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Incognita Cabello. Il ministro venezuelano della repressione è il nuovo osservato speciale Usa

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Ha conosciuto Chávez sui campi da baseball e da lì fino ai vertici. Incarna la linea dura e può ostacolare la transizione
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CUCUTA – Dudar es traición. Dubitare è tradimento. È un motto, ma anche un ordine, una regola, un avviso ai naviganti, una minaccia. E dunque, il motivo per cui Diosdado Cabello non esce di casa senza indossare il suo cappellino con su scritto: “Dudar es traición”. Perché sia ben chiaro a tutti. Anche alla nuova presidente del Venezuela, soprattutto a lei.

Cabello, 63 anni, ministro del Poder popular de Relaciones interiores y Justicia, contemporaneamente ministro dell’Interno e della Giustizia, l’uomo più potente, pericoloso e temuto del Venezuela perché stringe nel pugno la leva della repressione, l’irriducibile su cui pende una taglia da 25 milioni di dollari emessa dall’agenzia antidroga statunitense che lo accusa di essere il padrino del sistema che lega insieme narcotrafficanti e militari, era presente al giuramento di Delcy Rodríguez. Cappellino in testa, sguardo torvo, non una parola. La postura di chi assiste a…

CUCUTA – Dudar es traición. Dubitare è tradimento. È un motto, ma anche un ordine, una regola, un avviso ai naviganti, una minaccia. E dunque, il motivo per cui Diosdado Cabello non esce di casa senza indossare il suo cappellino con su scritto: “Dudar es traición”. Perché sia ben chiaro a tutti. Anche alla nuova presidente del Venezuela, soprattutto a lei.

Cabello, 63 anni, ministro del Poder popular de Relaciones interiores y Justicia, contemporaneamente ministro dell’Interno e della Giustizia, l’uomo più potente, pericoloso e temuto del Venezuela perché stringe nel pugno la leva della repressione, l’irriducibile su cui pende una taglia da 25 milioni di dollari emessa dall’agenzia antidroga statunitense che lo accusa di essere il padrino del sistema che lega insieme narcotrafficanti e militari, era presente al giuramento di Delcy Rodríguez. Cappellino in testa, sguardo torvo, non una parola. La postura di chi assiste a un funerale.

Il chavismo è fatto di immagini e simboli. Rodríguez aveva la mano destra alzata e la sinistra sulla Bibbia, e Nicolasito, il figlio 35 enne di Maduro, chavista di seconda generazione, meno ortodossia e più compromesso (disse che avrebbe accettato l’esito delle presidenziali del 2024 anche se avesse vinto l’opposizione di Eduardo Gonzáles, il giorno dopo Cabello replicò che la rivoluzione doveva essere più ferma che mai e che i giovani non avevano vissuto i momenti duri), piangeva al microfono parlando del padre catturato. L’attenzione però era per l’immobile Diosdado Cabello e le sue occhiatacce severe lanciate a Rodríguez e agli altri presenti. Perché dudar es traición.

(afp)

Lui non dubita e gli Stati Uniti lo sanno, infatti lo considerano l’ostacolo al piano predatorio di Trump sul Venezuela e sulle sue risorse petrolifere. L’amministrazione americana gli sta facendo arrivare messaggi espliciti: o collabori o sarai il prossimo ad essere prelevato dalla Delta Force e trascinato alla sbarra del tribunale di New York. “El Pulpo”, come lo hanno soprannominato i dissidenti che vedono i suoi tentacoli allungarsi ovunque, non si scompone. La notte del 6 gennaio si fa riprendere al volante della sua macchina in una Caracas deserta. «Qui tutto è tranquillo, il popolo cosciente sa che cosa deve fare per far tornare alla normalità il paese…». Sul profilo Instagram pubblica un video dove parla alla radio, stringe mani ai poliziotti e urla insieme ai suoi «leales siempre, traidores nunca!», che è la risposta gridata a chi, nella Repubblica bolivariana, sta trattando con la Casa Bianca. E la riprova, se mai ce ne fosse bisogno, della sua ossessione paranoica verso traditori, collaboratori, spie occidentali.

Andy Martínez, una guardia del regime che ha disertato nel 2018, lo descrive così a Repubblica. «Dorme poco, è sempre per strada coi suoi, poliziotti, personale del Sebin (l’intelligence, ndr), soldati, membri dei colectivos, un insieme di individui in uniforme. Non è un segreto che quest’uomo sia un criminale e che si comporti come tale».

Figlio di un sindacalista del partito Acción democratica che gli ha dato il nome del presidente filippino Diosdado Macapagal, un quoziente intellettivo sopra la media (pare che sia stato il quinto studente più intelligente nell’Academia militar del Venezuela), sempre nel governo o in ruoli istituzionali negli ultimi 26 anni, Cabello ha conosciuto Hugo Chávez giocando nella stessa squadra di baseball. Una folgorazione, da allora non si sono più lasciati. Era con lui durante il tentato golpe del 1992, è stato con lui per tutti i tredici anni di presidenza dell’ideatore della rivoluzione bolivariana.

Nell’atto di accusa dell’agenzia federale Usa si legge che Cabello, numero due del chavismo nella sostanza e nella forma (è il segretario generale del Psuv, il Partito socialista unito del Venezuela), si è incontrato segretamente alla frontiera con i marxisti-leninisti dell’Eln, i guerriglieri colombiani, per verificare alcune piste di atterraggio clandestine per i corrieri della droga. «Quegli incontri ci sono stati», conferma Martínez, la guardia fuggita. «Colui che ha iniziato a controllare tutto il narcotraffico in Venezuela si chiama Diosdado Cabello Rondón». L’uomo privo di dubbi.

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