CÚCUTA – A metà del ponte, Evelin Cardenas si guarda attorno, sorride e azzecca la metafora. «Il Venezuela è esattamente come me in questo momento… nel mezzo di un tragitto incompiuto, sospeso sul proprio destino. Da una parte c’è il regime, dall’altra la libertà». Il ponte su cui la 57 enne Evelin, nata e cresciuta a San Cristóbal, avanza trascinando un trolley e un marito lento è il Simón Bolívar, uno dei tre attraversamenti internazionali sul Tachira, il fiume che, a Cúcuta, segna il confine tra la Colombia e il Venezuela. Evelin ha aspettato di essere lontana dai doganieri per dire a voce alta che l’arresto di Nicolás Maduro «è stato un’emozione indescrivibile» e che i venezuelani «sono tutti felici ma si trattengono per paura». Sì, certo, è «una vittoria agrodolce», perché il governo è ancora in piedi e la presidente ad interim è la vice di Maduro. Comunque sia non ha dubbi, «il processo di transizione è iniziato».
CÚCUTA – A metà del ponte, Evelin Cardenas si guarda attorno, sorride e azzecca la metafora. «Il Venezuela è esattamente come me in questo momento… nel mezzo di un tragitto incompiuto, sospeso sul proprio destino. Da una parte c’è il regime, dall’altra la libertà». Il ponte su cui la 57 enne Evelin, nata e cresciuta a San Cristóbal, avanza trascinando un trolley e un marito lento è il Simón Bolívar, uno dei tre attraversamenti internazionali sul Tachira, il fiume che, a Cúcuta, segna il confine tra la Colombia e il Venezuela. Evelin ha aspettato di essere lontana dai doganieri per dire a voce alta che l’arresto di Nicolás Maduro «è stato un’emozione indescrivibile» e che i venezuelani «sono tutti felici ma si trattengono per paura». Sì, certo, è «una vittoria agrodolce», perché il governo è ancora in piedi e la presidente ad interim è la vice di Maduro. Comunque sia non ha dubbi, «il processo di transizione è iniziato».
Più ci si avvicina alla frontiera e più aumentano le motociclette Bera, i taxi, gli autobus con gli adesivi “socialismo” da cui spuntano dita che fanno il segno della vittoria, autisti improbabili che offrono passaggi oltrefiume, a San Antonio e Ureña, l’odore di pollo fritto, i banchi dei cambiavalute, l’umidità che attacca i vestiti alla pelle. La chiassosa via di uscita per chi fugge dalla Rivoluzione bolivariana così come l’ha declinata, fino allo scorso venerdì notte, l’erede di Hugo Chávez. Ci si chiede, però, quando diventerà la via del ritorno.
Noraima Pérez, 35 anni, originaria di Barinas, l’ha appena attraversata mano nella mano con sua figlia di 8 anni. Sostiene che ogni cosa sia nelle mani del Signore. «L’operazione militare di Trump non ce la aspettavamo, siamo rimasti sorpresi. Non so se la cattura di Maduro sia stata la cosa migliore, però confido in Dio e i tempi di Dio sono perfetti». Evelin Cardenas, la donna della metafora, ora sta cercando un taxi ma da quando è su questa sponda del Tachira ha voglia di farsi ascoltare. «Il presidente americano è stato grande, noi avevamo provato in tutti i modi a manifestare contro il regime, abbiamo votato contro nel 2024, era impossibile ottenere il cambiamento». Però lei se ne sta andando. «L’arresto di Maduro non basta e non può bastare. Ci sono ancora Rodríguez, Cabello, Padrino López…».
Cúcuta è la capitale del dipartimento Norte de Santander. Una città che in realtà sono due città: 800 mila residenti colombiani e almeno 300-400 mila profughi venezuelani. Sono oppositori politici, anti chavisti, studenti, giornalisti, attivisti, gente schiacciata dal calcagno della repressione (tanti quelli usciti nel biennio 2018-2019) e gente che è scappata dall’iperinflazione. Sono arrivati anche i criminali, a gruppi e armati, si stanno prendendo dei barrio con le estorsioni e la violenza. Non si sentono voci in favore di Maduro o del chavismo: nella comunità venezuelana di Cúcuta si aspetta solo Maria Corina Machado, la dissidente della nuova destra globale. E finché non vedranno lei al potere, nessuno si muoverà da qui.
Il 70 per cento del traffico di persone e mezzi tra Colombia e Venezuela passa da questi tre ponti internazionali che hanno i nomi dei rivoluzionari del diciannovesimo secolo, Simón Bolívar, Francisco de Paula Santander, Manuel Atanasio Girardot Diaz, gli eroi delle due nazioni. Arrivando dal centro della città si incrocia il comune di Villa del Rosario, dove fu scritta la Costituzione della Gran Colombia del 1821. Ogni giorno 73 mila pendolari oltrepassano i ponti e poi rientrano. Non è questo a impensierire Gustavo Petro.
Il presidente colombiano temeva l’ondata migratoria dopo l’arresto di Maduro e perciò ha detto di aver dispiegato 30 mila soldati lungo il confine. L’ondata non c’è stata. Né in un verso, quello dell’arrivo, né soprattutto nell’altro, il ritorno a casa. A Cúcuta, che è il valico principale, appena tre mezzi blindati e un capannello di soldati. La Colombia ospita già 2,8 milioni di profughi, si calcola che negli ultimi dieci anni 8 milioni di persone hanno lasciato il Venezuela. Molti vanno a nord, passano il Darien Gap, la terra senza strade tra Colombia e Panama, proseguono negli Stati Uniti.
Tre sono i ponti ufficiali ma almeno dieci i sentieri illegali, usati dai contrabbandieri e dai passeur, i traghettatori di esseri umani. Tutti sanno dove sono e come si fa a prenderli, ma è noto anche che lungo gli sterrati paludosi tra gli alberi si finisce nelle mani dei guerriglieri colombiani dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln) e dei banditi venezuelani del Tren de Aragua. I cronisti locali raccontano di decine di cadaveri ritrovati tra le fronde, vittime della lotta per il controllo territoriale a cavallo di una frontiera volutamente porosa, lunga 2.219 chilometri, dove passano cocaina, armi, esseri umani. Solo a Cúcuta in media ci sono 300 omicidi l’anno.
Il barrio Ileras è un quartiere di venezuelani. Sulla avenida primera si affacciano le botteghe, le officine, negozi di parrucchieri come quello di Giovannina Indira Arias, 48 anni, nata a Caracas, fuggita nel 2018. In Venezuela era coordinatrice elettorale di un partito di opposizione alleato di Machado. «Finalmente Maduro pagherà davanti alla giustizia».
Però Giovannina sabato non è andata a festeggiare «la hora de la libertad» sul Malecón de la Avenida Libertadores coi connazionali e i fuochi d’artificio, e questo svela il suo vero stato d’animo. «Trump ha fatto il primo passo, necessario, ma gli uomini del dittatore sono ancora al loro posto. Non posso festeggiare perché non è ancora il momento di tornare».