La decisione di Teheran di prolungare fino a marzo il blocco di Internet e la scelta del Pentagono di inviare la Uss Lincoln in Medio Oriente descrivono come il braccio di ferro sulla sorte della Repubblica islamica sia in pieno svolgimento.
Sono tre i protagonisti di quanto sta avvenendo sul terreno. Anzitutto, il regime degli ayatollah che è riuscito a frenare le proteste grazie all’uso della forza e con il conseguente bagno di sangue ma ancora non si sente al sicuro. Le unità di pasdaran e basij pattugliano le strade con moto, pick-up, bastoni ed armi da fuoco per affermare la sovranità del regime in ognuna delle 31 province ma l’incertezza di Ali Khamenei è tradita dalla decisione di prolungare il black-out del web fino alla tradizionale festa di Nowruz, il 20 marzo, per evitare ogni comunicazione, esterna e interna. Ciò significa che Teheran ritiene di aver bisogno di almeno altri 60 giorni di repressione. Un periodo sufficiente per dare la caccia agli oppositori e far arrivare d…
La decisione di Teheran di prolungare fino a marzo il blocco di Internet e la scelta del Pentagono di inviare la Uss Lincoln in Medio Oriente descrivono come il braccio di ferro sulla sorte della Repubblica islamica sia in pieno svolgimento.
Sono tre i protagonisti di quanto sta avvenendo sul terreno. Anzitutto, il regime degli ayatollah che è riuscito a frenare le proteste grazie all’uso della forza e con il conseguente bagno di sangue ma ancora non si sente al sicuro. Le unità di pasdaran e basij pattugliano le strade con moto, pick-up, bastoni ed armi da fuoco per affermare la sovranità del regime in ognuna delle 31 province ma l’incertezza di Ali Khamenei è tradita dalla decisione di prolungare il black-out del web fino alla tradizionale festa di Nowruz, il 20 marzo, per evitare ogni comunicazione, esterna e interna. Ciò significa che Teheran ritiene di aver bisogno di almeno altri 60 giorni di repressione. Un periodo sufficiente per dare la caccia agli oppositori e far arrivare da Iraq e Afghanistan le milizie sciite addestrate dalla Forza Al Quds dei pasdaran.
Sul fronte opposto anche i manifestanti si preparano ad una lunga sfida. È vero che in alcune città del Nord azero e del Sud beluscio vi sono ancora proteste ma lì dove gli scontri sono stati più duri - con un bilancio fra duemila e 12 mila vittime – i manifestanti si sono ritirati dalle strade, per riorganizzarsi. A cominciare dai funerali delle vittime, che devono essere riscattate - solo ai genitori è permesso farlo - versando ingenti somme alle autorità. Dall’Iran continuano però ad uscire - anche se lentamente - testimonianze drammatiche che alimentano un’offensiva social che crea un’atmosfera di solidarietà globale per le vittime e le proteste.
È un braccio di ferro che ha in palio la sorte della Repubblica islamica che in 47 anni di vita non è mai apparsa così in bilico. Ma non è tutto perché c’è un terzo attore, l’amministrazione Trump. L’ordine impartito dal Pentagono alla squadra navale della portaerei Uss Lincoln di lasciare il Mar della Cina Meridionale per il Medio Oriente significa aumentare entro due settimane un dispositivo di attacco destinato ad essere autonomo dall’uso delle basi Usa in Qatar ed Arabia Saudita. Garantendo più libertà d’azione, sul modello di quanto avvenuto prima dell’attacco dei B-2 ai siti nucleari iraniani nel giugno scorso. Questa finestra di tempo ha però anche una versione diplomatica perché, d’intesa con gli alleati arabi ed Israele, Washington vuole esplorare l’“opzione venezuelana” ovvero identificare dentro il regime uno o più leader disposti a sostenere il dopo-Khamenei come Delcy Rodriguez sta facendo a Caracas nel dopo-Maduro. Tutti gli occhi sono puntati sul presidente Masoud Pezeshkian, sui suoi più stretti collaboratori e sugli alti gradi dell’esercito regolare ovvero la catena di comando dello Stato parallela a quella Khamenei-pasdaran della Repubblica islamica. Per questo Reza Palhavi, il figlio dello Scià a cui molti manifestanti inneggiano, invia messaggi specifici ai “servitori dello Stato”, chiedendogli di abbandonare ciò che resta del regime. Ovvero, Washington cerca un traditore di Khamenei per aprire la strada alla transizione senza escludere il blitz militare mentre Teheran rafforza gli strumenti della repressione ed i manifestanti si preparano agli ultimi giorni del khomeinismo. Con le donne grandi protagoniste della rivolta perché sono loro a comporre la maggioranza della popolazione iraniana e a soffrire di più per le imposizioni dei jihadisti sciiti. Per questo le struggenti melodie persiane sono diventate la colonna sonora della rivolta.