Iran: migliaia in piazza, bloccato internet. Trump: “Non so se Pahlavi può governare”
di Gabriella ColarussoTehran, Mashhad, Tabriz, Isfahan, Babol, Rasht. Le proteste in Iran, finora concentrate soprattutto nell’Ovest curdo, esplodono e si allargano alle grandi città, portano in piazza migliaia di persone, nella notte i cortei crescono e la rabbia sale: “Morte al dittatore”, “Lunga vita allo scià”, “Libertà, libertà”, “Questa è l’ultima battaglia, Pahlavi ritornerà”, urlano le piazze. Dopo 11 giorni di manifestazioni innescate dal crollo del rial che ha esacerbato la crisi economica, mercoledì era stato il figlio dello scià, Reza Pahlavi, che da anni vive all’estero, a chiamare gli iraniani alla protesta giovedì e venerdì sera, dopo le 20. Molti hanno risposto. Per le strade si mescolano istanze diverse, ci sono i nostalgici della monarchia ma anche repubblicani, laici, conservatori moderati, giovani cosmopoliti esausti da anni di crisi economica e repressione e accomunati da un’unica richiesta: la fine della Repubblica islamica e l’inizio di una nuova era. Verso cosa, nessuno al momento è…
Tehran, Mashhad, Tabriz, Isfahan, Babol, Rasht. Le proteste in Iran, finora concentrate soprattutto nell’Ovest curdo, esplodono e si allargano alle grandi città, portano in piazza migliaia di persone, nella notte i cortei crescono e la rabbia sale: “Morte al dittatore”, “Lunga vita allo scià”, “Libertà, libertà”, “Questa è l’ultima battaglia, Pahlavi ritornerà”, urlano le piazze. Dopo 11 giorni di manifestazioni innescate dal crollo del rial che ha esacerbato la crisi economica, mercoledì era stato il figlio dello scià, Reza Pahlavi, che da anni vive all’estero, a chiamare gli iraniani alla protesta giovedì e venerdì sera, dopo le 20. Molti hanno risposto. Per le strade si mescolano istanze diverse, ci sono i nostalgici della monarchia ma anche repubblicani, laici, conservatori moderati, giovani cosmopoliti esausti da anni di crisi economica e repressione e accomunati da un’unica richiesta: la fine della Repubblica islamica e l’inizio di una nuova era. Verso cosa, nessuno al momento è in grado di dirlo.
Dopo quattro decenni di repressione dura, in Iran resistono diverse forme di attivismo sociale e politico, ma non esiste in Iran una opposizione unita, con una leadership e un programma, e anche questo spiega la presa che l’appello di Pahlavi ha avuto sui manifestanti: l'ultima spiaggia, l’ultima occasione per superare un sistema considerato corrotto e fallito, non più in grado di dare un futuro al paese. “Certo che preferisco la democrazia, non voglio certo il re, ma iniziamo a cambiare le cose”, ci dice Azadeh, che è in piazza a Teheran dal primo giorno. A differenza delle proteste del 2022 (Donna, Vita, Libertà) o di quelle del 2019 contro il carovita, questa volta c’è un elemento esterno che influenza gli eventi: la pressione americana. Trump ha ribadito che “se cominceranno ad uccidere delle persone, cosa che hanno tendenza a fare durante le proteste, li colpiremo molto fortemente".
Sta già accadendo. L’organizzazione per i diritti umani Iran Human Rights, che ha sede all’estero, conta almeno 45 vittime, tra cui otto minori. Diversi video mostrano agenti di sicurezza sparare sulla folla nonostante l’appello del presidente iraniano Pezeshkian a non attaccare i manifestanti a meno che non minaccino la sicurezza nazionale. Scontri violenti si sono verificati nelle città curde come Hamadan, Ilam, ma anche a Mashhad, Tabriz, Teheran. Alcuni edifici governativi sono stati dati alle fiamme. A Teheran, testimoni in piazza raccontano a Repubblica di aver sentito colpi di arma da fuoco in prossimità dei cortei.
Il governo ha staccato la rete Internet e le linee telefoniche, gli attivisti temono una repressione ancora più brutale, ma lo stesso Trump per ora non sembra intenzionato a intervenire: in un’intervista con Huge Hewitt, un commentatore politico vicino ai Repubblicani, ha attribuito le vittime a “problemi di controllo della folla, non sono sicuro di poter ritenere necessariamente qualcuno responsabile per questo”, ha spiegato in un discorso un po’ contraddittorio.
Martedì Reza Pahlavi andrà a Mar a Lago, non è chiaro se incontrerà il presidente direttamente, ma il tycoon per il momento sembra offrire al principe un trattamento simile a quello riservato alla leader dell’opposizione venezuelana, Corina Machado, che pure a differenza di Pahlavi ha sempre vissuto nel suo paese: “L'ho osservato e sembra una brava persona, ma non sono sicuro che sarebbe appropriato farlo in questo momento come Presidente. Penso che dovremmo lasciare che tutti si espongano e vedere chi prevale. Non sono necessariamente sicuro che sarebbe la cosa appropriata da fare”, ha detto Trump.
Reza Pahlavi, che ha 64 anni e vive in esilio da quando ne aveva 18, si è proposto come una figura ponte in grado di guidare una transizione verso la democrazia. Sta dimostrando di avere una certa quota di sostenitori in Iran, ma è anche guardato con sospetto da tanti che denunciano i suoi legami con la destra israeliana di Netanyahu, rifiutano cambi di regime manovrati dall’esterno e non vogliono tornare a un passato di cui ricordano torture, assolutismo e polizia segreta. La Repubblica islamica, inoltre, è un sistema autoritario molto complesso, con diversi livelli decisionali, che è riuscito ad assorbire numerosi choc nei suoi 45 anni di regime. L’apparato religioso-militare che governa il paese ha strutture di comando che si duplicano e decine di migliaia di operativi tra intelligence, esercito, Guardiani della rivoluzione, basiji (le milizie paramilitari responsabile della repressione) che non hanno dato segni di frammentazione o di defezioni e difficilmente rinuncerebbero ai benifici di cui godono per sottometterebbero a un’autorità esterna senza qualche forma di accordo negoziato.
Secondo osservatori esterni bene informati e fonti in Iran consultate da Repubblica, se le proteste dovessero crescere ancora, o dovesse esserci un nuovo attacco esterno contro l’Iran, il sistema potrebbe favorire una transizione interna e a prendere il potere potrebbero essere pezzi di apparato magari più pragmatici e disposte al dialogo con gli Stati Uniti, con l’appoggio dei Guardiani della rivoluzione, il corpo militare che da 45 anni sorveglia la tenuta della Repubblica islamica e che è diventato un Leviatano economico e politico.
L’Iran è un paese di 90 milioni di abitanti molto diverso dal Venezuela, ma alcuni lezioni si possono trarre dagli eventi di Caracas: Trump ha preferito l’accordo con pezzi di regime a una transizione affidata all’opposizione. Potrebbe scegliere questo approccio anche con Teheran, invece che favorire o persino produrre cambi con esuli eredi della monarchia che gli iraniani hanno già rovesciato con la rivoluzione islamica del 1979, al grido di viva l’ayatollah Khomeini.