Il blocco di Internet è una costante nella repressione del dissenso in Iran. Un po’ come è ovunque un regime si senta minacciato dalla piazza. Quello imposto in queste ore da Tehran si sta già caratterizzando come uno dei blocchi più duri imposti dal regime. Il traffico Internet sarebbe crollato nelle ultime 24 ore a un livello prossimo allo zero. La durezza della reazione del governo sembra causata della stessa natura della protesta. Gli iraniani sono scesi in piazza nelle maggiori città del paese contro la svalutazione del rial, per il peggioramento generale delle condizioni di vita, un movimento nato dai commercianti ma che si è esteso rapidamente a tutte le fasce della popolazione suggerendo che al di là delle ragioni economiche ci sia una perdita di fiducia generale nei confronti dello stato.
Il blocco della rete Internet. Musk attiva Starlink
Le dimensioni della protesta hanno indotto gli ayatollah a bloccare la rete nel paese. Il motivo è semplice: su internet, sulle piattaforme, si organizzano le proteste, modi e tempi della protesta, si diffondo istruzioni su come aggirare blocchi di polizia e mobilitare rapidamente grandi numeri di persone. Secondo diverse notizie online riportate da magazine di settore, ma al momento non confermate, in queste ore SpaceX, l’azienda dei satelliti di Elon Musk, avrebbe attivato la rete Starlink in Iran. Gratuitamente, per tutti. La notizia è stata rilanciata anche dall’account ufficiale del Mossad, il servizio segreto israeliano. Ma non da Musk, generalmente molto attivo su questo fronte.
Ad ogni modo il blocco di internet è una tattica collaudata. In Iran è stato deciso già nel 2009, per arginare il Movimento Verde. Nel 2019, il blocco più severo mai registrato e uno dei più complessi al mondo fino ad allora. Un blackout durato una settimana, con Tehran che ha di fatto spento l’internet forzando la popolazione a usare la National information network, una internet nazionale controllata dallo stato.
Ancora nel 2022, dopo la morte di Masha Amini, che accese la protesta dei movimenti per la libertà della donna. L’ultima, in ordine di tempo, è la più recente, a giugno dello scorso anno, durante gli attacchi di Israele e le incursioni israeliane nello spazio cyber iraniano. Ma come può una nazione bloccare internet?
Come può uno stato spegnere la rete Internet?
Ci sono diverse strategie che una nazione può adottare. Ognuna colpisce a vari livelli l'infrastruttura tecnologica. Il metodo più immediato e diretto ricorda quanto concreto e materiale sia Internet e interviene direttamente a livello fisico. Il governo impone ai fornitori di servizi lo spegnimento degli apparati hardware nelle centrali o la disconnessione dei cavi internazionali in fibra ottica. Oppure, blocca la fornitura di energia elettrica ai server. Questa azione genera un blackout totale che isola completamente il Paese, rendendo impossibile la comunicazione digitale anche per i servizi essenziali.
Ma gli approcci sono diversi. E in Iran sono piuttosto preparati a muoversi in diversi scenari possibili. Un approccio più tecnico agisce invece sul Border Gateway Protocol, ovvero il sistema di instradamento che permette ai dati di muoversi a livello globale. In questo caso (spiega un articolo piuttosto tecnico del tink thank canadese indipendente Cigi) il governo impone ai provider di cancellare le rotte digitali che collegano gli indirizzi IP nazionali al resto del mondo; il risultato è che il Paese diventa invisibile per la rete globale, rendendo impossibile sia l'invio che la ricezione di informazioni oltre i confini.
Esistono poi metodi più mirati che non spengono la rete ma ne filtrano i contenuti. Uno di questi riguarda la manipolazione del Domain name system (Dns), quello che spesso viene spiegato come l’elenco telefonico di internet. Alterando questi registri, lo Stato può impedire ai cittadini di raggiungere specifici siti web, come social media o testate giornalistiche, reindirizzandoli verso pagine di errore o contenuti controllati. Ad ogni modo il Dns blocking è facilmente aggirabile, motivo per cui spesso viene combinato con altri metodi.
L’Iran, un paese in crisi ma tecnologicamente avanzato
Infine, i governi più tecnologicamente avanzati utilizzano la Deep Packet Inspection, una tecnica che permette di analizzare in tempo reale i pacchetti di dati in transito per identificare il tipo di traffico, i protocolli utilizzati e bloccare applicazioni, servizi o strumenti di anonimato. Su internet, i dati navigano a ‘pacchetti’. Questo strumento ‘apre’ il pacchetto e guarda cosa c’è dentro. Nel caso, la blocca. Anche questa tecnica sembra essere nella rosa delle possibilità sviluppate negli anni dall’Iran. Capace di sviluppare talenti e competenze di primo livello nell’informatica e nella cybersecurity. In un’intervista a Italian Tech dello scorso ottobre, Roberto Baldoni (Agenzia Cyber) ha raccontato il sistema di reclutamento di giovani talenti da parte del regime di Tehran, attento a formare gli studenti in materie scientifiche e avviare programmi e premi nazionali per consentire ai migliori di diventare parte del sistema di sicurezza cyber nazionale.
Durezza e efficacia delle misure di controllo e repressione però non dipendono solo dalla bravura tecnica degli apparati statali. L’uso di tecnologie che bypassano le infrastrutture di terra, come i collegamenti satellitari indipendenti o le reti di comunicazione locale tra dispositivi, rappresenta oggi la sfida principale per i regimi che tentano di imporre il silenzio digitale.
Starlink, per esempio. O l’uso di una Vpn, strumento sempre più popolare. Una Vpn (Virtual private network) è una tecnologia che consente di creare un collegamento cifrato tra il dispositivo dell’utente e un server remoto. In questo modo il traffico Internet viene instradato attraverso un punto diverso dalla rete locale, nascondendo l’indirizzo IP originale. La Vpn protegge i dati in transito e rende più difficile per terzi osservare o modificare la comunicazione. È utilizzata sia per motivi di sicurezza sia per tutelare la privacy online.