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Chi è Reza Pahlavi, l’amico dell’Occidente che sfida Khamenei ma che non tutto l’Iran sogna

(afp)
Figlio dello scià deposto nel 1979, viene invocato come possibile guida di una transizione democratica da parte dei manifestanti nel Paese e fuori. Ma non ha una rete di organizzazione interna
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Si candida a guidare una transizione che per ora non si vede, e per la quale fino a qualche tempo fa pochi in Iran lo avrebbero invocato. Ma Reza Ciro Pahlavi, 65 anni, figlio dell’ultimo Scià di Persia, Mohammed Reza, deposto dalla rivoluzione khomeinista nel 1979, è riuscito a mobilitare una parte consistente degli iraniani e a far fare un salto di qualità alle proteste iniziate a fine dicembre. Nelle strade si grida il suo nome, e chi l’ha sempre avversato, ritenendolo non capace o non adatto a guidare il paese, tra il male e il peggio ora decide di sostenerlo. “E’ l’unica alternativa al momento”, sintetizza Amir, 40 anni, dissidente iraniano che vive in Germania.

Reza era stato cresciuto per avere la corona in testa fino ai suoi 18 anni, quando la rivoluzione islamica di Khomeini rovesciò la monarchia e costrinse la sua famiglia a fuggire. Vive da anni negli Stati Uniti, protetto dall’intelligence americana, la sua famiglia si muove tra Londra, Washington e Parigi. Pochi giorni …

Si candida a guidare una transizione che per ora non si vede, e per la quale fino a qualche tempo fa pochi in Iran lo avrebbero invocato. Ma Reza Ciro Pahlavi, 65 anni, figlio dell’ultimo Scià di Persia, Mohammed Reza, deposto dalla rivoluzione khomeinista nel 1979, è riuscito a mobilitare una parte consistente degli iraniani e a far fare un salto di qualità alle proteste iniziate a fine dicembre. Nelle strade si grida il suo nome, e chi l’ha sempre avversato, ritenendolo non capace o non adatto a guidare il paese, tra il male e il peggio ora decide di sostenerlo. “E’ l’unica alternativa al momento”, sintetizza Amir, 40 anni, dissidente iraniano che vive in Germania.

Reza era stato cresciuto per avere la corona in testa fino ai suoi 18 anni, quando la rivoluzione islamica di Khomeini rovesciò la monarchia e costrinse la sua famiglia a fuggire. Vive da anni negli Stati Uniti, protetto dall’intelligence americana, la sua famiglia si muove tra Londra, Washington e Parigi. Pochi giorni prima dell’attacco israeliano all’Iran di giugno, la figlia Iman ha sposato Bradley Sherman, un uomo d’affari ebreo americano, il primo ebreo a entrare a far parte della famiglia reale iraniana. Il matrimonio ha scatenato le fantasie più varie tra molti commentatori online, complotti, cospirazioni, ma è tutto piuttosto chiaro. I due si conoscevano dal 2017, una relazione lunga, e non serve un matrimonio a svelare la linea politica di Reza Pahlavi, che da anni coltiva rapporti cordiali e di amicizia con Israele, ha vistato il Paese solo due anni fa, ha incontrato Netanyahu, parlamentari, il capo dell’intelligence, con un «messaggio di amicizia» per rinnovare «gli antichi legami tra Iran e Israele», che hanno interrotto le loro relazioni diplomatiche dopo l’avvento del khomeinismo.

In Iran, il nome Pahlavi ha sempre prodotto reazioni contrastanti. C’è chi vedrebbe di buon occhio il ritorno del figlio dello Scià, ricorda i progressi e lo sviluppo raggiunti sotto la monarchia. Chi insegue il sogno di una democrazia piena e non avrebbe mai accettato come leader un uomo che associa al governo autocratico di suo padre e suo nonno, fino a poco tempo. Quando è iniziata la guerra di giugno, Pahlavi si è rifiutato di condannare i raid israeliani, lasciando a bocca aperta molti iraniani in patria che pure vorrebbero un cambiamento radicale, ma non con le bombe, e ha presentato il suo «piano di transizione» al Jerusalem Post, un quotidiano israeliano che lo stesso giorno pubblicava un editoriale-appello per spartire l’Iran in diversi Stati etnici.

L’altro grosso scivolone risale a qualche anno fa quando, intervistato da Patrick Bet-David, un podcaster vicino alla destra, disse che immaginava di tornare in Iran solo “part-time”, avendo molti impegni Usa. Ma la repressione selvaggia delle piazze da parte della Repubblica Islamica, e il rischio che l’intero movimento venga soffocato nel sangue dai pretoriani di Khamenei sta cambiando segno all’immagine di Pahlavi, anche a gli occhi di tanti progressisti, e ora l’erede viene considerato come un’alternativa possibile se non l’unica alternativa. Una buona parte della società iraniana è convinta che qualsiasi cosa sia migliore della Repubblica islamica, pur non avendo alcuna simpatia per il sovrano esule.

Lui invoca da tempo un nuovo sistema democratico per il Paese, inclusivo e rispettoso dei diritti umani, ma si è anche circondato di nazionalisti e personaggi legati all’ultradestra e ai neocon americani che gli avevano il sostegno della sinistra, dei moderati, dei liberali. «I suoi collaboratori non potrebbero gestire nemmeno una pizzeria in Iran», raccontavano sarcastici alcuni suoi collaboratori solo qualche mese fa. «Potrebbe anche giocare un ruolo, ma non ha ampio sostegno né un’organizzazione efficace intorno a sé».

«Sono sempre stato scettico nei confronti di Reza Pahlavi per la mancanza di talento politico, di organizzazione, perché il suo team è composto da estremisti e sciovinisti», scriveva lo storico Arash Azizi . «Se Pahlavi vuole rimediare alle mancanze del passato deve riuscire a ottenere la defezione delle forze di sicurezza del regime e convocare un serio vertice per l’unità nazionale». Il momento è adesso, dice il principe.

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