È la storia di una madre iraniana che non ha più notizie del figlio di 17 anni, uscito a manifestare con i suoi amici contro la dittatura dei mullah. Aveva lasciato casa senza dire dove andava. Lei non si era preoccupata, doveva raggiungere gli amici con cui stava preparando gli esami. Anche la madre è scesa in piazza, per manifestare e nella speranza di ritrovare il figlio. Si è tolta il velo nero e insieme ad altre donne ha gridato la sua collera contro un regime crudele e brutale. Ha rischiato di essere arrestata. Grazie a una vicina, si è nascosta nell’androne di un vecchio palazzo e la polizia e l’esercito, per caso e per fortuna, non sono entrati lì. Respira e piange. Sono due giorni che suo figlio è fuori casa. Internet è bloccato. Non c’è modo di chiamarlo. Angoscia e orrore sono ovunque.
È la storia di una madre iraniana che non ha più notizie del figlio di 17 anni, uscito a manifestare con i suoi amici contro la dittatura dei mullah. Aveva lasciato casa senza dire dove andava. Lei non si era preoccupata, doveva raggiungere gli amici con cui stava preparando gli esami. Anche la madre è scesa in piazza, per manifestare e nella speranza di ritrovare il figlio. Si è tolta il velo nero e insieme ad altre donne ha gridato la sua collera contro un regime crudele e brutale. Ha rischiato di essere arrestata. Grazie a una vicina, si è nascosta nell’androne di un vecchio palazzo e la polizia e l’esercito, per caso e per fortuna, non sono entrati lì. Respira e piange. Sono due giorni che suo figlio è fuori casa. Internet è bloccato. Non c’è modo di chiamarlo. Angoscia e orrore sono ovunque.
Viene a sapere che degli adolescenti sono stati arrestati e radunati in un gigantesco commissariato di polizia. Aspettano di comparire di fronte alla giustizia. Saranno tutti condannati a decine di anni di prigione. Quelli che hanno l’aria di essere i capi vengono condannati a morte e saranno impiccati in settimana. Manca lo spazio. Un impiccato viene buttato in fretta e furia nell’obitorio. La madre immagina tutto. Arresto, tortura, condanna e così via. Ma non la morte. Suo figlio, lo vede soltanto vivo. Lo sente, tende le mani per abbracciarlo. Ma lui non è lì.
Qualcuno le suggerisce di andare all’obitorio. È un uomo che rifiuta di piangere e sa che sua figlia è stata arrestata. Insieme, si dirigono verso questo obitorio, dove centinaia di cadaveri sono stesi per terra dentro sacchi neri, sacchi in plastica forniti dall’esercito. Eccola che tentenna, si ferma e rifiuta di entrare, perché per lei entrare lì è ammettere la morte di suo figlio, ucciso dalle pallottole. Piange, grida, ma non è la sola in questo stato. Alla fine entra, guidata dall’uomo alla ricerca di sua figlia. Alcuni sacchi sono chiusi, altri aperti a metà. Bisogna piegarsi in avanti e con mano tremante scostare la plastica per scoprire il viso del morto. Lei è coraggiosa e decide di non piangere più. Ogni volta che apre un sacco e vede che non è suo figlio, sente nascere la speranza. L’uomo che la accompagna è seduto per terra e stringe contro il petto il corpo di sua figlia. Non piange. Non ha più lacrime. Alza gli occhi al cielo e domanda un po’ di misericordia a Dio. La donna continua a cercare. Improvvisamente, come mossa dall’istinto materno, lancia un grido e si getta sul sacco aperto: il viso del figlio ha gli occhi ancora aperti. Le sue urla fanno accorrere un funzionario, che le ordina di tacere. Lei dice «Voglio portare via mio figlio». Il funzionario esamina il corpo, conta i fori di proiettile. Ce ne sono sei. Dice: «Fanno sessanta dollari, dieci dollari per proiettile più cento per il corpo, altrimenti domani sarà gettato in una fossa comune!». Lei si rende conto che tutte le famiglie in questo luogo funesto devono pagare per riavere il corpo dei loro cari.
Torna a casa, cerca un po’ di soldi messi da parte e riparte correndo per pagare la restituzione del corpo del figlio. Suo fratello e suo zio l’accompagnano per ripulire il cadavere, avvolgerlo in un sudario bianco e seppellirlo nel cimitero pubblico. Il dolore e il cordoglio di questa madre che ha perduto il soffio e l’anima della sua vita sono intollerabili. Il regime degli ayatollah è cinico e crudele. È capace di sacrificare un popolo intero per restare al potere. Questo regime è un nemico dell’islam. Solo il popolo iraniano può annientarlo. I paesi stranieri assistono ai massacri senza fare nulla. Pare che alcuni Stati del Golfo, che ospitano basi americane, abbiano chiesto a Trump di non intervenire perché temono le rappresaglie di Teheran.
Migliaia di famiglie piangono in silenzio la scomparsa di un loro caro. Questo popolo straziato non accetterà mai di vivere sotto il regime degli assassini.
(Traduzione di Fabio Galimberti)