismo, posizioni ultraconservatrici, anti-gay e anti-aborto. Uno degli errori che abbiamo commesso è stato pensare che il trumpismo fosse un’entità unica. Non lo è».

Vede progressi nella lotta al narcotraffico da parte di Paesi come Messico e Colombia?

«Non c’è alcun progresso né mai ci sarà. La lotta non esiste per essere vinta, ma perché gli Stati Uniti abbiano un pretesto per controllare politicamente i Paesi dell’America Latina: per esempio con il ridicolo diritto di certificare o decertificare i produttori. È oltre l’ipocrisia. Se la droga diventasse legale, mafie, corruzione e violenza scomparirebbero, e resterebbe un problema di salute pubblica. Ma gli Stati Uniti, principali consumatori al mondo, non permetteranno mai la legalizzazione».

Nel suo “Il rumore delle cose che cadono” la violenza e il crimine si insinuano nella vita quotidiana in Colombia. Vede paralleli con il Venezuela di oggi?

«In un certo senso sì. Quel romanzo esplora l’impatto della cosiddetta guerra alla droga sulle vite di individui che ne sono molto lontani, e possiamo aspettarci che grandi romanzieri venezuelani (e ce ne sono molti) scrivano romanzi per comprendere questa catastrofe. Ma in questi giorni ho pensato anche a un altro mio libro: Storia segreta del Costaguana, che esplorava l’intervento americano in Colombia nel 1903. Le analogie sono moltissime».

Gran parte del suo lavoro interroga le responsabilità di chi assiste alla Storia, il modo in cui decide di reagire. Gli scrittori hanno un ruolo nel caos che ha descritto?

«Gli scrittori sono testimoni. Tra pochi giorni pubblicherò in spagnolo una raccolta degli articoli politici che ho scritto per El País. Il libro si intitola Esto ha sucedido, da una frase de La peste di Camus: “Il compito del cronista è dire ‘questo è accaduto’ quando vede che, in effetti, questo è accaduto”. Nel mondo di Trump e Putin non c’è nulla di più difficile. Un’aggressione diventa una liberazione in Ucraina. Un genocidio diventa legittima difesa a Gaza. Un colpo di Stato diventa una giornata patriottica al Campidoglio. Un intervento illegale diventa una lotta contro la corruzione in Venezuela. No, no! Abbiamo perso la capacità di dire: questo è accaduto. Il compito dei narratori — giornalisti, romanzieri, storici — è dirlo».

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