La voce di Nasrin Sotoudeh arriva come luce nella notte. La muraglia digitale costruita intorno all’Iran comincia a frantumarsi, nell’attesa che la rete torni a riconnettere un Paese intero. «Siamo stati sequestrati come nazione da un governo che pensa di avere il diritto di chiudere le arterie necessarie alla vita di un popolo», ci dice in una rara testimonianza da Teheran la donna che per molti rappresenta la Mandela iraniana. Attivista, avvocatessa, ha cominciato a battersi per i diritti civili prima di molti altri, con sit-in solitari davanti al tribunale in cui chiedeva l’abolizione della pena di morte o difendendo le ragazze di via della rivoluzione che per prime nel 2017 si erano tolte il velo in pubblico. Un confine è stato superato, premette: «Quando un governo arriva a un punto simile non può pensare di continuare la sua esistenza come se nulla fosse».
Come sta, Nasrin?
«Se me lo chiede dal punto di vista fisi…
La voce di Nasrin Sotoudeh arriva come luce nella notte. La muraglia digitale costruita intorno all’Iran comincia a frantumarsi, nell’attesa che la rete torni a riconnettere un Paese intero. «Siamo stati sequestrati come nazione da un governo che pensa di avere il diritto di chiudere le arterie necessarie alla vita di un popolo», ci dice in una rara testimonianza da Teheran la donna che per molti rappresenta la Mandela iraniana. Attivista, avvocatessa, ha cominciato a battersi per i diritti civili prima di molti altri, con sit-in solitari davanti al tribunale in cui chiedeva l’abolizione della pena di morte o difendendo le ragazze di via della rivoluzione che per prime nel 2017 si erano tolte il velo in pubblico. Un confine è stato superato, premette: «Quando un governo arriva a un punto simile non può pensare di continuare la sua esistenza come se nulla fosse».
Come sta, Nasrin?
«Se me lo chiede dal punto di vista fisico, beh, molti di noi sono ancora vivi e in salute: non siamo stati colpiti da proiettili, non ci hanno manganellati. Ma il nostro spirito è ferito. Vedere quante famiglie siano adesso in lutto per aver perso i propri cari e con quanta facilità e senza timore le autorità abbiano ucciso dei giovani non può farci stare bene. Sono in uno stato di lutto, confusione e sbigottimento. Non faccio che chiedermi: “Si sta davvero verificando un passaggio di potere?”. Noi vorremmo di sì perché siamo arrivati alla conclusione che questo governo non presta ascolto alle richieste popolari e sceglie sempre e solo la repressione e i massacri. Ma...».
Cosa la preoccupa?
«Mi tartassa una domanda: se avvenisse davvero un passaggio di potere, che ne sarebbe delle richieste per cui lottiamo da anni? Elezioni libere, abolizione della pena di morte, tutela dei diritti dell’infanzia, dei diritti delle donne? Che piano avrebbe il governo che dovesse sostituire quello attuale? Come si comporterebbe nei confronti delle opposizioni? Ci sarebbero restrizioni fisiche, esecuzioni?».
Qual è l’atmosfera a Teheran?
«Dal tardo pomeriggio inizia un controllo stringente e ossessivo delle strade, con una forte presenza di agenti della guardia speciale e delle forze di repressione».
Ha avuto notizie di suo marito Reza, detenuto a Evin?
«Da mesi porta avanti una protesta pacifica di 5 ore al giorno perché le nostre visite sono state vietate per via dell’hijab obbligatorio, che io non indosso. Ogni volta ci impediscono di vederci».
Questo movimento di protesta è diverso dai precedenti?
«È successo qualcosa di diverso. Per otto giorni ci hanno completamente imprigionato come nazione, tagliando i telefoni, interrompendo le nostre relazioni commerciali, sentimentali e familiari. Siamo stati sequestrati come nazione da un governo che pensa di avere il diritto di chiudere interamente le arterie necessarie alla vita di un popolo. Significa che abbiamo un governo assoluto, dispotico, che non ha eguali nel 21esimo secolo. Ottanta milioni di iraniani sono stati trattati come detenuti, gli sono state impedite le visite e le telefonate, alla mercé di qualcuno che prende le decisioni per loro».
Cosa sanno le persone all’interno dell’Iran di quello che è accaduto?
«La connessione internet, appena ristabilita, è ancora molto debole. Non sappiamo ancora con certezza quale sia l’entità di questa tragedia».
Il figlio dello scià Reza Pahlavi ha cercato di ritagliarsi un ruolo in queste proteste. Molti osservatori sostengono che uno dei punti di forza del sistema della Repubblica islamica è che non ci sia in Iran una opposizione unita: è così?
«È probabile che l’assenza di un’opposizione unita sia un punto debole dei movimenti. Ma succede perché siamo un popolo variegato, con mentalità, idee, tendenze e preferenze politiche diverse: una persona di sinistra e marxista non potrà mai accettare una monarchia. Cancellare il problema per arrivare il prima possibile a un cambiamento non farà che metterci davanti a nuovi problemi. Chiunque si candidi a prendere le redini del Paese deve tenere in considerazione e rispettare questa varietà di istanze popolari. Se ciò non avverrà, ci ritroveremo in questa situazione anche in futuro».
Come democratici iraniani cosa chiedete?
«Come attivista per diritti civili, io mi batto per l’abolizione della pena di morte, per i diritti dei minori e delle donne, per il giusto processo. Mi auguro che qualunque governo arriverà dopo quello attuale abbia a cuore queste questioni. La repressione è stata di una violenza tale che, almeno per noi, era inimmaginabile. Dopo aver raggiunto un tale livello brutalità, non penso che un governo possa anche solo concepire di poter sopravvivere».