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In Colombia, tra le donne fuggite dal Venezuela per partorire: “Lì niente cure”

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Affollatissimo il reparto di ostetricia dell’ospedale universitario di Cúcuta. La metà arrivano da oltre confine. “Ma la salute non ha frontiera”, dice un medico
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CÚCUTA – Al di qua del fiume si partorisce meglio. Fanno i controlli, le ecografie, i test prenatali, hanno i medicinali che in Venezuela scarseggiano. Ed è tutto gratuito, in emergenza: nell’affollato reparto di ostetricia dell’ospedale universitario di Cúcuta non si paga né l’assistenza né il ricovero. Per questo il ponte Bolívar, che attraversa il fiume Táchira e quindi la frontiera tra Venezuela e Colombia, non è percorso solo da dissidenti del regime, tassisti, trafficanti. Ogni giorno, su quel ponte, passano le donne col pancione.

Luisa Fernanda Cañas Vera ha 23 anni ed è all’ottavo mese. Siede in sala d’attesa, tra poco la chiameranno per la visita. Arriva da San Cristóbal, nello Stato di Táchira, Venezuela. “Si chiamerà Abraham”, dice a Repubblica. “L’altro figlio l’ho avuto tre anni fa in Venezuela, ma è stato complicato. Nel mio Paese in pratica devi essere a un passo dalla morte per farti curare negli ospedali. Ogni cosa ha un costo elevato, si pagano le ecografie, i farmac…

CÚCUTA – Al di qua del fiume si partorisce meglio. Fanno i controlli, le ecografie, i test prenatali, hanno i medicinali che in Venezuela scarseggiano. Ed è tutto gratuito, in emergenza: nell’affollato reparto di ostetricia dell’ospedale universitario di Cúcuta non si paga né l’assistenza né il ricovero. Per questo il ponte Bolívar, che attraversa il fiume Táchira e quindi la frontiera tra Venezuela e Colombia, non è percorso solo da dissidenti del regime, tassisti, trafficanti. Ogni giorno, su quel ponte, passano le donne col pancione.

Luisa Fernanda Cañas Vera ha 23 anni ed è all’ottavo mese. Siede in sala d’attesa, tra poco la chiameranno per la visita. Arriva da San Cristóbal, nello Stato di Táchira, Venezuela. “Si chiamerà Abraham”, dice a Repubblica. “L’altro figlio l’ho avuto tre anni fa in Venezuela, ma è stato complicato. Nel mio Paese in pratica devi essere a un passo dalla morte per farti curare negli ospedali. Ogni cosa ha un costo elevato, si pagano le ecografie, i farmaci, tutto. E dopo il parto bisogna comprare anche i vaccini, perché il governo non sempre li passa. A Cúcuta, invece, li danno gratis”.

Per mettere al mondo Abraham, Luisa Fernanda ha attraversato a piedi il ponte. “Perché? Perché qui mi curano”. La più semplice delle spiegazioni. Col passaporto venezuelano si può entrare in Colombia, e viceversa. Cúcuta è città di frontiera, un via vai continuo: negli ultimi 26 anni ai quasi 800 mila residenti si sono aggiunti 300 mila esuli venezuelani, in fuga dal chavismo o in cerca di lavoro e condizioni di vita migliori. Chi nasce a Cúcuta acquisisce la cittadinanza colombiana. All’ospedale universitario “Erasmo Meos” c’è un ufficio distaccato dell’anagrafe, dove registrano i neonati e fanno i documenti. Il 30 per cento dei pazienti è venezuelano: in media 1.200-1.300 persone ogni mese.

“Se si considera solo maternità, la percentuale dei migranti sale al 50 per cento: la metà dei bambini che vedo nascere è venezuelana”, spiega Mario Galvis, ginecologo e capo reparto. Galvis ha un motto, lo ripete ogni giorno a staff e pazienti. “Non importa chi ti cura, importa chi ti salva”. Crede fermamente che la salute “non debba avere frontiere, né a Cúcuta né nel resto del mondo”. E non ha mai rifiutato un paziente per il suo passaporto.

Stando alle statistiche dell’ospedale, la maggior parte delle donne incinte ricoverate è regolarizzata in Colombia, ha il permesso di soggiorno e la previdenza sociale. Un quaranta per cento, invece, viene solo per partorire dichiarandosi in stato di emergenza e poi torna in Venezuela. Come Jennifer, che tiene in braccio il suo bebè nato da meno di un giorno.“Arrivo da un villaggio nello Stato di Táchira, appena mi dimettono passerò di nuovo il ponte e tornerò a casa”. Il padre del bimbo è rimasto in Venezuela. Per il viaggio in Colombia Jennifer si è fatta aiutare dall’organizzazione umanitaria Samaritan’s Purse: il tragitto è stato breve, ma i pazienti arrivano da tutte le parti del Venezuela, talvolta anche dall’Isola Margarita. “Nei nostri ospedali non hanno le medicine e le strutture, uno non si sente sicuro a farsi curare lì”, afferma Jennifer. “Preferisco fare la migrante col pancione che rischiare la vita, e la vita del mio bambino, in strutture come quelle”.

Il reparto è pieno oltre la normale capienza. I posti sono 18, le donne 25, i letti mobili sono sistemati anche lungo i corridoi. “La stragrande maggioranza delle pazienti venezuelane entra quando è già all’ottavo-nono mese senza aver fatto mai analisi o controlli prenatali”, spiega ancora il dottor Galvis. “Per questo abbiamo tanti casi di diabete gestazionale, di parti prematuri e di infezioni in gravidanza. Abbiamo persino assistito a una recrudescenza delle malattie sessualmente trasmissibili e di altre che non vedevamo in Colombia da molto tempo, come la sifilide neonatale e la tubercolosi”. Secondo i medici dell’ospedale di Cúcuta, ciò è dovuto all’inadeguatezza del programma di vaccinazione del governo di Caracas. La salute dipende su quale sponda del fiume Táchia uno nasce.

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