NEW YORK – «Fonti molto attendibili ci hanno detto che le uccisioni dei manifestanti stanno finendo e le esecuzioni annunciate non avverranno». Ha sorpreso tutti il presidente Trump, quando ieri pomeriggio ha parlato così dallo Studio Ovale, dopo che la Reuters aveva scritto che l’attacco all’Iran potrebbe arrivare entro 24 ore e il Pentagono aveva iniziato ad evacuare le basi nella regione. I giornalisti allora gli hanno chiesto se questo significa che non ci sarà più l’intervento militare e lui ha frenato: «Osserveremo e verificheremo. Spero sia vero».
I Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti stanno cercando di convincere Trump ad evitare la nuova offensiva, sollecitata dal premier israeliano Netanyahu, perché il capo della Casa Bianca aveva segnalato in vari modi di aver preso la sua decisione. Quindi si trattava solo di vedere quale forma intendeva dare all’intervento, giustificato con la necessità di aiutare i manifestanti nella Repubblica islamica. …!-->
NEW YORK – «Fonti molto attendibili ci hanno detto che le uccisioni dei manifestanti stanno finendo e le esecuzioni annunciate non avverranno». Ha sorpreso tutti il presidente Trump, quando ieri pomeriggio ha parlato così dallo Studio Ovale, dopo che la Reuters aveva scritto che l’attacco all’Iran potrebbe arrivare entro 24 ore e il Pentagono aveva iniziato ad evacuare le basi nella regione. I giornalisti allora gli hanno chiesto se questo significa che non ci sarà più l’intervento militare e lui ha frenato: «Osserveremo e verificheremo. Spero sia vero».
I Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti stanno cercando di convincere Trump ad evitare la nuova offensiva, sollecitata dal premier israeliano Netanyahu, perché il capo della Casa Bianca aveva segnalato in vari modi di aver preso la sua decisione. Quindi si trattava solo di vedere quale forma intendeva dare all’intervento, giustificato con la necessità di aiutare i manifestanti nella Repubblica islamica.
Martedì il presidente aveva accelerato, sollecitando così i dimostranti: «Patrioti iraniani, continuate a protestare. Prendete il controllo delle vostre istituzioni!». Quindi aveva promesso che «l’aiuto è in arrivo». Proprio nelle stesse ore il Consiglio per la sicurezza nazionale si riuniva alla Casa Bianca, per valutare le opzioni proposte dal Pentagono, che andavano dalle sanzioni e le operazioni psicologiche, fino ai bombardamenti delle strutture usate dal regime, in particolare quelle della Guardia rivoluzionaria e i ministeri della Difesa e dell’Interno.
Nella giornata di ieri Arabia Saudita, Qatar e Oman hanno cercato di dissuadere Trump, sostenendo che un attacco rischierebbe di destabilizzare ancora di più la regione. Se il regime sopravvivesse, infatti, la sua rappresaglia andrebbe oltre i confini nazionali della repressione in corso; se cadesse, le armi di Teheran potrebbero finire nelle mani di elementi ancora più estremisti di quelli al potere ora, con conseguenze imprevedibili per la sicurezza dell’intero Medio Oriente.
La Reuters, citando fonti europee, ha scritto che l’attacco potrebbe scattare nel giro delle prossime 24 ore. Il Pentagono nel frattempo ha ordinato l’evacuazione del personale considerato non essenziale, dalla base al Udeid del Qatar e da altre strutture nella regione. Si tratta della più grande installazione dell’aeronautica militare americana nella regione e la vicinanza all’Iran, dall’altra parte del mare nel Golfo Persico, la rende un obiettivo assai probabile dell’eventuale rappresaglia.
Il Pentagono non ha forze preponderanti nella regione in questo momento, perché la portaerei Ford è stata spostata davanti alle coste del Venezuela, e quindi è limitato nelle sue capacità. Però ha comunque in zona tre cacciatorpediniere inclusa la Roosevelt, più almeno un sottomarino, in grado di lanciare missili contro l’Iran, per non parlare di altre risorse che potrebbero essere mobilitate a distanze maggiori, come era accaduto quando a giugno aveva bombardato i siti del programma nucleare.
Il premier israeliano Netanyahu aveva apertamente sollecitato nuovi raid durante la sua visita a Mar a Lago il 29 dicembre, accusando gli ayatollah di aver avviato la ricostruzione del programma missilistico. L’operazione poi coinciderebbe con l’avvio della “fase due” nel processo di pace per Gaza, creando una coincidenza di interessi. Secondo fonti citate dalla Cnn Trump si sentiva “in dovere di agire”, ma poi c’è stata la sorpresa nell’Ufficio Ovale che potrebbe frenare l’attacco.