Iran, decine di morti e arresti. La polizia: “Alzato il livello dello scontro”
di Gabriella ColarussoLa foto è stata scattata l’8 gennaio, intorno alle 23, a Rasht. Ci arriva via Signal e grazie a Starlink, nel buio in cui è costretto l’Iran dopo che i suoi governanti hanno deciso di staccare ogni canale di comunicazione con il mondo esterno e tra gli iraniani all’interno del Paese: i telefoni, internet, i segnali satellitari. A terra c’è il corpo di un manifestante coperto da un lenzuolo bianco, in una pozza di sangue. È l’istantanea della repressione «senza clemenza» che le autorità iraniane hanno promesso contro quelli che chiamano «vandali» «criminali», «rivoltosi» e da ieri anche «terroristi», facendo temere agli attivisti un’ondata di condanne a morte. Chiunque prenda parte alle proteste sarà considerato un «nemico di Dio», avverte il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad, un’accusa che prevede la pena di morte. Stamattina Sardar Radan, comandante in capo della polizia nazionale iraniana, ha dichiarato che "il livello dello scontro con i rivoltosi è aumentato" e ha celebr…
La foto è stata scattata l’8 gennaio, intorno alle 23, a Rasht. Ci arriva via Signal e grazie a Starlink, nel buio in cui è costretto l’Iran dopo che i suoi governanti hanno deciso di staccare ogni canale di comunicazione con il mondo esterno e tra gli iraniani all’interno del Paese: i telefoni, internet, i segnali satellitari. A terra c’è il corpo di un manifestante coperto da un lenzuolo bianco, in una pozza di sangue. È l’istantanea della repressione «senza clemenza» che le autorità iraniane hanno promesso contro quelli che chiamano «vandali» «criminali», «rivoltosi» e da ieri anche «terroristi», facendo temere agli attivisti un’ondata di condanne a morte. Chiunque prenda parte alle proteste sarà considerato un «nemico di Dio», avverte il procuratore generale Mohammad Movahedi Azad, un’accusa che prevede la pena di morte. Stamattina Sardar Radan, comandante in capo della polizia nazionale iraniana, ha dichiarato che "il livello dello scontro con i rivoltosi è aumentato" e ha celebrato quelli che ha definito "arresti importanti".
Nel blackout senza precedenti la censura è selettiva: gli apparati di sicurezza garantiscono le connessioni alla tv di stato e a poche agenzie di stampa controllate dal governo che mostrano immagini di strade vuote e di manifestazioni «a favore della Repubblica islamica» durante i funerali di alcuni agenti di sicurezza uccisi nei disordini. Ma è solo una parte della realtà. La piazza che vuole la fine della repubblica islamica non retrocede e si allarga, cresce.
Al quattordicesimo giorno di proteste, le strade di Teheran, Mashhad, Tabriz, Ahvaz, Rasht tornano a riempirsi, migliaia, forse centinaia di migliaia di manifestanti. “Lunga vita al re”, “L’Iran sarà libero”, “Riprendiamoci la nostra patria”, “Morte a Khamenei”, “Morte al dittatore”, “Non abbiamo più paura” scandiscono rispondendo all’appello di Reza Pahlavi, il figlio esule dello Scià deposto nel 1979 che ha chiesto ai manifestanti di non lasciare la piazza e assicura di essere pronto a tornare in Iran per guidare una «transizione democratica». Il sistema risponde con forza bruta.
Le testimonianze di alcuni medici raccolte dalla Bbc parlano di tre ospedali di Teheran sopraffatti da corpi di «pazienti morti o feriti» con «colpi diretti alla testa dei giovani, e anche al cuore».
Un video verificato da FactNameh riprende familiari e genitori mentre cercano i loro cari tra i cadaveri ammassati in un capannone. Lo scontro tra piazze senza organizzazione e un apparato armato deciso a non perdere il potere rischia di diventare ancora più cruento. I pasdaran, i guardiani della rivoluzione che sono diventati più potenti dell’esercito regolare e un leviatano economico-politico, avvertono i «terroristi» che «salvaguardare le conquiste della rivoluzione islamica e mantenere la sicurezza è una linea rossa». È un messaggio chiaro e minaccioso ai manifestanti: il sistema non si tocca. Anche l’esercito regolare si fa sentire, ma con un comunicato in cui non cita la repubblica islamica: «Proteggeremo gli interessi nazionali, le infrastrutture strategiche del Paese e la proprietà pubblica».
L’ong Human Rights Activists News Agency parla di almeno 116 morti dall’inizio delle proteste, mentre gli arresti sarebbero oltre 2.600. Si tratta di numeri parziali perché il blackout impedisce di avere un quadro completo della situazione. Ci sono morti anche tra le forze di sicurezza, riferisce la ong Hengaw.
Fonti tra gli attivisti confermano a Repubblica che alcune organizzazioni di camionisti sono entrate in sciopero e che da oggi altri settori produttivi potrebbero unirsi, rispondendo all’appello di Pahlavi che ha chiesto ai lavoratori dell’industria, del petrolio, ai professionisti di bloccare il Paese. Mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi accusa Stati Uniti e israeliani di essere dietro le rivolte e di fomentare un disegno eversivo, il presidente Masoud Pezeshkian, che pure aveva avuto nei primi giorni un atteggiamento più morbido con i manifestanti, per ora tace.
Ieri sera era stato annunciato un suo discorso: cancellato, potrebbe tenerlo oggi. Intanto il sistema prepara la sfida nelle piazze e indice una manifestazione a sostegno della repubblica islamica per domani. Mostreranno i muscoli, sarà senz’altro molto partecipata, ma sarà l’unica cosa che gli iraniani potranno vedere sulla tv megafono del potere.